La ghinea di maggio

Benvenutu a Ghinea, la newsletter solidale con la Palestina da sempre e per sempre. Questo mese ci facciamo raccontare il lavoro della Brigata Basaglia, un giovane collettivo che ha messo la salute mentale al centro delle proprie attività, direttamente dax professionistx che ne fanno parte. Buona lettura!

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La cura della salute mentale è un atto politico: il ruolo della comunità con l’esperienza della Brigata Basaglia

di Brigata Basaglia

Il momento che ha determinato questa scelta è stata la rivolta di San Vittore, quando i detenuti erano saliti sul tetto del carcere e noi ci eravamo riuniti sotto. In quel momento a Milano era stata appena data la notizia della zona rossa e ci siamo resi conto che dovevamo fare qualcosa di veramente importante per la città.

(Dal documentario 69 days, a cura di Giulia Marchina e Vincenzo Monaco, con la partecipazione di Ascanio Celestini.)

Le Brigate Volontarie per l’Emergenza (BVE) nascono così, l’8 marzo 2020.

Nei giorni concitati del primo lockdown, centinaia di attivistə al di sotto dei 40 anni (in piena emergenza sanitaria era necessario porre un limite di età) hanno dato vita a un’idea innovativa che si pone tra attivismo e associazionismo, che riprende un concetto molto più antico, il mutuo soccorso e il mutuo appoggio nelle società operaie. Teorizzato da  Pëtr Kropotkin, si basa sull’idea di costruire reti e supporto materiale nelle comunità della classe lavoratrice, andando ad agire su tutti gli aspetti di necessità: dal problema della cura infantile, all’impiego delle donne, passando per l'assistenza legale operaia e arrivando al supporto alimentare.

Le Brigate hanno cercato di recuperare il tema della rete partendo a costruirla dai quartieri, anime diverse e rappresentative della complessità della città di Milano: ogni municipio rappresentava una brigata, che ha scelto il nome di partigianə – per richiamare l’intento politico che guida il progetto –  e che si è organizzata per portare spese, farmaci e materiale sanitario a chi aveva bisogno.
Attualmente le brigate attive sono più di 20: distribuiscono a 1500 famiglie pacchi alimentari e medicinali, organizzano settimanalmente tamponi gratuiti con il progetto tampone sospeso, raccolgono e ricondizionano dispositivi digitali e si occupano di diritto alla casa e sostegno in situazioni lavorative complesse.

La Brigata Gramsci, il gruppo di ricerca sociale delle BVE, ha raccolto in questo prezioso testo l’evoluzione delle Brigate e le attività svolte durante questo primo anno.
Le BVE hanno mostrato un’altra immagine di Milano: l’importanza del quartiere come rete di supporto e la capacità di organizzarsi – non fermarsi, per davvero –  in autonomia per rispondere a problemi della comunità partendo dalle persone che la abitano quotidianamente e dalle loro risorse. Cosa fa la comunità davanti a uno Stato assente? 

[Alt Text: Berthe Coulon, Folla verde scuro (1970). Dipinto di grandi dimensioni in cui una folla di persone dietro una parapetto riempie completamente la tela in ogni suo spazio. Il tono cromatico principale  dell'opera è il verde, a cui l'artista dona un ritmo alternando un bianco e il nero per i vestiti e gli incarnati delle persone. Tra la folla appaiono qua e là, quasi impercettibili dettagli blu/azzurri. Berthe Coulon è stata un'artista belga, da sempre interessata a arte e musica, suonava il piano rifiutandosi di suonare in pubblico. Iniziò a dipingere a settant'anni, senza avere studiato prima, creando più di 350 dipinti in circa dodici anni.]

Proprio dal terreno di consapevolezza del vuoto lasciato dallo stato fiorisce la Brigata Basaglia, in collaborazione con il progetto Nessunə Esclusə di Emergency e recuperando l'esperienza del collettivo antipsichiatrico Spampanato dell'Ambulatorio Medico Popolare di Milano

A differenza delle Brigate territoriali che agiscono su quartieri specifici della città, la Brigata Basaglia offre il suo servizio ad abitanti di Milano e fuori. Nata come risposta al bisogno di supporto alla salute psicologica delle persone in emergenza COVID, in questo anno ha avuto una profonda evoluzione proprio alla luce del riconoscimento dell’estrema necessità di garantire il diritto alla salute mentale anche oltre lo stato di emergenza

L'OMS definisce la salute mentale come “il benessere emotivo e psicologico nel quale l'individuo è in grado di sfruttare le sue capacità cognitive o emozionali, esercitare la propria funzione all'interno della società, rispondere alle esigenze quotidiane della vita di ogni giorno, stabilire relazioni soddisfacenti e mature con gli altri, partecipare costruttivamente ai mutamenti dell'ambiente, adattarsi alle condizioni esterne e ai conflitti interni”.

