La ghinea di marzo

Benvenutx a Ghinea, la newsletter che sta a casa.

Nelle ultime settimane siamo tutte state travolte dalla quantità di iniziative e proposte per “intrattenerci” e “passare la quarantena in compagnia”, oltre che inviti a essere comunque produttive e propositive nonostante la pesante situazione cui siamo sottoposte. Anche in questa Ghinea troverete progetti spontanei e spunti (che ci avete segnalato voi!) per gestire il nuovo quotidiano, ma l’idea che più ci preme diffondere è che il balzo cognitivo a cui questo trauma collettivo ci sta forzando è faticoso, e ha bisogno di calma, riposo e confronto per capire che cosa fare dopo. Siamo stanche e affrante anche noi, e ora più che mai speriamo che Ghinea possa essere, ora e nell’immediato futuro, uno spazio di dialogo e condivisione per tenerci intere e insieme. 

Questo mese abbiamo come ospite Simona Iamonte, che ci parla della pittrice Firenze Lai. Inoltre, Eugenia Giovanna Campanella ha scritto una lunga lista di idee per attività da proporre in casa a bambinx e adolescenti. 

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Per molte persone casa non è sinonimo di accoglienza e tranquillità, anzi, questo periodo si preannuncia molto duro per le vittime di abusi domestici. Il numero antiviolenza e stalking 1522 è attivo anche in questi giorni.

Una guida pratica per abortire in tempo di COVID-19.

L’impatto della pandemia su colf e badanti.


“Voleva solo imbracciare un fucile e sparare ai nazisti”: la perfetta vita esistenzialista di Simone Weil, filosofa e operaia, mistica e organizzatrice di rivolte.

[Alt Text: ritratto di Simone Weil circondata da fiori e foglie, disegnato da Ester Orellana. Puoi trovare tutti i lavori di Ester sul suo profilo Instagram.]

La storia dei primi successi nel campo della ginecologia moderna è una storia di razzismo, violenza, e sperimentazione incosciente e incurante: un articolo crudo e conciso.

Il primo giorno di questo mese di Marzo è stata data notizia della morte di Elisabetta Imelio, in arte Boom Girl, bassista dei Prozac+ e poi anche vocalist dei Sick Tamburo. Elisabetta è stata una figura dirompente e fondamentale nella scena musicale italiana, a partire dal contesto più prettamente indipendente e punk e, senza tradirne mai lo spirito, fino alle vette delle classifiche del 1998 (l’anno di Acido/Acida), ispirando molte donne ad reclamare spazi nel contesto della musica e soprattutto dei concerti. Manuel Agnelli l’aveva cantata con esattezza in Elymania dicendone hai la rivoluzione in te, collettivamente è stata celebrata nel 2018 in una versione corale del pezzo che le aveva dedicato Gian Maria Accusani

FuoriClasse - Appunti per una scuola EcoTransFemminista; un percorso di educazione alternativa con appuntamento quotidiano (live alle 12) a cura di Non una di meno (Milano).

Non tutte le persone queer si sentono a casa nelle proprie case. Difficile pensare di sedere a tavola e mangiare con chi non comprende, non rispetta, e non ama le identità dei soggetti queer. Home, A Queer Cooking Series ci offre la possibilità di visitare case sicure, storie vere, ricette deliziose.

The remote body. Essere costrettx a casa è purtroppo una realtà già esistente per molte persone con disabilità (visibili e invisibili), una realtà con la quale stiamo obbligatoriamente prendendo familiarità a livello globale. Sta nascendo una comunità artistica da remoto che, ispirata dall’esperienza contemporanea di comune isolamento, vuole costruire una piattaforma di esibizioni, installazioni audio/video, performance artistiche e quant’altro verrà proposto. Si parte il 27 con “the bedroom series #1” e tuttx sono invitatx anche a mandare idee e proporre collaborazioni a theremotebody@gmail.com.


