La ghinea di settembre

Benvenutu a Ghinea, la newsletter in attesa delle crucifere. Questo mese abbiamo due nuove amiche e ospiti: Roberta Cavaglià riprende il discorso sul Brasile che avevamo interrotto l’anno scorso e ci presenta una nuova, agguerrita candidata alle elezioni comunali di Rio de Janeiro. Francesca Astarita invece ci riferisce vita e opere di Frances Glessner Lee, figura cardine della scienza forense statunitense. Se vuoi aiutarci a scrivere (o disegnare! O quello che vuoi!) i prossimi numeri e hai un’idea che pensi possa fare al caso nostro, perché non ci contatti? Ti aspettiamo. Buona lettura!

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Mônica Benício: una candidatura contro la politica dell’odio in Brasile

di Roberta Cavaglià

[Alt Text: Mônica Benício fotografata di fronte al murales di Marielle Franco realizzato a Ferrara dallo street artist Alessio Bolognesi. Fonte.]

A due anni e cinque mesi dall'assassinio di Marielle Franco, la sua compagna Mônica Benício ha deciso di candidarsi alle elezioni per il Consiglio comunale di Rio de Janeiro. L'architetta trentaquattrenne ha infatti annunciato che parteciperà alle elezioni di novembre nella lista del PSOL (Partito Socialismo e Libertà), lo stesso partito che aveva sostenuto Marielle. "È una candidatura che vuole lottare in maniera incisiva contro il razzismo, il discorso d'odio, il bolsonarismo e tutto ciò che rappresenta. E per portare avanti questa lotta, bisogna iniziare a livello comunale, affrontare questi problemi all'interno della città" ha dichiarato in un'intervista al web magazine Universa. Entrare in politica non era mai stato uno dei suoi progetti e ha ammesso di possedere la tessera del partito da poco più di un anno: è  stato solo grazie a Conceição Evaristo (scrittrice, professoressa e attivista afrobrasiliana) se ha imparato "a non vergognarmi a dire che è il dolore che mi muove" e ha capito che è "molto poco probabile che qualcuno riesca a farmi più del male di quanto io ne abbia già sofferto". A livello politico, Mônica afferma che Marielle "aveva sul suo corpo e nella sua esperienza di vita tutte le istanze che difendeva: quelle di una donna nera, favelada, che è stata una madre single in una relazione lesbica". In quanto donna favelada, lesbica e bianca, l'aspirante consigliera comunale sente però di non poter raccogliere completamente l'eredità politica di Marielle, che spera che rimanga invece nella sfera collettiva come "simbolo di rappresentazione e speranza".

Una candidatura estremamente necessaria, dato che dall'inizio della presidenza di Bolsonaro la situazione dei diritti delle donne e dei membri della comunità LGBTQIA+ in Brasile non fa che peggiorare. Secondo i dati del giornale Folha de S. Paulo, nel 2019 i femminicidi sono aumentati del 7,2%, per un totale di 1.310 in un anno, mentre ad agosto il movimento antiabortista ha reso ancora più difficile il procedimento legale per le vittime di stupro. Bisogna ricordare infatti che in Brasile l'aborto è un crimine punito con una condanna da uno a tre anni, tranne in caso di feto anencefalico, di gravi rischi per la salute della gestante o per le vittime di stupro. In questa ultima circostanza, la nuova ordinanza del Ministero della Salute prevede che i medici siano obbligati ad avvertire le forze dell'ordine e a raccogliere possibile prove del crimine, come frammenti del feto o dell'embrione. La gestante dovrà inoltre firmare una dichiarazione di responsabilità in cui riconosce di essere esposta al rischio di emorragie, di infezioni e perfino di morte, oltre a dover raccontare ai medici i dettagli delle violenze subite, indicando le caratteristiche dello stupratore. Questo giro di vite arriva a pochi giorni dalla decisione di far abortire una bambina di dieci anni stuprata dallo zio, alla quale un gruppo di attivisti religiosi di estrema destra si è opposto protestando davanti all'ospedale di Recife. La bambina è stata costretta a nascondersi nel bagagliaio del taxi ed a entrare da un ingresso secondario, mentre gli antiabortisti bloccavano l'entrata dell'ospedale, insultando il personale medico. La ministra delle Donne, della Famiglia e dei Diritti Umani del governo di Jair Bolsonaro Damares Alves, pastora evangelica e nota antiabortista, ha dichiarato sui social che è necessario lottare contro "l'erotizzazione dei bambini" e che il governo che non presenterà nessuna proposta per cambiare la legislazione attuale sull'aborto, una decisione che ricadrebbe sul Congresso. 