Il COVID ci ha mostrato che un diritto inalienabile di ciascun essere umano rimane il grande rimosso del XXI secolo: la cura della salute mentale è stata sospesa nel momento in cui ci sarebbe stato più bisogno di occuparsene. Le già poche strutture pubbliche (CSM/CPS per adulti, UOC/UONPIA per i minori) meriterebbero grandi investimenti per garantire attività e organico, eppure nel PNRR  psicologhə non sono nemmeno menzionatə.

Se già prima della pandemia rivolgersi a professionistə della salute mentale nel privato non era sostenibile per molte persone, a fronte della condizione economica in cui versano molte famiglie dopo la pandemia diventa un’opzione ancor più difficile da prendere in considerazione. 

La privatizzazione della salute mentale la rende accessibile a pochi, con il concreto rischio di intensificare il disagio psichico nelle classi meno abbienti e ampliare la forbice del divario già esistente fra chi ha abbastanza risorse da rivolgersi a un servizio privato e chi rischia di non aver più garantito un servizio pubblico che possa realmente prendere in carico la persona per un percorso di sostegno completo e dedicato.

Inoltre, in un sistema capitalista, la salute mentale rimane un fatto strettamente individuale e privato: viene continuamente rimosso il ruolo che ha la società – e la comunità – nel creare, mantenere e curare il disagio psicologico. L’unica cura possibile sembra passare attraverso la terapia individuale, soluzione che rimuove la responsabilità positiva della comunità che, davanti alla difficoltà psichiche di un individuo, si fa rete e gli permette di attivare le sue risorse sociali.

La pandemia ha messo in luce il bisogno di costruire una cultura della cura all’interno della comunità che tenga in considerazione la complessa relazione tra variabili diverse: individuali, sociali, familiari e culturali. Solo attraverso un lavoro di rete, tuttə, indipendentemente dalla disponibilità individuali, possono accedere a delle modalità di presa in carico e cura che vedano l’individuo dentro un sistema che lo supporta e non lascia indietro nessunə. La Brigata Basaglia si è costruita, e continua a costruirsi nelle sue attività, partendo da queste consapevolezze.

Il gruppo è composto attualmente da circa 30 persona, moltə di noi sono psicologhə e psicoterapeutə, ma ci sono anche persone con formazioni diverse, da giurisprudenza a comunicazione, tutte però accomunate dall’interesse per il tema della salute mentale come tema politico di salute pubblica. Se durante il 2020 moltə brigatistə vivevano a Milano e provincia (e conoscevano il territorio), dal 2021, grazie a tre studentə di psicologia di Firenze, è nata la Brigata Basaglia anche sul territorio fiorentino con l’arrivo di tante nuove entrate e una ristrutturazione del nostro lavoro che vediamo crescere (Facebook, Instagram).

Il primo servizio offerto  sono quattro colloqui gratuiti di supporto con unə psicologə . Chi chiama il centralino viene messo in contatto da con un operatorə che accoglie la richiesta, ascolta le necessità e compila un triage per evidenziare i bisogni. Qualora ci sia bisogno dei quattro incontri,  unə psicologə contatterà la persona per fissare gli appuntamenti. Il momento del centralino è di fondamentale importanza ed è il motivo per cui tutte le persone in entrata, dopo un’adeguata formazione, fanno esperienza di risposta alle chiamate. Attraverso il centralino abbiamo, infatti, l’opportunità di capire e mappare i bisogni di chi chiama e, soprattutto, come stanno evolvendo nel tempo.

L’esperienza clinica del centralino e dei colloqui ha reso ancora più evidente come a essere problematica non sia solo la mancata risposta istituzionale alle situazioni di malessere psicologico individuale (ampiamente evidenziata dai dati che indicano la mancanza di professionisti e strutture adeguate), ma soprattutto la mancanza di investimento sul territorio e sulla rete di risorse della comunità e dell’individuo.