I bambini scomparsi per decreto” è il titolo di uno degli articoli che il collettivo Wu Ming sta dedicando alla nostra quarantena. L’interruzione delle attività scolastiche e sportive, il divieto di stare all’aria aperta e la separazione dai/lle coetane* hanno stravolto la vita di bambin* e adolescenti. Come possiamo aiutarl*? Eugenia Giovanna Campanella ci ha suggerito un sacco di attività da fare insieme a loro. Eugenia è laureata in psicologia clinica e dello sviluppo e si occupa di sviluppo, modalità di apprendimento e strumenti digitali.

  • le carte con “idee”. Esistono già “fisiche” (come queste, ma prima di acquistare su Amazon, pensiamoci bene), oppure si possono costruire insieme con del cartoncino. L'aspetto diverte è "pescare" l'attività da fare, effetto sorpresa.

  • giochi da tavolo utili: Dobble oppure Dixit. Aiutano tantissimo dal punto di vista della concentrazione. Stessa cosa vale per i sottovalutatissimi puzzle.

  • il questionario di Proust per bambini (adattabile anche agli adolescenti): il metodo dell'intervista è divertente, perché è un'occasione per permettere ai bimbx di esprimersi e di fare domande agli adulti, conoscendosi meglio (diamo sempre per scontato che ci si conosca: invece per conoscersi servirebbe farsi delle domande. Troviamo il tempo per le domande).

  • la cucina come occasione per lavorare sulle competenze di pensiero e osservazione. Le ricette aiutano molto perché necessitano concentrazione per leggere con attenzione, capire i passaggi e metterli in atto. Il ruolo dell'adulto è di fare da mediatore, quindi non sostituirsi al bambino, ma aiutarlo e magari far lui qualche domanda ad esempio “Cosa dobbiamo fare ora?”, “Ricapitoliamo gli ingredienti di cui abbiamo bisogno”.

  • coinvolgere i bambini nel lavoro in casa. Può essere molto utile, specialmente nella fascia elementari medie, far sentire i bambini coinvolti nei lavori domestici (che sono anche utili per la consapevolezza della cura di se stessi e del luogo dove si vive, oltre che lo sviluppo della collaborazione) e nell'organizzazione della casa.

  • giochi di ruolo. Qualsiasi gioco di ruolo, partendo dai gusti dei bambini, è utilissimo. I travestimenti vengono troppo spesso snobbati e, invece, è una buona occasione per recuperarli. Come tutte le situazioni in cui la quotidianità è ribaltata, raccontare storie si rivela un ottimo stratagemma per allenare la creatività.

  • disegnare il più possibile e la combinazione più interessante è osservare, disegnare e descrivere quello che si è creato. Facendo queste attività il genitore o chi per lui fa davvero da "mediatore" perché aiuta i bambini a fare un lavoro di astrazione metacognitiva. L'arte non è, quindi, solo uno svago, ma anche un'occasione per mettere la creatività a servizio delle altre facoltà cognitive.

  • scrivere e leggere e anche fare matematica fuori dal vincolo scolastico. La didattica alternativa è importantissima, secondo me, e si fa anche partendo da piccole attività. Scrivere un diario, scrivere una sceneggiatura di un piccolo spettacolo, prendere una fiaba e cambiare il finale o anche fare dei giochi matematici assolutamente svincolati dai compiti è una bella idea. Spesso la costrizione del sistema scolastico italiano impedisce di allenare la capacità a trovare soluzioni creative, cosa che si può riscoprire nel periodo di tempo passato a casa.

  • muoversi. La cosa più difficile adesso è far passare l’idea di movimento come un piacere personale per conoscere il proprio corpo, senza competizione, ansia da prestazione e senso di inferiorità. In casa si può ballare e fare attività yoga e soprattutto fare attività insieme.