Nel mirino di Bolsonaro e del suo entourage ci sono poi i giornalisti e, soprattutto, le giornaliste. Lo scorso febbraio Eduardo Bolsonaro, figlio del presidente e deputato federale, aveva sostenuto le dichiarazioni di Hans River do Rio, un ex dipendente di un'agenzia responsabile della diffusione di fake news durante la campagna elettorale, che accusava la reporter Patricia Campos Mello di avergli proposto favori sessuali in cambio di informazioni. In seguito alle accuse, la giornalista ha diffuso i dettagli delle conversazioni che aveva avuto con do Rio, nella quali non appariva nessuna proposta di quel genere. Nel frattempo però, Eduardo Bolsonaro aveva già iniziato una campagna diffamatoria contra Mello sui social, con fotomontaggi misogini, insulti e perfino minacce alla reporter. Nel 2018, dopo aver pubblicato un reportage sulle agenzie che diffondono fake news su WhatsApp, Mello era già stata di vittima di attacchi simili e aveva dovuto bloccare i suoi account social. L'insofferenza della popolazione brasiliana verso Bolsonaro e i suoi collaboratori sembra però aver raggiunto il limite: il mese scorso, il presidente è stato coinvolto in un processo per danni morali per colpa delle sue numerose dichiarazioni "misogine", considerate un "abuso alla libertà di espressione". In più, oltre a Mônica Benício, una cifra record di donne e membri della comunità LGBTQIA+ sono pronti a scendere in campo a novembre: 435 candidati e candidate ai consigli comunali appartengono alla comunità LGBTQIA+ (nel 2016, erano 256) mentre sei donne aspirano alla carica di sindaca di Rio de Janeiro, il numero più alto nella storia della città. La favorita sembra essere Martha Rocha, professoressa di Diritto e l'unica donna a capo della polizia di Rio dal 2011 al 2014, con il 6,8% delle intenzioni di voto (davanti a lei ci sono Eduardo Paes con il 31,3% e il sindaco uscente, Marcelo Crivella, con il 10,8%). Vincere, tuttavia, sarebbe solo l’inizio: Rio de Janeiro è oggi una della città più indebitate del paese e le milizie paramilitari continuano a comandare in varie zone della capitale. Queste ultime, poi, secondo le ultime indiscrezioni, sembrano anche aver avuto un ruolo chiave nell'uccisione di Marielle Franco.

Rispetto a quanto raccontato su Ghinea a un anno dalla morte di Marielle nell'intervista al collettivo femminista brasiliano Non Gratxs, le indagini sui responsabili dell'omicidio hanno fatto grandi passi avanti, senza tuttavia arrivare a fare giustizia sugli eventi del 14 marzo 2018. Nel 2019, i due ex agenti della polizia brasiliana Ronnie Lessa e Élcio Vieira de Queiroz sono stati arrestati dalla polizia di Rio de Janeiro grazie alle informazioni trovate sui cellulari connessi a Internet nella zona nella quale era stato commesso il crimine. Nonostante le ricerche ossessive su Marielle e altri politici di sinistra trovate nella cronologia del telefono di Lessa, la tesi di un omicidio per odio politico è stata subito scartata, anche perchè il sergente era un noto mercenario nell'ambiente militare. La ricerca dei mandatari del crimine rimaneva quindi ancora aperta. A pochi giorni dagli arresti sono iniziati a emergere alcuni elementi che avrebbero avvicinato Lessa e Queiroz al presidente Bolsonaro: Queiroz è apparso in una foto in cui abbracciava con aria amichevole Jair Bolsonaro proprio mentre si è diffusa la notizia che prima delle elezioni Lessa e il futuro presidente abitassero nello stesso complesso residenziale. A novembre poi, il portinaio del complesso ha dichiarato alla Rede Globo di aver fatto entrare l'auto di Queiroz la sera dell'omicidio di Marielle. Queiroz si era identificato come visitatore dell'allora deputato Jair Bolsonaro, dirigendosi però verso l'abitazione di Lessa. Le accuse sono state prontamente smentite dal presidente e dalla procura generale: in quei giorni Bolsonaro era a Brasilia per un voto del Parlamento e le registrazioni del sistema di comunicazione smentiscono il portinaio. Nel video di risposta, Bolsonaro è apparso tuttavia molto turbato dalle accuse, arrivando a minacciare la Rede Globo di non rinnovare le sue licenze televisive nel 2022. Nel frattempo, la Polizia federale ha iniziato a sospettare che una serie di membri di una potente milizia paramilitare che si occupa di omicidi su commissione chiamata Escritório do crime si fosse infiltrata nel commissariato che si occupava del caso di Marielle. A giugno di quest'anno, l'arresto di  Fabrício Queiroz aggiunge un tassello importante alle indagini: l'ex collaboratore di Flávio Bolsonaro, il figlio maggiore del presidente, dirottava parte del suo stipendio verso le tasche di Adriano Magalhãnes da Nóbrega, ex capitano della polizia e membro di Escritório do crime. Già interrogato in merito all'assassinio di Marielle, Magalhãnes aveva negato ogni coinvolgimento ed era sparito: ritrovato nella casa di un amico di Flávio Bolsonaro, era stato poi misteriosamente ucciso dalla polizia, non lasciando tracce dietro di sé. Attraverso le accuse di riciclaggio nei confronti di Fabrício Queiroz, le autorità potrebbero finalmente riuscire a risalire ai responsabili della morte di Marielle.

Roberta Cavaglià è nata a Torino. Spera di svegliarsi un giorno e scrivere un intero romanzo, così, dal nulla. Nel frattempo, studia spagnolo e francese a Trieste, legge, mangia, viaggia. Attualmente collabora con Wired Italia.


Riscoprire Theresa Hak Kyung Cha.

Oltre gli immediati terribili effetti dell’impiego di gas lacrimogeni per disperdere, intimorire, e soprattutto colpire x manifestanti (basti ricordare il numero di persone che hanno perso o compromesso la propria vista in Cile), prosegue lo studio dell’impatto prolungato che questi gas hanno sull’apparato riproduttivo delle persone mestruanti, in continuità con gli studi già datati 1988 che vedevano una denuncia delle Nazioni Unite nei confronti di Israele per l’uso di gas lacrimogeni (già impiegati dalle forze dell’ordine americane) contro il popolo palestinese, un uso che aveva comportato un alto numero di aborti spontanei.