A 43 anni dalla legge Basaglia, tuttavia, manca una riflessione della politica e delle categorie professionali che si occupano di salute mentale su come si voglia garantire il diritto alla salute mentale delle persone. Qual è il nostro ruolo come comunità? Quanto incide il contesto di vita, la precarietà abitativa e lavorativa sulla vita delle persone e sullo sviluppo di difficoltà psicologiche più o meno gravi. E ancora: chi è  “paziente”? Quali sono i suoi diritti? Quale responsabilità abbiamo noi come professionistə e come comunità nei suoi confronti?

Partendo da queste domande difficili e necessarie abbiamo dato vita al gruppo rete, proprio con l’obiettivo di mappare le risorse del territorio e metterle in comunicazione fra di loro, creando tavoli di lavoro, collaborazioni e scambi. Il lavoro del gruppo rete è attivo su Milano e Firenze, ma arrivano telefonate da tutta Italia e per questo motivo la conoscenza e lo scambio continuo con altre realtà italiane è fondamentale per poter indirizzare le persone che chiamano da aree su cui non siamo ancora attivə in luoghi sicuri che rispecchino la nostra filosofia. Non basta, infatti, la presa in carico della persona, ma bisogna essere in grado di costruirle attorno una rete di supporto che possa essere preventiva delle situazioni di disagio e che faccia rumore nel silenzio assordante delle istituzioni.

Alla base di tutte queste attività ci sono precise scelte politiche discusse in modo appassionato e faticoso tutte le settimane, con l’obiettivo comune di mantenere orizzontalità e partecipazione. È impossibile non chiedersi se la nostra attività – come tutte le attività volontarie –  non regali un alibi allo Stato per continuare a ignorare i bisogni dei cittadini: continuare a farsi questa domanda è necessario per trasformare il territorio in mappa.

Non si tratta, quindi, soltanto di rispondere alle necessità, ma di farlo con un intento politico di critica a un sistema inadeguato, coercitivo, concentrato sul mantenere il potere. È fondamentale chiamare ogni professionista della salute mentale ad interrogarsi sul proprio ruolo, evidenziando le criticità e portando alla luce riflessioni che sono state fatte più di quarant’anni fa e che sono ancora attuali.

[Alt Text: Carlo Zinelli, Senza titolo. Il lato dell'opera su fondo chiaro è riempita in ogni suo spazio da figure umane di diverse dimensioni e colori, a volte in piedi altre sedute o in piedi su imbarcazioni, casette e animali. I toni principali sono il verde scuro acceso, verde acqua, giallo chiaro, giallo scuro, arancione e nero. La varietà di colori e di dimensioni delle figure dona un grande ritmo all'opera, quasi musicale e a volte chiassoso. Al centro, leggermente spostato sulla destra una figura umana verde è quella che occupa più spazio nell'opera, sta in piedi sopra una cesta gialla dentro a cui un uccellino sembra chiuso dietro a delle sbarre. Carlo Zinelli è stato un artista veronese, tra i più celebri di quell'arte conosciuta con il nome di Art Brut. Dopo diversi ricoveri e dieci anni di isolamento quasi totale al manicomio di S. Giacomo alla Tomba, alla fine degli anni 50 accede all'atelier di pittura aperto dentro alla struttura, dove dipinge quasi instancabilmente per 17 anni, creando opere abitate da personaggi talvolta inquietanti, spazi affollati con ritmi incalzanti e agitati.]

Qualche tempo fa  abbiamo ricevuto un commento sulla nostra pagina Facebook che ci chiedeva perché avessimo scelto il nome Basaglia e non Antonucci. “Basaglia era un riformista, non un rivoluzionario”. Cosa vuol dire prendere una posizione antipsichiatrica oggi?

Non abbiamo una risposta unica, stiamo costruendo un dialogo. Far parte di un collettivo significa questo: condividere la necessità di prendere una posizione forte contro un sistema che non risponde alle esigenze del paziente e quando invece lo fa mantiene, nonostante la legge Basaglia, una deriva controllante e coercitiva.

Con la legge 180 è stato raggiunto un risultato straordinario, ma non basta: a livello politico è andata calando l’attenzione rispetto alle condizioni delle persone nei reparti psichiatrici, cosa succeda durante i TSO (qui un articolo molto interessante di Piero Cipriano che è uno degli psichiatri militanti che nel panorama antipsichiatrico non si pongono a favore dell’eliminazione totale del TSO) e in quanti reparti esista ancora la pratica della contenzione.

Il sistema diagnostico psichiatrico è ancora pieno di storture contro cui bisogna lottare, in primis come professionistə della cura. Tante voci e tantə professionistə (con esperienze di formazione e lavorative diverse) fanno emergere domande più che risposte: ci interroghiamo noi per restituire alla comunità i quesiti e costruire luoghi – online e offline – dove affrontarli e dibatterli, stando anche nel disaccordo.