Per gli adolescenti consiglio di ascoltare e imparare delle cose da loro. Ribaltare il paradigma. Soprattutto per quello che concerne i social. Chiedere ai ragazzi cos’è TikTok, che film vorrebbero vedere, quali sono i loro interessi e farsi in parte guidare. Nel mio piccolo stiamo lavorando a un progetto sui social media proprio partendo da questa idea di base: gli adolescenti sanno e ascoltarli serve per sostenerli e anche intrattenerli. Come scritto sopra: questa è un’occasione per ribaltare il paradigma scolastico e mettere i ragazzi in una condizione diversa che permette loro di insegnare qualcosa alle persone più grandi o, forse ancora meglio, condividere la loro esperienza. E, conseguentemente, rafforzare il legame e la fiducia.


FATTO DA NOI

Si può preordinare il cartaceo del (ricchissimo) quarto numero della rivista Another Gaze, che contiene il saggio su Lorenza Mazzetti scritto da Francesca, già pubblicato online all’indomani della scomparsa della regista.

Il podcast Salotto Monogatari ha dedicato una puntata alla filmografia di Bong Joon-ho. Gloria si è intrufolata.

FATTO DA VOI

Su Jacobin Italia, Antonia Caruso parla di transfobia senza escludere la discriminazione più dolorosa: quella espressa dalle femministe.

La nostra amica Ornella ci tiene compagnia attraverso la lettura ad alta voce delle Centurie di Giorgio Manganelli. Potete ascoltarla su Instagram e iscrivervi al canale Telegram dedicato.

La nostra adorata Ester Orellana (che ha illustrato la prima e la seconda parte dello speciale Varda, oltre che la Ghinea stregonesca di ottobre 2019) è stata intervistata da Exibart

Shirin Akhondi ha creato una newsletter che condivide le cose ci danno gioia: si chiama Press Pause e ci si iscrive qui.

È uscito l’ebook Per quando torneremo a cura del gruppo di lettura IL CLEB. Per quando torneremo racchiude poesie e racconti perlopiù inediti scritti da autori noti e meno noti di tutta Italia che hanno risposto alla call de Il Cleb. L’ebook è scaricabile con una piccola o grande donazione che andrà direttamente all’Ospedale di Prato (80% delle donazioni, tramite FONDAZIONE AMI) e ad altre strutture ospedaliere scelte fra quelle di tutta Italia per particolari emergenze e necessità che si manifesteranno nelle prossime settimane (20% del ricavato). Il totale del ricavato sarà condiviso sulla piattaforma, tracciato e trasparente.

L’archivio milanese di zine italiane Riot Grrrl e Queercore Compulsive Archive è in diretta su Instagram ogni sabato mattina.

CALENDARIO

Questo mese non ci saranno eventi e noi non possiamo che invitarti a prenderti cura di te stessx e di chi sta intorno restando a casa il più possibile. Abbiamo raccolto dei modi per rendere l’isolamento sopportabile accettando suggerimenti sui nostri social.

Sappiamo che tante persone non possono permettersi assenze dal lavoro o non godono delle misure che agevolano il "lavoro agile" o a distanza. Per quanto possibile cerchiamo comunque di prenderci cura l'una dell'altra limitando contatti e assembramenti. Restiamo a casa per proteggerci e proteggere le persone anziane e tutte le persone affette da altre patologie.
March 9, 2020

Anche se (in alcuni comuni) resta possibile uscire di casa per svolgere attività sportiva in solitaria, come la corsa, le alternative per esercitarsi in casa, anche senza attrezzatura tecnica, ci sono. Noi consigliamo lo yoga per i suoi effetti calmanti e rilassanti.

Yoga with Adriene e Yoga with Kassandra sono due dei nostri canali preferiti per una pratica morbida e gentile. Per chi desidera invece una pratica più dinamica (e in italiano), l’insegnante di fitness e yoga Silvia Mastrapasqua carica ogni giorno un video sul suo canale youtube.