Un aggiornamento sulla protesta contro “l’ultimo dittatore d’Europa”, come lo definisce Svetlana Tikhanovskaya in un appello video esplicativo della sua scelta di candidarsi contro Alexander Lukashenko, al potere da 26 anni. Le informazioni che avevamo condiviso nella scorsa Ghinea sono ora corredate da immagini e video che espongono non solo l’oppressione diretta (come la repressione in strada e l’incarcerazione di attivistx) ma anche indiretta (come il numero di suicidi dovuti alle condizioni socioeconomiche del paese) e specificamente di genere. Lukashenko ha infatti, tra le altre cose, dichiarato che una donna non sarebbe adatta alla guida del paese per via dei poteri costituzionali enormi che la presidenza comporta e intanto, per strada, la polizia ha malmenato con violenza mirata (i colpi sono stati sferrati alla pancia e allo stomaco) una donna che aveva dichiarato di essere incinta. Eppure, come osserva anche la disamina proposta da Valigia Blu, proprio nei paesi che vengono spesso descritti come “non pronti a una leader” sono proprio le donne che guidano il cambiamento trasversale.


Negli Stati Uniti la recente notizia delle isterectomie di massa in un centro di detenzione (o più correttamente campo di concentramento) per migranti nello stato della Georgia è già stata sommersa e risucchiata dal ciclo delle breaking news, in particolare dalla scomparsa della giudice della Corte Suprema Ruth Bader Ginsburg. C’è una componente di razzismo più o meno consapevole nella ricezione di queste due notizie: poiché il posto lasciato da RBG verrà con ogni probabilità occupato da una candidata selezionata da Donald Trump, e dunque di orientamento conservatore, c’è il rischio concreto che il prossimo tentativo di far valere Roe v. Wade presso una Corte Suprema ormai del tutto sbilanciata verso destra fallisca, e che quindi il diritto all’aborto decada dopo essere stato eroso per decenni. Se l’ansia di conservare i propri diritti riproduttivi è legittima e fondata, quello che sembra mancare è il collegamento con i diritti riproduttivi di chi si trova nelle prigioni dell’ICE e sta denunciando interventi di sterilizzazione non richiesti e talvolta nemmeno presentati come tali — un collegamento che getterebbe le basi per una lotta determinata a sbarazzarsi del controllo statale su tutti i corpi. Qui la denuncia completa presentata dall’associazione per la tutela delle persone migranti Project South, con informazioni dettagliate sull’assistenza sanitaria fornita e negata nell’Irwin County Detention Center. Qui una breve storia delle sterilizzazioni forzate negli Stati Uniti.


Un estratto da Caccia alle streghe, guerra alle donne, l'ultimo saggio di Silvia Federici.

Lettera d'amore a una persona trans.

Una lettura poco entusiasta dell’ultimo saggio di Emily Ratajkowski.

Che cos’è e soprattutto a che cosa serve una letteratura utopica femminista? Aurore Turbiau ne discute rileggendo Partial Visions. Feminism and Utopianism in the 1970s di Angelika Bammer.

Reno, 1959 è il neonato podcast a cura di Federica Fabbiani e promette di occuparsi della rappresentazione del lesbismo nel cinema, dallo stereotipo costrittivo a una recente pluralità dei percorsi e delle scritture in cui la spettatrice lesbica possa finalmente riconoscersi. 

Occorrono aiuti per costruire un teatro all'interno dell'istituto penale minorile Ferrante Aporti di Torino, con l'intento di farlo gestire direttamente ax giovanx detenutx: qui la descrizione del progetto e la possibilità di dare una mano.

Il posto delle donne nella filosofia.


FATTO DA NOI 

Francesca ha recensito Ada brucia, romanzo d’esordio di Anja Trevisan per il Tascabile.

Sul blog di inutile, Gloria ha analizzato la filmografia del documentarista cileno Patricio Guzmán soffermandosi in particolare sui suoi ultimi tre lavori.

Siamo state intervistate da Edizioni Minoritarie! Con noi ci sono le ragazze di Senza Rossetto, Stories not standars, Mutande del lunedì e L’Orsa Maggiore, tutte newsletter di cui ti abbiamo parlato o ti abbiamo consigliato negli scorsi mesi. Insieme ragioniamo di progetti femministi online, di lavoro culturale e di molto altro. 


FATTO DA VOI

Su Radio Blackout puoi ascoltare un commento sui fatti di Colleferro e Caivano e in particolare sulla violenza razzista e omolesbotransfobica con interventi di Stefania N’Kombo, Antonia Caruso e Caterina Peroni. 

Stefania N’Kombo è anche sul blog di Edizioni Minoritarie, con un pezzo che guida le persone bianche solidali con le lotte antirazziste ai migliori comportamenti da adottare, indicando gli errori comuni di chi vorrebbe sostenere e invece finisce per sovrapporsi. 

Con quanta onestà e consapevolezza guardiamo e descriviamo i nostri desideri? Un invito alla riflessione arriva da Antonia Caruso:

I gusti sessuali esistono, sono complessi, possono andare oltre il sì/no (che alla fine è binario tanto quanto il maschio/femmina). Prima di tutto sarebbe carino imparare a destrutturare il proprio desiderio e il proprio non desiderio e poi sarebbe ancora più carino imparare a comunicare i propri desideri e non desideri in modo da non ferire eventualmente l’altra persona (o più persone). Questo fa parte, per me, del transfemminismo ed è di questo che sto parlando, non dei criteri per dire transfobia sì o no (comunque nella maggior parte dei casi è sì), ma di elaborazione adulta e consapevole del desiderio.