Il dibattito è necessario anche su una figura come Basaglia: lasciamo che emerga una discussione complessa che valorizzi i temi antipsichiatrici. Allo stesso tempo, a poche settimane dall’anniversario della legge troviamo che rileggere Basaglia oggi sia necessario e ancora attuale: i suoi testi e la sua esperienza clinica ci hanno mostrato come le questioni psichiatriche non siano solo cliniche, ma abbiano a che fare anche con la politica, la povertà, le oppressioni e la comunità. La riflessione teorica e metapsicologica che dovrebbe guidare ogni professionista della salute mentale nel momento in cui sceglie una professione di cura è anche politica. Cosa ci guida? Basaglia ci ha mostrato che la nostra professione necessita di una continua messa in discussione umana e politica perché la lotta non è ancora finita: rimettiamo la salute mentale al centro del dibattito.

Il centralino della Brigata Basaglia è attivo dal lunedì al venerdì, dalle ore 12:00 alle 14:30 e dalle 19:00 alle 21:30, al numero 02 8239 6915. Puoi raggiungerlə anche attraverso i canali social o scrivendo all’indirizzo brigatabasagliamilano@gmail.com.

Su questo canale Telegram parlano di politica e salute mentale.


Dalla newsletter Guastafeste, una riflessione sulla riarticolazione della vulnerabilità femminile che prende le mosse dal pensiero di Butler e finisce ad analizzare la relazione amicale tra Lenù e Lila nella saga L’amica geniale di Elena Ferrante.

Breve intervista all’artista Flaccidia.

Una rassegna di vignette pubblicate dalla stampa italiana nel 1933 dopo la costituzione del Gruppo Calcistico Femminile di Milano. Quanto sono differenti dai toni adoperati nel 2019 per commentare il campionato mondiale di calcio femminile?

Riflessioni importanti: essere soggetto non-binary e donna nera.

La classe lavoratrice italiana in solidarietà concreta con la Palestina: a Livorno i portuali hanno rifiutato di caricare una nave che avrebbe trasportato armi in Israele, mentre a Ravenna le maggiori sigle sindacali hanno proclamato uno sciopero costringendo l’armatore a rinunciare a imbarcare container con materiale bellico diretti ad Ashdod.

Si trova ancora in condizioni critiche Sasha Johnson, conosciuta internazionalmente come “La Pantera Nera di Oxford”, giovane attivista per i diritti della comunità nera britannica e mondiale, recentemente colpita alla testa con un’arma da fuoco nella zona sud di Londra. Divenuta famosa per la sua leadership del movimento #BlackLivesMatter sul territorio e oggi figura di riferimento per un cambiamento possibile a livello governativo oltre che sociale, Johnson è nel comitato organizzativo del partito (co-fondato dalla stessa Johnson in Ottobre) Taking The Initiative (TTIP) che ha rilasciato un commento sull’accaduto perché la polizia non ignorasse le diverse minacce di morte antecedenti l’aggressione, così come anche i commenti razzisti che ne sono seguiti. 


Eoin Higgins ha intervistato, per la sua newsletter, la giovane artista gazawa Malak Mattar.

Ho vissuto per quindici anni sotto l'occupazione. Non riesco a ricordare se ho mai goduto di un'ora intera di elettricità... Non sono veramente pronta a vivere altri quindici anni in questa situazione. E ora la città sta venendo cancellata, i punti di riferimento della città vengono cancellati. Ho timore di camminare per le strade di Gaza e le strade dei posti più importanti, a cui sono legata dai miei ricordi più belli. E di non essere più in grado di riconoscerle.

[Alt Text: dipinto The Last Scene Before Flying with the Dove to Paradise, di Malak Mattar. Una bambina palestinese, che indossa un abitino bianco e cammina scalza e a occhi chiusi, fa volare una colomba.]