UN FILM

Meek’s Cutoff di Kelly Reichardt (2010)

L'Oregon Trail è una pista aperta da mercanti di pellicce e cacciatori nei primi anni del XIX secolo per collegare il fiume Missouri alle piane dell’Oregon. Lunga circa 3490 km, la pista attraversa montagne rocciose e caldi deserti prima di giungere in valli ospitali. I primi viaggi verso l'Oregon furono percorsi a piedi o a cavallo, ma intorno alla metà del secolo le spedizioni in carovana di gruppi di coloni, minatori e cercatori di fortuna assortiti si fecero così frequenti da rendere necessaria la costruzione di infrastrutture come strade, ponti e una ferrovia, mentre attorno al percorso fiorivano città, grosse fattorie e scorciatoie agevoli.

[Alt Text: mappa in bianco e nero che mostra gli stati attraversati dall’Oregon Trail. Fonte.]

“La scorciatoia di Meek” è una possibile traduzione del titolo del primo western di Kelly Reichardt (il secondo, First Cow, è stato presentato e ben accolto a Berlino): nel tentativo di raggiungere l’Oregon in minor tempo, un piccolo gruppo composto da tre famiglie si stacca dalla spedizione principale proprio fidandosi di Stephen Meek, cacciatore di pellicce e sedicente veterano del tragitto, che promette di conoscere un percorso più breve e raggranella denaro offrendosi come guida. Nei primi, silenziosi minuti del film tre carovane si allontanano e guadano un fiume, con gli uomini che conducono le bestie e le donne che si occupano di trasportare carichi essenziali o fragili come panni, viveri e la gabbia di un canarino, e raggiunta l'altra sponda si preparano ad attraversare montagne e deserto riempiendo una grossa botte di acqua fluviale. Il cammino è lungo e la fiducia riposta in Meek una scommessa che presenta poche probabilità di vincita: a metterlo in chiaro anticipando lo svolgimento degli eventi è uno degli uomini, che ancor prima di riprendere il viaggio incide la parola LOST (perduti) sulla corteccia di un albero morto. 

Esistono numerose testimonianze femminili del cammino verso l’Oregon: nell’introduzione a una raccolta di diari e lettere, leggiamo che queste carte non contengono entusiasmi verso l’ignoto o riflessioni circa l’incontro con l’altro (la pista si insinuava infatti in territori ancora abitati dalle popolazioni native). Al contrario,

le tre principali preoccupazioni quotidiane — preoccupazioni che ricorrono continuamente nei diari — erano il cibo per bestiame e cavalli, l’olio per accendere fuochi, e l’acqua. [...] Inoltre c’erano i problemi relativi alla cura dei bambini, alle carrozze che si rompevano, alle bestie selvatiche, e all'attraversamento degli innumerevoli torrenti, più comuni e facili da incontrare rispetto ai grandi fiumi.

Kelly Reichardt adotta lo stesso punto di vista per distanziarsi dal canonico racconto virile della frontiera, poggiato su conquiste e battaglie, ed esplorare il viaggio verso l’ovest nelle difficoltà di ogni giorno, nei gesti necessari perché tutto sia in ordine e ciascuno sfamato e dissetato, e nel semplice atto del camminare per molte ore al giorno.

[Alt Text: l’attrice Shirley Henderson nella parte di Glory White, indossa un abito verde e corre in una piana desertica spazzata dal vento. Fonte.]

Non ci sono eroi da western in questo viaggio sotto il sole battente. Il cowboy Meek viene subito sfiduciato dal congresso a tre degli uomini, in un bisbiglio notturno che le mogli protendono le orecchie per afferrare: li ha ingannati, o forse si è sopravvalutato. In qualunque caso ogni giorno di marcia è un giorno forse più lontano dalla traccia battuta e dalla destinazione, e soprattutto un giorno in cui il livello dell’acqua nella botte cala e il nervosismo aumenta. D’improvviso gli spazi selvaggi del continente americano non sono più una possibilità ma una trappola: ecco spiegata la scelta, oggigiorno inusuale nel western, di adottare il 1:37:1 anziché un formato molto orizzontale, più adatto ai campi lunghi e lunghissimi e al paesaggio visto (e dunque dominato) nella sua interezza a colpo d’occhio.