UN FILM

Mignonnes, di Maïmouna Doucouré (2020)

[Alt Text: Angelica (sinistra) e Amy (destra) siedono dentro una delle grandi lavatrici nella lavanderia comune del palazzo in cui entrambe vivono. Fonte.]

Ci sono due episodi che offrono una buona chiave di lettura di Mignonnes, il debutto della regista franco-senegalese Maïmouna Doucouré premiato al Sundance Film Festival e distrutto dall'infelice campagna marketing di Netflix.

Nel primo la protagonista Amy e le sue compagne, tutte undicenni, trovano un preservativo usato al parco. Una di loro lo gonfia come un palloncino, facendo strillare le altre di orrore. La vicenda si conclude con un rigoroso lavaggio saponato della bocca della ragazzina, soluzione d'emergenza contro possibili "batteri" e vaghe ma tremende malattie. Finora parecchio sicure e disinibite, le amiche mostrano non solo ignoranza ma autentico terrore non appena si avvicinano a qualcosa che abbia davvero a che fare con il sesso. Vogliono prima di tutto essere guardate e desiderate e poi vogliono guardare anche loro, ma solo guardare, e sempre a distanza di sicurezza. Vogliono fotografare, non certo toccare, il pene di un compagno di scuola, e trovano anche il coraggio di fare sexting con lui ma rigorosamente in gruppo e con la fotocamera spenta. L'interazione coi ragazzi per ora non può che essere immaginata, al limite mediata da uno schermo, soprattutto importante terreno di confronto fra femmine piuttosto che desiderio attivo di trovarsi in compagnia maschile, e questo le rivela nella loro giovanissima età a dispetto di ogni rumoroso tentativo di spacciarsi per quattordicenni. 

Nel secondo episodio lo stesso gruppo di aspiranti ballerine, le Mignonnes del titolo, si intrufola in un laser game e gioca senza pagare. Sono in quattro ma non si dividono in squadre, non tengono punti, nessuna vince: ciò che le diverte, e che Doucouré accentua col ralenti, è fingere di spararsi, cadere a terra con enfasi, morire da dive. Scoperte dalla security, cercheranno di cavarsela prima accusando una delle due guardie di averle palpeggiate, e poi ballando per loro nel modo provocante e ammiccante che stanno perfezionando da tempo. A fargliela passare liscia non è affermare di essere state molestate (non è vero, ma l'altra guardia non lo sa), ma mettersi a disposizione di uno sguardo maschile compiaciuto: non c'è dubbio che registreranno questo insegnamento e in futuro si comporteranno di conseguenza. 

Il soggetto di Mignonnes è ormai noto grazie alla lunga controversia sulla pedofilia che buona parte del pubblico lo accusa di incoraggiare: Amy ha undici anni, vive a Parigi con la madre e il fratello minore ed è costretta a frequentare la comunità senegalese da cui la sua famiglia proviene. Il padre non è presente, ma arriverà presto con la nuova sposa che intende installare in casa, inaugurando un regime di poligamia che cultura e religione gli consentono. Questo è un momento fondamentale per la crescita di Amy (e di ciascun*): per la prima volta ha l'occasione di esercitare uno sguardo critico sui suoi genitori, il padre che tradisce e la madre che piega la testa, e questo genera in lei rabbia e senso di estraneità e solitudine. Frustrata da un ambiente che trova ostile e oppressivo nei confronti delle donne, Amy decide di unirsi a un gruppo di compagne di scuola disinibite e sboccate che ha visto ballare presso una ferrovia abbandonata. Un po' per ribellarsi alla famiglia che le predica modestia di costumi, un po' per farsi accettare e sentirsi di nuovo parte di qualcosa, Amy non si accontenta di imitarle ma sposta la linea dello scandalo e dell'oscenità sempre un po' più avanti, perdendo pezzi a ogni passo. 

La storia di Mignonnes non è, come pubblicizzato inizialmente, la storia di un corpo di ballo formato da minorenni: è piuttosto la storia di una ragazzina che esamina diversi modelli di femminilità e cerca il senso di sé facendone esperienza attiva (e difficoltosa, come è comune e anche necessario). Se le è facile riconoscere l'autorità all'opera nei diktat della famiglia e della religione, non le è altrettanto immediato che anche l'ipervisibilità e la sessualizzazione di se stessa con cui crede di guadagnarsi la libertà non solo non sono sotto il suo totale controllo, ma ugualmente agiscono a sue spese. Maïmouna Doucouré è persino troppo esplicita nel distruggere la falsa dicotomia tra l'Islam misogino e un occidente laico che si crede ambiente ideale e perfetto per le donne, e suggerisce che diversi paradigmi culturali e sociali danno vita a forme di minorità femminile altrettanto diverse tra loro e per questo non paragonabili secondo il criterio della preferibilità. 

Se è riduttivo concentrarsi sulle molte, insistite e spesso indigeribili scene di ballo in cui quattro undicenni twerkano, si leccano le dita e si danno pacche sul sedere, come se il film non consistesse d'altro, descriverle diversamente, presentarle come accettabili o minimizzarne l'impatto è un errore altrettanto grave. Presto è chiaro che quelle scene sono state girate e montate proprio per infastidire: se le dichiarazioni di Doucouré non fossero sufficienti, a parlare chiaro sono i close-up sulle natiche e sulle bocche troppo truccate, il contrasto tra i filiformi corpi prepuberali e le movenze che vorrebbero accentuare forme non ancora presenti, i reaction shot di chi osserva queste coreografie allusive con estremo disagio. 