La recente crisi in Palestina, scatenata dalla violenza dei coloni nel quartiere di Gerusalemme Sheikh Jarrah e in un secondo momento da giorni e giorni di pesanti bombardamenti a Gaza, ha fatto riafforare la questone palestinese nel dibattito pubblico. Ma questa volta la conversazione è diversa, scrive Sarah Leah Whitson commentando il panorama statunitense su The American Prospect. Certamente c'è ancora molto lavoro da fare, soprattutto per contrastare un linguaggio mediatico inadatto e i falsi miti che circolano da anni (per un serio debunking, puoi ascoltare questo podcast). Tuttavia, questa volta stanno circolando parole diverse dai soliti "diritto a esistere", "legittima difesa", "conflitto" e "razzi di Hamas", che pure imperversano nei notiziari e nei quotidiani. Per la prima volta si parla in modo diffuso anche di apartheid, genocidio e occupazione coloniale. Finalmente i palestinesi hanno la possibilità, per buona parte grazie (ma anche nonostante) ai social media, di dare testimonianza diretta delle loro vite sotto l'occupazione e sotto i bombardamenti, e di contrastare di persona i benaltrismi e le false equivalenze propugnate dai media mainstream. Per esempio, in questa intervista Mohammed el-Kurd, residente proprio a Sheikh Jarrah, sa subito come rispondere alla giornalista che gli chiede di dissociarsi dalle “proteste violente” sorte in seguito ai tentativi di esproprio occorsi nel suo quartiere:

Inoltre, il fatto che le redazioni e le istituzioni comprendano un sempre maggior numero di persone non bianche, arabe e musulmane si è rivelato determinante per spezzare una narrazione perlopiù a senso unico. Scrive Whitson:

Mentre in passato i fedelissimi di Israele erano in grado di esercitare il proprio potere, la propria influenza e la propria ricchezza per fare in modo che a queste voci fosse negata una piattaforma, che venissero allontanate dai loro posti di lavoro nell'informazione, o comunque oscurate professionalmente, queste voci, eterogenee e critiche, sono semplicemente diventate troppe per poter essere stroncate.

E in Italia? L’impressione è che i mezzi di informazione fatichino a registrare l’accresciuta sensibilità sulla questione palestinese. I presidi e i cortei di solidarietà che si sono tenuti in diverse città a metà mese sono stati molto partecipati, soprattutto grazie alla presenza di giovanissimx e migranti di seconda generazione, ma non hanno guadagnato molti servizi televisivi o pagine di giornali. Il lavoro militante dei Giovani Palestinesi d'Italia e progetti divulgativi come quello di Rhanda Ghazy faticano a forare la bolla dei social network e guadagnare platee più ampie. Il movimento BDS, pur nonviolento e antirazzista per statuto, è generalmente osteggiato e considerato antisemita. Tuttavia, i giorni di fuoco in cui il social media manager di Repubblica ha dovuto rendere conto su Twitter della copertura grottescamente filoisraeliana del quotidiano assomigliano all'inizio di un cambiamento, a cui possiamo contribuire mantenendo alta la pressione sulle redazioni e pretendendo una proposta informativa più accurata.


FATTO DA NOI

Durante il festival We Women, che si terrà dall’11 al 13 giugno presso la Fondazione Feltrinelli di Milano, sarà possibile consultare progetti realizzati da collettivi e realtà femministe indipendenti, tra cui una selezione degli articoli e degli speciali di Ghinea. Il materiale sarà disponibile in formato digitale e potrà essere scaricato scansionando il codice QR che troverai sui totem presenti nelle aree adibite agli eventi. 

FATTO DA VOI

Dietro le femministe contrarie al DDL Zan si nasconde la transfobia, scrive Antonia Caruso su Domani.

Martina Neglia ha scritto di Bella di papà per la rivista La Balena Bianca

A proposito di Bella di papà, Livia Franchini ha intervistato l’autrice Katherine Angel.

Su Limina puoi leggere una recensione di Le divoratrici di Lara Williams scritta da Giorgia Maurovich.

Federica Arenare ha moderato per il RiFestival di Bologna un incontro a tema “Desiderio e Resistenza”. In conversazione: Valentine aka Fluida Wolf, Elisa Cuter e Claudia Attimonelli.

UN LIBRO 

Un dettaglio minore, di Adania Shibli (La nave di Teseo, 2021, traduzione di Monica Ruocco)

[Alt Text: la copertina in monocromia verde acido di Un dettaglio minore raffigura le tracce di un veicolo che attraversano un territorio desertico fino a scomparire all’orizzonte.]