Poiché Reichardt intende sabotare la celebrazione del testosterone che è spesso tratto distintivo dei racconti del selvaggio West, la leadership vacante di Meek non innesca una competizione maschile per assumere il comando della spedizione. A questa banale dinamica si sostituisce il ruolo via via più centrale di una delle donne, Emily Tetherow. Lo sguardo femminile è da subito stabilito come prospettiva privilegiata e centrale, nel pieno rispetto delle testimonianze dirette delle viaggiatrici dell’epoca. Anziché riprendere John Wayne, Reichardt riprende le donne che lo guardano mentre stanno cucinando la cena — oppure mentre cuciono, indossano la camicia da notte o si scambiano occhiate ansiose. Tra loro, però, è la sola Emily a tramutare lo sguardo in azione e a contrapporsi a Meek, contestandone le scelte e l’autorità. La frizione tra i due non può che accentuarsi quando la brigata riesce a catturare un nativo che stava seguendo le carovane da qualche giorno e deve decidere cosa farne: liberarsene al più presto o chiedere il suo aiuto per raggiungere una fonte d’acqua? 

Nel cinema europeo e statunitense l’incontro del colonizzatore con il nativo si traduce spesso in due codici ben noti: l’indigeno furbo e malevolo che ingannerà l’uomo bianco oppure il buon selvaggio che gli darà una mano. Meek, com’è ovvio, aderisce al primo e diffida. Emily sembra tendere verso il secondo, ma solo in parte: desidera la guida del nativo senza però illudersi sul suo buon cuore, e prendendosi cura di lui fa sì che il loro rapporto non sia basato sull’affetto bensì sul debito. Aggiustargli la scarpa scucita con ago e filo per farlo sentire in dovere di mostrarle la via dell’acqua, inoltre, non è che un astuto impiego delle competenze femminili, spesso liquidate come ininfluenti e domestiche, nella negoziazione con chi abita il nuovo mondo. Se Emily sente di poter conquistare la posizione dominante nel gruppo, non intende riempire il vuoto lasciato dal maschio replicando le cifre del suo potere. Questa cruciale differenza è segnalata sul piano semiotico dal vestito rosa pastello (indicatore di femminilità) che la donna indossa: l’ascesa al potere può anche non essere un processo di mascolinizzazione, cioè un rinnovato ricorso alle medesime logiche di violenza, e risultare invece nell’esplorazione di nuove tattiche come la trattativa o la persuasione.

[Alt Text: le attrici Michelle Williams, in abito rosa in primo piano, nella parte di Emily Tetherow, e Zoe Kazan, in abito giallo, sullo sfondo, nella parte di Millie Gately, camminano nel deserto. Fonte.]

La questione che Reichardt sottopone non è allora la mera cronaca delle peripezie di un gruppo di viaggiatori, bensì soprattutto lo scivolamento da un tipo di autorità all’altro. Meek's Cutoff non si conclude coi titoli di coda ma qualche minuto prima, quando Emily prevale definitivamente. Certo che “La scorciatoia di Meek” è una possibile traduzione, ma non sorprende che “cut off” significhi anche “tagliato fuori”. Tutto sommato, che l’acqua si riesca a trovare oppure no — che queste persone sopravvivano oppure no — non è decisivo per questa storia, il cui nodo si scioglie quando si riassestano gli equilibri di potere. Evitare di mostrare l’esito del viaggio, e quindi di chiarire l’ambiguità dei comportamenti dell’indigeno, permette anzi di eludere quelle due polarizzazioni stereotipate. Il finale aperto suggerisce piuttosto che l’altro è prima di tutto un enigma irrisolvibile per chi gli si avvicina con pre-giudizio. Può sembrare secondario, ma non lo è: è anzi un’ulteriore presa di distanza dal punto di vista dell’uomo bianco.

UNA PITTRICE

Firenze Lai

di Simona Iamonte

[Alt Text: L’artista Firenze Lai in piedi, di profilo, davanti ad un suo dipinto.]