Il punto di vista di chi guarda Mignonnes e poi corre a firmare la petizione per il ritiro del film dalla piattaforma di streaming è perfettamente sovrapponibile a quello del pubblico scandalizzato della gara di ballo, che copre gli occhi ai bambini e protesta coi giudici. Come loro, si disinteressa di una cultura (pop ma non solo) che mette a valore i corpi come se fossero sconnessi da chi li abita e offre (impone?) alle giovani donne modelli femminili del tutto inadatti, e come loro si presenta a osservarne il prodotto per poi fischiare per l'indignazione e invocare la censura. Mignonnes è urticante perché non concede la possibilità di distogliere lo sguardo da ciò che già vediamo in tv, nei video musicali, nelle pubblicità — e che però scegliamo di ignorare, anche perché è ormai così pervasivo da non raggiungere la soglia dell'attenzione. Allo stesso tempo però non si rifugia nel moralismo benpensante: se Doucouré si premura di evidenziare la sostanziale solitudine delle altre ragazzine, le cui famiglie sono assenti per lavoro, un'importante riconciliazione avviene quando la madre svincola Amy dalla rigidità della norma familiare. Non ci si può aspettare niente di buono se si lasciano le proprie figlie a decodificare da sole un sistema di segni e regole adulto e contraddittorio, ma questa storia dimostra che il mero esercizio del controllo non può essere una strada alternativa. 

Sebbene scelga un esito positivo nel rapporto tra madre e figlia, Doucouré non si prefigge certo lo scopo di impartire lezioni di pedagogia (che non devono per forza spettare all'arte). Mignonnes ha ben altri interessi e si presenta come denuncia anziché come vademecum, perché nasce dall'esigenza di riprodurre e sottolineare una stortura che chiunque sia statx socializzatx come donna ben conosce — ma di cui a quanto pare non abbiamo il permesso di parlare senza far agitare un pubblico che ingurgita di tutto ma decide di protestare proprio quando la sessualizzazione di bambinx e preadolescenti viene proposta con evidente intento polemico. Un'ottima ragione per continuare a esplorare l'argomento da una prospettiva femminista, e nei toni più destabilizzanti e fastidiosi. 


UNA POESIA

Questi versi a firma di Biancamaria Frabotta, pubblicati nel 1994 e da allora mai più raccolti in volume, sono un segno di amicizia e sorellanza in dedica a Rossana Rossanda. 

Quando il nome è un destino
e lo è per chi meno vi spera
né le umane sorti alla sorte concede
d’una morte quotidiana, anche un colore
ardente e tracotante come il rosso
quanto il tuo passo va invece lieve e sommesso
anche un nome, Rossana, muta senso alla trama.


UNA DONNA

Frances Glessner Lee 

di Francesca Astarita

Nel Maryland Examiner’s Office, a Baltimora, sono stipate diciotto piccole opere d’arte. Sono la base della scienza forense come la conosciamo oggi. Le ha create Frances Glessner Lee, ma prima di parlare del suo lavoro c’è una questione che si pone che va al di là della sua vita, delle sue opere e dell’eredità che ha lasciato al mondo scientifico. Non c’è risposta certa perché lei non è più in vita per darcela, ma si possono fare supposizioni informate, si può speculare, e si può anche trovare un certo tipo di sollievo.

Frances Glessner Lee è nata nel 1878 in una ricca famiglia di Chicago, è stata appassionata di arti domestiche come cucito e ricamo così come di materie scientifiche come la medicina, è stata moglie, madre di due figli e poi donna divorziata, ereditiera e poi benefattrice, ed è stata la prima donna ad essere insignita del titolo di capitano nelle forze di polizia statunitensi. Ognuna di queste cose, e molte altre, sono state da lei rivendicate in qualche modo; era fiera di sé, di ciò che aveva fatto coi soldi della sua famiglia e con il proprio tempo, di dove era arrivata, e non mancava di presentarsi esigendo di farsi chiamare Capitano Lee fino alla morte. Un percorso di vita che visto attraverso i nostri occhi oggi potremmo considerare progressista e femminista; eppure in nessuna testimonianza Lee si è mai identificata come tale, nonostante fosse al corrente dei progressi fatti dal movimento e sia cresciuta in una famiglia culturalmente consapevole.

La questione che qui si pone è quindi la seguente: se il soggetto del nostro interesse non si è mai definito né ha mai inequivocamente stabilito il proprio pensiero come femminista, questo in qualche modo vieta che lo si interpreti come tale? Un modo per scavare in questa direzione è stato chiedere a chi Glessner Lee l’ha studiata a lungo. Secondo Bruce Goldfarb, autore della biografia 18 tiny deaths, non c’è risposta chiara e univoca: gliel’ho chiesto via email, e Goldfarb non prende una posizione netta sull’argomento perché, appunto, se Lee non si è mai definita femminista perché dovremmo farlo noi per lei? Preferisce lasciare la possibilità di farsi un’idea al lettore piuttosto che avanzare una tesi. 