Il fatto al centro del terzo romanzo della scrittrice palestinese Adania Shibli, Un dettaglio minore, si riassume in poche parole: nel 1949 una giovane beduina viene rapita da una piccola truppa israeliana impegnata in operazioni di sorveglianza del confine tra Israele ed Egitto, nel deserto del Negev. Dopo una breve e umiliante prigionia i militari violentano e uccidono la ragazza, per poi gettarne il cadavere in un pozzo. La domanda che il romanzo pone è invece: in quanti modi può essere raccontata questa vicenda? La testata israeliana Haaretz la racconta con un titolo a effetto e molti particolari, spiegando che la rimozione anche violenta dei beduini dall'area interessata era prassi comune per impedire l'arrivo di possibili infiltrati dall'Egitto e rafforzare il controllo sul confine. All'interno del pezzo viene anche citato il resoconto dell'ufficiale che ordinò l'esecuzione della ragazza, quattro righe sbrigative che liquidano la faccenda così:

Durante la mia pattuglia, ho incontrato degli arabi nel territorio sotto il mio controllo, uno dei quali armato. Ho ucciso subito l'arabo armato e ho preso possesso della sua arma. Ho imprigionato la donna araba. La prima notte i soldati l'hanno violentata e il giorno successivo ho ritenuto opportuno farla sparire. 

Alla maniera giornalistica, Haaretz riporta gli eventi con sufficiente oggettività e restituisce una narrazione unitaria, supportata da testimonianze e senza crepe. Non è così per Shibli, che invece frattura la storia e ne dà due versioni. La prima parte del romanzo segue il capitano della truppa dall'installazione dell'accampamento all'esecuzione dell'omicidio, con una scrittura che imita la brevità metodica del rapporto originale citato da Haaretz. La seconda parte si concentra su un'anonima ragazza di Ramallah che molti anni dopo legge l'articolo pubblicato sul quotidiano e intraprende un viaggio in auto verso il deserto del Negev e l'insediamento di Nirim, alla ricerca della "verità assoluta sulla storia di questa ragazza, che l'articolo non rivela". Questa divisione ricalca quella tra israeliani e palestinesi, tra sopraffazione e paura, tra la supremazia dei militari armati e le possibilità di resistenza dei civili, e ne rispetta l'asimmetria. I due tronconi del romanzo differiscono enormemente, soprattutto per sforzo introspettivo e andamento della narrazione, perché non può esserci paragone tra l'esperienza di un ufficiale israeliano, incaricato di mantenere il controllo di un territorio a qualunque costo, e quella di una giovane ricercatrice palestinese, costretta a usare i documenti di una collega per spostarsi all'interno del paese e sempre ansiosa di essere scoperta e punita. Allo stesso tempo, però, queste due esperienze avvengono negli stessi luoghi, in una terra che sia palestinesi che israeliani hanno abitato e continuano ad abitare, e dunque il romanzo è attraversato da alcuni elementi che ricorrono in entrambe le parti (un cane che ulula, l'odore della benzina, le alture sabbiose), mantenendo visibile il legame fra le due storie e agendo, nella ripetizione, da moltiplicatori di orrore ma anche da sinistri presagi. 

Spingersi verso il Negev per investigare un episodio avvenuto settant'anni prima significa interrogare lo stesso atto fondativo di Israele. L'area desertica del Negev fa parte del territorio dello stato sin dalla sua creazione, avvenuta appena un anno prima dell'uccisione della beduina e caratterizzata da altrettanta brutalità: la ricorrenza della Nakba ("catastrofe") ricorda ogni 15 maggio proprio la violenta espulsione di settecentomila palestinesi dalle loro città e dai loro villaggi, nei quali a tutt'oggi non hanno il permesso di fare ritorno. La singola sparizione di una ragazza, scaraventata dai soldati in un pozzo che la terrà per sempre nascosta, contiene in sé la sparizione della maggioranza della popolazione nativa, che quegli stessi soldati hanno sospinto fuori dai confini di uno stato in cui non è mai più stata desiderata né accolta, ma neppure ricordata (nel 2011 il parlamento israeliano ha approvato una legge che prevede tagli dei finanziamenti pubblici a gruppi e associazioni che organizzino o prendano parte a eventi e attività tesi a negare la legittimità dello stato di Israele, e tra queste attività figura anche la commemorazione della Nakba).

[Alt Text: cartina dei territori palestinesi suddivisi nelle zone determinate dagli accordi di Oslo. La ragazza parte da Ramallah, che si trova nella zona A, e deve arrivare a sud, al confine con l'Egitto. Fonte.]