Ho sempre pensato di diventare un’artista, sin da quando avevo cinque anni. È stato come un impulso, un istinto.

Firenze Lai è una pittrice contemporanea cinese di base ad Hong Kong. Con la sua pittura cerca di trasmettere sensazioni comuni, forti e talvolta inquietanti, riuscendo ad unire la rappresentazione figurativa con quella astratta, coinvolgendo i soggetti in spazi appena accennati ma fondamentali per definire una specifica situazione emotiva.

Firenze Lai nasce nel 1984 nella regione autonoma cinese di Hong Kong chiamata “Nuovi Territori” ossia i territori che si aggiunsero dal 1898 alla città e che comprende più di 200 isole. Lai proviene da una famiglia estremamente modesta: per tutta la vita sua madre ha lavorato in un ristorante dove la specialità era la zuppa di serpente. Ricorda come le sue unghie si fossero deformate per le tossine trovate nei corpi dei rettili che puliva tutto il giorno. Sua madre rifiutava il suo progetto di diventare pittrice sostenendo che il lavoro d’artista non fosse una professione stabile. Tuttavia, nel 2006, Firenze si laurea alla Hong Kong Art School, diventando successivamente una designer di libri ma continuando a lavorare di notte ai suoi dipinti. Grazie ad artisti come Picasso, Van Dyck, ma soprattutto Bacon, approfondisce l’arte e la sua storia, ma soprattutto contribuiscono ad arricchire il suo immaginario. Nel 2011 diventa un’artista a tutti gli effetti, lasciando il suo lavoro come designer e intraprendendo una serie di mostre insieme alla prestigiosa Vitamin Creative Space di Guangzhou.

Ho lasciato il lavoro nel design del libro. Volevo dedicarmi a tempo pieno al mio lavoro di artista. Il mio stile, a rigor di termini, non è cambiato davvero, anche se il mezzo e le dimensioni sono cambiate. Nel 2011 sono tornata alla pittura ad olio,

racconta in un’intervista per Judit Benhamou-Huet Reports.

[Alt Text: foto dell’opera intitolata “Bus Journey” (2013) Olio su tela, 76 x 76 cm. Una figura femminile appoggia la sua testa contro il palmo della sua mano sinistra mentre è seduta su una poltrona di un bus. La figura ha uno sguardo pensante rivolto verso il basso.]

I suoi dipinti rappresentano figure sproporzionate, dai colori insoliti, costrette nelle strutture architettoniche della città. Lo spazio e il contesto, nel lavoro di Lai, diventano due interessi fondamentali, per capire come gli individui adattano la propria mente e il proprio corpo alle circostanze in cui si trovano. L’ intuizione di Lai risiede nella nostra ineffabile esperienza di vita, che nessuna percezione “oggettiva” del mondo può catturare correttamente, ed i suoi disegni e dipinti collegano direttamente gli spettatori a specifici stati emotivi e circostanze ambientali.

La tela accoglie le figure che ne occupano quasi tutto lo spazio che opprime i loro pensieri d’azione. Racchiusi in un autobus, in fila alla stazione della metropolitana, chinati in passaggi sotterranei, Lai enfatizza le mani, le gambe ed i piedi; gli arti inferiori incredibilmente grandi sono il punto di contatto con il mondo contemporaneo, quello che viviamo. 

L’esperienza emozionale rappresentata è dunque corporea, non solo confinata al ritratto: ogni parte del corpo è un punto focale di narrazione nel quale risiedono le tensioni ed i pensieri della quotidianità, senza lasciare spazio ai dettagli di circostanza. Le figure rappresentate non hanno nomi, potrebbero essere chiunque, perché è il linguaggio del corpo a dare personalità. È come se Lai volesse dirci che ogni vita, ogni persona, è unica, ma è anche legata agli altri attraverso le emozioni. Ad esempio se siamo felici sorridiamo, se siamo tristi tenderemo a rinchiuderci in noi stessi, se siamo nervosi, il nostro corpo sarà più teso.