Il libro di Goldfarb si chiama così perché la grande eredità che Frances Glessner Lee ha lasciato - insieme ai soldi, insieme a tutto ciò che ha dato ad Harvard - sono proprio quelle 18 piccolissime morti che compongono un’esibizione piuttosto particolare all’interno dell’ufficio di Baltimora. Sono i Nutshell studies of unexplained death, e a un primo sguardo sembrano case di bambola. Rispettano perfettamente la proporzione 1/12 classica del miniaturismo (sistema imperiale, parliamo di pollici: 1 corrisponde a 2.54 cm): la stessa dei lillipuziani di Gulliver, delle action figure moderne e della famosa Dolls’ House di Queen Mary creata dall’architetto Sir Edwin Lutyens

Sono decorati a mano, con tessuti cuciti pazientemente, mobili creati su misura da carpentieri professionisti e, a volte, minuscoli utensili in oro mascherato e dipinto per sembrare acciaio. I Nutshell studies sono arrivati piuttosto tardi nella vita di Frances: quando ha cominciato a lavorarci su aveva passato i sessant’anni e aveva già dedicato metà della sua vita a crearsi un posto su misura per sé ad Harvard.

[Alt Text: Frances Glessner Lee al suo tavolo da lavoro mentre lavora a una miniatura. Sul tavolo si intravedono piccoli pezzi d’arredamento: un armadio, delle sedie, una poltrona, e un manichino che FGL usa per cucire i vestitini delle sue bambole/vittime]. 

La metà precedente, quella dall’infanzia al divorzio, Frances l’aveva passata in apparenza come molte donne dell’epoca prima e dopo di lei. Aveva ricevuto un’educazione completa ma circoscritta alla propria casa con l’aiuto di tutor privati e non aveva mai frequentato la scuola. Aveva imparato le lingue e la letteratura, oltre alla gestione della casa e tutte quelle materie domestiche fondamentali che avrebbero fatto di lei un’ottima moglie secondo gli standard sociali di fine ottocento. Era interessata alla medicina - ne era interessata tanto - e ancor di più era interessata ad Harvard: ma Harvard non accettava donne nella sua facoltà, e l’idea generale di una donna medico era considerata ancora troppo volgare. Frances mise da parte le sue aspirazioni accademiche, ma continuò a coltivare l’interesse tramite la lunga amicizia che la legava da ragazza a George Magrath, compagno di studi del fratello.

Magrath non ebbe nessun limite né problema a frequentare Harvard, e trasmise pian piano per osmosi le proprie conoscenze a Frances in lunghe conversazioni pomeridiane; insieme a esse condivise anche le sue perplessità riguardo alla superficialità e alla grossolanità con cui la medicina legale, quella che ha a che fare con i morti e, soprattutto, con il come i morti sono diventati tali, era ancora trattata in America. Magrath aveva studiato un anno in Europa, e lì aveva coltivato il desiderio di poter portare nel proprio paese lo stesso tipo di scrupolosità nell’investigazione medica.

Frances condivideva la visione di Magrath, ma a vent’anni e con un bagaglio culturale pari a quello di uno studente universitario anche senza alcun tipo di certificazione, il corso della sua vita restava legato a ciò che la società si aspettava da lei: nel 1898 sposò Blewett Harrison Lee. 

Avvocato, anch’egli legato alla tradizione scolastica di Harvard, Blewett Lee era l’opposto di Frances: calmo, poco avventuroso nei propri interessi, molto religioso e figlio di una cultura che aveva le sue origini nell’America confederata, in cui la supremazia dell’uomo bianco era una certezza. Era, soprattutto, poco tollerante rispetto all’attenzione che Frances dedicava ai suoi progetti personali, togliendo tempo alla gestione di casa e famiglia. Il matrimonio durò tre figli e qualche anno. Le differenze individuali dei due furono più forti dell’opinione sociale e, anche grazie alla sicurezza economica di lei, nel 1906 si separarono e nel 1914 divorziarono.

Si può identificare questo come uno dei due momenti in cui l’ago della bilancia cominciò a pendere verso il contributo concreto di Frances Glessner Lee alla scienza forense: si era liberata dalle incombenze domestiche e familiari, era ora economicamente indipendente e padrona del proprio tempo libero, e nel periodo della separazione cominciò a dedicarsi completamente a una delle proprie passioni: l’artigianato miniaturistico. 

Negli anni ‘20 Frances mise in vendita la sua casa matrimoniale e cominciò a passare la sua vita tra Boston e The Rocks, la residenza che il padre aveva fatto costruire sulle White Mountains. Lì aprì un negozio di antiquariato insieme alla figlia maggiore, collezionando nomi di fornitori e carpentieri che le sarebbero tornati poi utili in futuro. Nel 1926, dopo la morte di uno zio, ereditò 250mila dollari; l’equivalente odierno di 3.5 milioni di dollari si aggiunse al suo già considerevole patrimonio personale, che continuò a crescere alla morte di suo fratello qualche anno dopo. 

Problemi di salute portarono Frances a essere ricoverata nel 1929, per puro caso nella stessa struttura dove era ricoverato anche Magrath, l’amico della sua giovinezza. Qui la loro relazione divenne l’inizio di un’effettiva collaborazione professionale. Magrath insegnava Patologia ad Harvard ormai da vent’anni, e impiegava le proprie risorse personali per finanziare uno studio più approfondito e in linea con le proprie ambizioni di ricerca, fino a stabilire un intero corso di studi volto a colmare le lacune presenti nella materia. Il suo pensiero era incentrato sulle inadeguatezze della struttura del sistema investigativo dell’epoca, basato su cariche politiche piuttosto che scientificamente meritocratiche. La figura del coroner, decisiva nello stabilire la natura criminale o meno di un decesso, era infatti elettiva senza necessità di un passato né nelle forze dell’ordine, né in studi di legge né, tantomeno, in studi di medicina.