Lo sdoppiamento del punto di vista non riguarda l'inconoscibilità, se non l'inesistenza, del vero. Se proprio, dimostra che il vero che si afferma, diventa narrabile e nell'iterazione del racconto continua a consolidarsi è prima di tutto una questione di rapporti di forza. Per la Palestina come per tutte le terre colonizzate, sono la relazione verticale tra oppressore e oppresso e quella orizzontale tra Israele e i suoi alleati a modellare una realtà in cui la verità sionista schiaccia e annulla quella palestinese, riducendola a bugia, minuzia, per l'appunto dettaglio. La continua predazione ai danni del popolo palestinese viaggia su due binari: quello materiale della terra, occupata e nel tempo disgregata in bantustan che mai potranno essere stato unitario, e quello discorsivo della possibilità di narrarsi che Edward Said descrive ne La questione palestinese (1992). Servendosi delle tesi già elaborate nel suo Orientalismo (1978), secondo cui uno dei fattori chiave della legittimazione di pratiche coloniali e imperialiste è la narrazione prodotta dalle potenze occidentali attorno ai paesi e ai popoli sfruttati, Said osserva come la prospettiva sionista sia diventata maggioritaria, e per questo sia finita per coincidere con quella adottata dall'Occidente liberale. Col passare del tempo il sionista è infatti riuscito a diventare "l'unica persona in Palestina", e lo ha fatto grazie alla riproposizione di vecchi stereotipi negativi sull'arabo/palestinese ("orientale, decadente, inferiore") e alla continua repressione interna. Non è un caso che il controllo sul dibattito pubblico in Israele e nei suoi più prossimi alleati sia ancora oggi ferreo, come dimostrano l'intransigenza verso i maggiori movimenti per i diritti del popolo palestinese o le numerose restrizioni in fatto di libertà accademica (in questo senso è esemplare la vicenda dello storico israeliano Ilan Pappé, allontanato dalla sua università per aver inquadrato la Nakba come atto di pulizia etnica). 

L'impronta gramsciana nel pensiero di Said gli permette di intuire che l'egemonia sionista ha anche a che vedere con queste "manovre di ostruzione" tra i palestinesi e il mondo, e che "la questione della rappresentazione", tutt'altro che astratta, ha delle gravi ricadute politiche. La mancata rappresentazione è per esempio la ragione per cui l'Occidente tende a considerare i palestinesi come vittime inermi a cui mandare aiuti umanitari, anziché un popolo oppresso da affiancare nella sua lotta per la liberazione. O per cui i rappresentanti palestinesi sono spesso esclusi dai tavoli delle trattative, come Said stesso nota ancora in Who would speak for the Palestinians?, un breve testo del 1985 (poi incluso nel volume The Politics of Dispossession: The Struggle for Palestinian Self-Determination: 1969-1994) in cui commenta dei tentativi di negoziazione tra Giordania, Israele e Palestina, trovandoli assai sbilanciati a sfavore di quest'ultima.

C'è una costante nel racconto della questione palestinese: lo elabora Israele, lo accoglie un Occidente ignaro o indifferente alla sua parzialità, ed entrambi tentano di imporlo ai palestinesi. La ragazza di Ramallah si dirige verso il Negev proprio perché rifiuta la storia ufficiale dell'omicidio della beduina, che immagina inattendibile proprio come tutte le altre storie ufficiali sugli omicidi perpetrati ai danni del suo popolo, e per questo avverte la responsabilità di scoprire quella autentica. Ma il suo viaggio si rivela erratico e difficile non soltanto per la divisione militarizzata del territorio, che dilata il tempo necessario per gli spostamenti e punteggia il tragitto di tappe e checkpoint che non è affatto scontato riuscire ad attraversare, ma anche per la dissonanza cognitiva ormai integrata nell'esperienza del palestinese, continuamente definito da parole che non riconosce come proprie. Mentre il resoconto fornito adottando il punto di vista dell'ufficiale israeliano è distaccato e non si attiene che ai fatti, la quest della ragazza di Ramallah ha a che vedere con l'urgenza di cercare una verità a oggi ignota, che di certo un quotidiano israeliano non saprà mai raccontare. Pertanto, non ha alcun fatto accertato da registrare: solo dubbi, ricerche che conducono a luoghi ormai scomparsi, vicoli ciechi e buchi nell'acqua. Tra la morte della ragazza beduina e la pubblicazione dell'articolo sono trascorsi decenni di distruzioni: di territori, di palazzi, di famiglie – e dell'indigeno. La ragazza di Ramallah attraversa il paese e attraversa la storia, districandosi tra omissioni e riscritture, proprio per ritrovare nella beduina l'indigeno ancora integro, ancora soggetto, non ancora argomento di cui parlare o ingombro di cui disporre. Ma quell'indigeno non esiste più.