[Alt Text: “Central Station” (2013) olio su tela. Una figura femminile è immersa in uno spazio blu indefinito mentre si tiene il volto con le mani in visibile segno di preoccupazione.]

La trasformazione sociale avvenuta tra il settembre ed il dicembre del 2014 ad Hong Kong, ha avuto un profondo impatto sul lavoro di Firenze Lai. Durante quel periodo il movimento Occupy Central with Love and Peace, manifestò in maniera pacifica in tre diverse zone della città (tutte aree di potere) per chiedere a Pechino il suffragio universale sull’elezione del proprio leader politico. La mancanza del suffragio universale impedisce ai cittadini un’effettiva partecipazione alla vita politica, nonostante Hong Kong goda dell’autonomia dal resto dello stato cinese. Durante i settantasette giorni consecutivi di manifestazione, i manifestanti subirono una dura repressione da parte della polizia, le folle vennero represse anche con l’uso dei lacrimogeni e le zone coinvolte nella manifestazione furono di difficile accesso.

Durante i giorni di Occupy Movement, Lai racconta di essersi avvicinata alla politica nonostante non ne fosse mai stata attratta. Molte forme di consapevolezza iniziarono in quel momento. Come racconta in un’intervista su Ocula, studiava ogni notte ciò che i partiti politici avevano fatto in passato e le loro promesse future, cercando di entrare nel gioco mentale politico, sforzandosi di individuare la verità nel gioco politico.

[Alt Text: Tilted Circle (2018) Olio su tela 110 x 140 cm. Un gruppo di figure umane formano un trenino tenendosi per le spalle, in segno di protesta.]

Ad esempio, in “Tilted Circle” (2018), l’artista si ispira alle tensioni di quei giorni, cercando di esprimere l’astrazione dell’atmosfera di quel preciso momento storico e sociale, riuscendo a catturare un senso di mancato equilibrio e fiducia verso gli uomini di potere e la vita sociale. La narrazione si arricchisce di un fondo politico e consapevole nei confronti della società. La comunità è fondamentale ora, forme e colori si muovono verso una costruzione più affollata e densa di pathos.

In Italia abbiamo potuto ammirare il suo lavoro durante la cinquantasettesima Biennale di Venezia nel 2017, presso la mostra organizzata all’Arsenale, in cui ha presentato il dipinto “Autism”, un olio su tela del 2013 di grandi dimensioni (150x115 cm) in cui due figure, una seduta sopra l’altra, sono racchiuse dentro una linea curva. Le figure interagiscono tra di loro attraverso l’uso delle braccia in una composizione che sembra fluida ma allo stesso tempo rigida come la roccia. In questo video di presentazione dell’artista, prodotto dalla Biennale, Firenze Lai concede alcuni tra i suoi piccoli filmati e foto da cui trae ispirazione per le sue opere. Ci sono spezzoni di vita quotidiana, riprese di persone che si muovono o hanno atteggiamenti molto diversa dalla normalità, foto di pose atipiche e viste sulla città dal suo studio. 

[Alt Text: “Autism” (103) olio su tela. Un personaggio seduto su una panchina tiene in braccio un altro personaggio vestito di blu, tenendolo stretto a sé con le braccia. Le due figure sono sotto ad una linea curva, simbolo di una costruzione architettonica sopra le loro teste.]

Simona Iamonte vive a Torino e lavora come illustratrice e pittrice. Puoi seguirla su Instagram.


Ringraziamo Simona, Eugenia e tutte le persone che ci hanno scritto per segnalarci progetti e idee dall’inizio della quarantena! Noi ci leggiamo tra un mese: non sappiamo se sarà già il momento degli abbracci e dell’aria aperta, ma speriamo che le cose abbiano cominciato a prendere una piega migliore. Nel frattempo, prendiamoci cura di noi e di chi amiamo nei tempi e nei modi che ci sono possibili: siamo isolatx, ma possiamo ancora essere presenti e solidali. 

Un abbraccio,

Francesca, Gloria e Marzia


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