Le conversazioni di Magrath e Lee li portarono ad un obiettivo comune: la normalizzazione della figura del medico legale al posto del coroner, un professionista il cui percorso di studi certificasse le conoscenze indispensabili per un ruolo così decisivo. Una figura, in particolar modo, che fosse slegata dalla scena politica, che fosse indipendente dalle forze dell’ordine, e che fosse meno vulnerabile alla corruzione.

Frances cominciò a usare la propria influenza a favore della causa che condivideva con Magrath; soprattutto, usò il proprio patrimonio e le proprie conoscenze per arrivare lì dove l'appartenenza al suo genere l’aveva bloccata da giovane. La sua posizione sociale ed economica le diede l’agilità necessaria per muoversi in un mondo in cui le voci femminili erano silenziate, permettendole di utilizzare le proprie connessioni per portare avanti una realtà diversa. Per raggiungere il proprio obiettivo individuò tre punti fondamentali: il passaggio legislativo al sistema di medicina legale opposto a quello della nomina politica di coroner, l’aumento del personale specializzato, e la formazione del corpo poliziesco mirata all’investigazione della scena del crimine secondo uno standard comune. 

Per portare visibilità al primo punto del suo progetto si dedicò al lobbying politico utilizzando le proprie connessioni, tra cui Erle Stanley Gardner, autore dei romanzi di Perry Mason. Gardner incontrò Glessner Lee negli anni quaranta, e fu così colpito dal suo lavoro che finì per dedicarle il libro ‘The case of the dubious bridegroom’. Nel 1946 lo stato della Virginia fu uno dei primi ad aggiornare le proprie leggi: la figura del coroner fu abolita a favore dell’istituzione di un ufficio di medicina legale per l’investigazione delle morti sospette. Nel frattempo anche  il cinema si avvicinò all’argomento, portandogli ulteriore visibilità: Metro-Goldwyn-Mayer entrò in contatto con Harvard col progetto di un documentario sul lavoro di Glessner Lee intitolato ‘Murder at Harvard’. Frances scelse di restare anonima e agire piuttosto in qualità di consulente: il progetto fu cambiato e divenne così un giallo, che nel 1950 uscì in sala col nome di ‘Mystery Street’.

Per il secondo obiettivo della sua lista nel 1931 Glessner Lee propose ad Harvard un’offerta difficile da rifiutare: avrebbe istituito una borsa di studio annuale per finanziare ufficialmente Magrath nella sua ricerca ad Harvard, promettendo in più 250mila dollari a favore dell’università nel proprio testamento in modo da garantire la continuità del suo supporto dopo la sua morte; infine, avrebbe sovvenzionato l’apertura di un dipartimento interamente dedicato allo studio della medicina legale in modo da formare i futuri professionisti del campo, e a capo di quel dipartimento ci sarebbe stato proprio Magrath. L’unica condizione che Frances domandò in cambio fu di avere il titolo di assistente ufficiale del professore, e l’ottenne.

Il suo impegno fu solo in parte di tipo economico. Quello personale si concentrò sul terzo punto del suo programma, ed è l’altro momento in cui l’ago della bilancia pende in modo concreto: negli anni '40 Glessner Lee istituì un seminario annuale incentrato sullo studio delle scene del crimine, con l’obiettivo di favorire l’educazione e coltivare le capacità deduttive dei detective della polizia. Per rendere l’esperienza il più immersiva possibile, Glessner Lee fece ricorso all’educazione prettamente domestica ricevuta da ragazza, alla sua passione per il miniaturismo e, ancora una volta, alle proprie risorse economiche.

[Alt Text: Dettaglio del diorama ‘Living room’: una giovane donna in vestaglia da sera, aperta col petto scoperto, giace a terra. Ha numerosi segni di accoltellamento visibili sulla pelle, nei capelli ha un nastro rosso, e delle scarpette dello stesso colore. La stanza è arredata con un tappeto, due sedie e due poltrone, un pianoforte con sgabello, due lampade. Le due finestre alle pareti hanno le tapparelle abbassate.]

Il primo Nutshell fu presentato al seminario nel 1946, e gli altri seguirono nell’arco di qualche anno. Ogni diorama rappresentava una scena del crimine reale e perfettamente dettagliata, i cui pezzi d’arredamento erano stati costruiti a mano da quegli stessi carpentieri che avevano collaborato con Lee nel suo negozio di antiquariato. Frances si occupava personalmente di allestirli, cucendo i piccolissimi abiti delle vittime così come le tende alle finestre o i tappeti al pavimento, costruendo le bamboline, riproducendo con cura ogni minuscolo schizzo di sangue in modo da rendere la rappresentazione delle tracce ematiche riconducibile all’atto violento rappresentato. I dati e le informazioni per comporre le scene in modo accurato erano presi da casi preesistenti selezionati con attenzione, e Glessner Lee usò fotografie e appunti della polizia per ricostruire il tutto con precisione.

Durante il seminario e partendo dallo studio dei diorama, Lee, ormai più che sessantenne, metteva in pratica le conoscenze accumulate seguendo il lavoro di Magrath e i propri interessi in materia, accompagnando gli investigatori nell’analisi di ogni situazione rappresentata. La soluzione non c’era, e se c’era non era mai divulgata. Lee teneva a precisare che il fine dell’esercizio non era sapere di avere una risposta giusta ma consacrare l’attenzione investigativa allo studio del dettaglio. 

Ogni Nutshell proponeva un caso criminale di natura domestica, la maggior parte con vittime femminili, spesso provenienti da ambienti socioculturali svantaggiati. 