La costruzione di una storia ufficiale in grado di supportare rivendicazioni nazionalistiche e coloniali prevede anche un intervento mirato sul territorio, perché è lì che si trovano le prove della legittimità delle pretese sioniste. Questo è il motivo per cui, per esempio, la ricerca archeologica ha rivestito un ruolo essenziale nella moderna mitopoiesi della terra promessa, ed è stata a lungo finanziata dall'IDF e promossa dai mezzi di informazione. Inoltre, mentre sin dalla fine del XIX secolo gli scavi portavano alla luce manufatti, necropoli e luoghi di culto che sempre di più ancoravano il popolo alla terra, già a partire dai primi insediamenti e in modo definitivo dopo la creazione dello stato di Israele nel 1948 quella stessa terra subiva una trasformazione topografica, che sostituiva i nomi di villaggi, città, fiumi, montagne – e di fatto annientava la storia della presenza della popolazione indigena. Se vuole arrivare a Nirim, la ragazza di Ramallah deve portare con sé più cartine geografiche, per orientarsi nelle quattro zone del territorio palestinese e per poter confrontare la Palestina di allora con quella di oggi. Ma tra le cartine non c'è alcuna corrispondenza, a conferma della violenza dell'occupazione che tutto distrugge.

Apro di nuovo la carta della Palestina del 1948 e faccio scorrere lo sguardo sui nomi dei numerosi villaggi palestinesi distrutti quello stesso anno dopo l’espulsione dei loro abitanti. Ne riconosco molti, alcuni dei miei colleghi e conoscenti sono originari di lì [...]. Guardo di nuovo la carta israeliana. Una grandissima zona verde, il Canada Park, copre l’area dove si trovavano tutti quei villaggi palestinesi.

In più occasioni la ragazza consulta le cartine per cercare centri abitati o determinare la propria posizione, ma le mappe israeliane, così come il quotidiano Haaretz, non sono state scritte per lei e dunque non possono esserle di alcun aiuto. Ciò che tutti sanno del Negev – ciò che è sopravvissuto nel ricordo collettivo e non è rimasto sullo sfondo come dettaglio minore – non è che nel 1949 alcuni militari israeliani stuprarono e uccisero una ragazza del posto, bensì che tre anni prima vi erano sorti undici insediamenti che avrebbero permesso di includere l'area nel futuro stato di Israele. Allo stesso modo, ciò che occorre sapere del territorio palestinese – i confini, la divisione in zone, la nuova topografia – è ora riportato solo sulle cartine israeliane che però nulla raccontano del prima, che nemmeno riconoscono l'esistenza di un prima. 

[Alt Text: mappa del villaggio palestinese di Jimzu, che fu distrutto come molti altri nel 1948, disegnata a mano e seguendo i propri ricordi da Ahmed Issa Ibrahim, uno dei suoi abitanti. Poco dopo la demolizione del villaggio, nella stessa area fu creato un insediamento per cui questa mappa, che naturalmente mantiene i nomi arabi, non ha più una corrispondenza reale. Fonte.]

C’è allora un’ineluttabilità tragica nel destino della ragazza, ed è lampante nel momento in cui, attirata da un dettaglio minore (la giovane beduina è morta esattamente venticinque anni prima della sua nascita), si mette alla ricerca di una donna che decenni di caparbia storiografia ufficiale si sono impegnati per far scomparire, in un luogo che altrettanti decenni di occupazione hanno trasfigurato e reso irriconoscibile. Con simili premesse, la sua missione non può che fallire ancor prima di avere inizio. Come si può trovare qualcosa che è svanito da tempo? Se una "verità assoluta" sulla tragedia della beduina assassinata esiste, se ne esiste una sulla catastrofe del 1948, è che ogni tentativo di risalirvi non può che condurre alla presa di coscienza dell'impossibilità di farlo. La creazione di una storia egemone è un processo sempre in corso, un'opera che non può permettersi di arrivare a una conclusione ma deve continuamente occuparsi di riaffermare, mistificare ed escludere ogni elemento eversivo. E proprio tra questi ingranaggi così ben oliati la vicenda della ragazza, così come quella della beduina, dovrà scomparire.


Ringraziamo la Brigata Basaglia per averci parlato del loro attivismo e speriamo che il loro lavoro sul territorio, così importante, possa essere di buon esempio in molte altre città italiane. Noi ci leggiamo a fine giugno!

Un abbraccio!

Francesca, Gloria e Marzia


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