Verrebbe da chiedersi se la scelta di questi soggetti non fosse un tentativo di Lee di incoraggiare la sensibilizzazione verso categorie spesso non rappresentate o, in qualche modo, ignorate dalle forze dell’ordine. Prostitute e alcolizzati, donne vittime d’abuso e persone anziane lasciate a sé stesse. Anche questa domanda però, come la prima che ci siamo posti, non ha una risposta chiara e univoca. 

Ho chiesto anche questo a Bruce Goldfarb, e secondo lui questo tipo di rappresentazione è riconducibile al desiderio di Lee di rendere le scene il più accurate e crude possibile, riempiendole di dettagli disparati con lo scopo di sfidare le menti investigative a isolare gli indizi importanti. Scene caotiche di povertà, sporche e ingombranti, tra cui doversi destreggiare per trovare la verità; nulla a che vedere con lo sfondo demografico o socioculturale in sé. È una spiegazione che nel suo non voler prendere posizione lascia un vuoto che sarebbe necessario riempire, anche solo cercando di dargli ora nuovo, consapevole valore. Soprattutto, è un’occasione persa per poter valorizzare le azioni di Lee in un contesto moderno, renderle oggetto di conversazione e discussione. Decidere di non farlo è, a mio parere, una presa di posizione in sé. 

Frances Glessner Lee non si è mai identificata come una femminista negli anni in cui era in vita, e a suo parere i suoi problemi venivano più dalla mancanza di certificazioni accademiche che dall’essere una donna. Parlando del suo essere a capo dei seminari di formazione investigativa affermava: ‘’Gli uomini diventano dubbiosi davanti a una donna anziana con un obiettivo. Il mio problema è convincerli che non sto cercando di intromettermi o comandarli. Devo inoltre convincerli di conoscere ciò di cui sto parlando’’.  

È difficile non ritrovarsi in queste sue parole e non riconoscere la frustrazione di doversi dimostrare competente agli occhi maschili da una posizione di comando, ancor più se quella posizione non è ‘giustificata’ da un pezzo di carta. Si può tentare di separare il discorso dalla mancanza di opportunità che ha storicamente afflitto le donne, ma alla luce di quel che ora vediamo e sappiamo non sarebbe corretto. La sua percezione di Lee della difficoltà è riconducibile a un problema di pari opportunità. Anche se lei non si sentiva penalizzata dall’essere donna, essere donna l’ha penalizzata.  

Frances Glessner Lee non si identificava femminista a parole, ma ha condotto una vita in cui ha utilizzato il proprio patrimonio e la propria determinazione per arrivare ad una posizione impensabile per una donna dell’epoca, e questo ha favorito la lettura del suo personaggio come icona del femminismo. Ha usato i propri privilegi per manipolare un sistema maschile che non le aveva dato altra possibilità che comprarsi una via d’entrata, e così facendo ha lasciato un marchio indelebile nello studio della medicina legale e dell’investigazione, arrivando alla nomina di Capitano del New Hampshire State Police.

Il femminismo delle sue azioni non può essere rinnegato né messo da parte, ancor più quando si considera che lei, che dal momento in cui fu insignita del titolo nel 1943 portava sempre il distintivo in borsa e esigeva di essere chiamata Capitano Lee, è ancora comunemente ricordata come la mamma della scienza forense. Un soprannome sicuramente affettivo e ben intenzionato, ma che riporta alla difficoltà tutta femminile dell’essere relegate a un ruolo ben preciso nonostante gli sforzi per staccarselo di dosso. 

[Alt Text: Miniatura di Frances Glessner Lee mentre lavora a uno dei suoi diorama, opera della miniaturista Lee Harper. Una bambolina con volto di teschio e l’acconciatura e montatura tipica di Glessner Lee è seduta al tavolo da lavoro, sta ritoccando i dettagli di una capanna di legno, anch’essa in miniatura]

I suoi Nutshell studies sono ancora utilizzati per lo studio e l’allenamento degli investigatori di oggi, quasi ottant'anni dopo la loro creazione; non sono accessibili al pubblico, non è previsto che lo siano in futuro a causa della loro fragilità, ma lo Smithsonian Museum offre una visita guidata virtuale per alcuni di essi sul proprio sito. Restano piccole opere d’arte che attirano la curiosità di molti e sono, a volte, fonte d’ispirazione per artisti come Lee Harper, che ha fatto del miniaturismo macabro la propria vocazione e che a Lee ha dedicato una delle sue opere.

Frances Glessner Lee è stata appassionata di arti domestiche e materie scientifiche, è stata ereditiera e benefattrice, è stata lobbista per una causa in cui credeva e formatrice e promulgatrice di un cambiamento fondamentale nell’approccio alle indagini su morti violente negli Stati Uniti. Ricordarla come lamamma della scienza forense è riduttivo, perdere l’occasione di contestualizzare le sue azioni come femministe è invece deliberata miopia. 

Francesca Astarita scrive per passione e per catarsi, dipinge acquerelli a tempo perso e passa il tempo libero ad ascoltare il suo gatto Luna e a camminare fotografando alberi. Tra i suoi progetti futuri ci sono un podcast sulle sessualità di confine, produrre racconti al ritmo a cui produceva fanfiction dieci anni fa e riprendere a scrivere correttamente in italiano.


Grazie di cuore a Roberta e a Francesca per aver arricchito questo numero di Ghinea! Noi ci rileggiamo a ottobre, che è il nostro mese preferito perché è quello in cui parliamo di streghe.

Un abbraccio!

Francesca, Gloria e Marzia


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