La ghinea di gennaio

Bentornat_ per la prima Ghinea “ordinaria” del 2020, la ventiduesima insieme a sei speciali da quando abbiamo inviato la prima Ghinea, il 30 aprile 2018. Abbiamo iniziato in tre – Gloria, Francesca e Marzia – come progetto all’interno della rivista letteraria inutile. Volevamo parlare di femminismo in maniera approfondita, politica, e condividere, gratuitamente, le risorse con cui ci stavamo educando. Abbiamo scelto il nome Ghinea come omaggio a Virginia Woolf, che è stata un riferimento fondamentale per ognuna di noi, e come riferimento al suo saggio del 1938 Le tre ghinee. Alle richieste di modeste offerte in denaro per fondi dedicati al sostegno di cause femminili, Woolf risponde con i suoi saggi, uno per ogni ghinea chiesta, in cui identifica l’origine del fascismo nelle strutture patriarcali e si chiede se le donne, una volta assicurato l’accesso all’educazione, alle professioni e ai ruoli più prestigiosi, saranno in grado di usare il loro potere in maniera diversa dagli uomini. Ogni mese, ogni ghinea cerca di offrire strumenti di riflessione, materiali per educarsi e smarcarsi dalle derive “pop” e commerciali: è il nostro modesto contributo alla causa. Oggi siamo un progetto indipendente e a zero-budget – immateriale, gratis, liberamente condivisibile – che facciamo perché tempo e risorse ce lo consentono, e a cui tante persone contribuiscono con il loro tempo e lavoro. L’archivio contiene tutto quello che abbiamo scritto.

Questo mese ospitiamo Ludovica C., che ha ascoltato il podcast Believed. Ludovica propone una riflessione sul caso Larry Nassar e sulla necessità imperativa di creare un clima di fiducia nel quale le donne e le ragazzine possano essere ascoltate e credute, anziché giudicate e ignorate, quando si aprono su abusi subiti. 

Inoltre, occhio al calendario: il 29 febbraio saremo alla Libreria delle Donne di Bologna per una tavola rotonda su progetti femministi indipendenti e va da sé che sei invitat* anche tu. Buona lettura!

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Nella letteratura romantica è centrale la figura del viaggiatore, l’uomo che si sposta “non solo per sfuggire alle restrizioni e alle pressioni della vita quotidiana ma anche per ‘scoprire’ un sé essenziale che crede celato sotto strati di condizionamenti sociali e finzione”. E la viaggiatrice? Ingrid Horrocks ne ha scritto in Women wanderers and the writing of mobility, 1784-1814 e ne discute nel podcast Time to eat the dogs, concentrandosi sul racconto di viaggio fatto da scrittrici come Charlotte Smith, Mary Wollstonecraft e Fanny Burney per evidenziare il legame tra mobilità e libertà e come esso, allora come oggi, sia soggiacente al genere di chi viaggia. 

[Alt Text: sovrapposizione su fondo rosa pastello tra il volto della poetessa Charlotte Smith e gli itinerari dei numerosi viaggi della sua vita, affrontati per necessità più che per piacere. Smith fu infatti una donna separata con molti figli a carico, che manteneva scrivendo, e spesso era costretta a fuggire dai luoghi in cui non poteva più permettersi di pagare l’affitto. La traccia dei suoi spostamenti è ora una mappa interattiva, curata da Elizabeth Dolan.]

L’8 marzo si avvicina e questo significa solo una cosa: si scende in piazza.

Nella Ghinea di gennaio 2019 riflettevamo sul significato della giornata della memoria, ricordavamo l’artista Charlotte Salomon e parlavamo del campo di concentramento per sole donne di Ravensbrück. 

Olocausto e mestruazioni: amenorrea da stress, il mercato di stracci e pezzuole, avere il menarca nel campo e ricevere conforto e informazioni dalle prigioniere più grandi.  

Il supplemento dell'ultimo numero di DWF - Donna Woman Femme è la traduzione in italiano della raccolta di racconti Waqfet Banat, storie di donne lesbiche palestinesi pubblicate nel 2010 dal centro femminista Aswat. Il numero è acquistabile qui.

Qual è il rapporto delle donne con la narrativa? Helen Taylor, autrice di Why women read fiction. The stories of our lives, traccia una breve storia dell’accesso femminile alla letteratura. Per molto tempo alle donne non è stato richiesto né consentito di essere particolarmente colte, finché la nascita e la diffusione capillare del romanzo nel XVIII e XIX secolo non hanno scatenato una sorta di “panico morale”: tra fantasticare e desiderare il passo è infatti breve, e la possibilità che le donne potessero avere accesso a mondi immaginari ed eroine libere e volitive era troppo rischiosa. Anche ora che le donne leggonopiù degli uomini, gli strascichi delle antiche preoccupazioni permangono, spesso sotto forma di disdegno nei confronti delle lettrici. Un esempio fra i tanti elencati da Taylor: tra tutta la letteratura di genere nessuna gode di scarso credito quanto quella rivolta a un pubblico femminile (romanzi d’amore ed erotici).


Se hai preso in considerazione l’ipotesi di acquistare le ultrasponsorizzate mutande Thinx che promettono di liberarti dalla schiavitù dell’assorbente, svuota per un attimo il carrello. Jessian Choy di The Sierra Clubha fatto analizzare i capi in laboratorio e ha scoperto che contengono PFAS, sostanze chimiche tossiche (puoi leggere della lotta delle mamme no PFAS contro la contaminazione delle acque pubbliche vicentine nella Ghinea di marzo). L’azienda in questione, impegnata in un marketing sui social piuttosto aggressivo, fa leva sulla parola jolly organic, da contrapporre ad assorbenti e tamponi tradizionali di produzione industriale e avvolti in involucri di plastica, e sulla preferibilità di un prodotto pensato da donne non solo per le donne ma per tutte le persone che abbiano le mestruazioni (è persino possibile acquistare delle mutande marchiate “patriarchy-proof”, a prova di patriarcato). 

Avevamo già parlato con sospetto di Thinx nella Ghinea di giugno 2018, nello specifico del controverso atteggiamento della ex-CEO Miki Agrawal (all’epoco autodefinitasi Sh-EO) rispetto ai risicati permessi per maternità concessi alle dipendenti e ai mancati provvedimenti in materia di molestie sessuali sul luogo di lavoro. Nonostante il marketing superficialmente inclusivo rivolto a “persone che sanguinano”, già allora era chiaro il pink washing in atto.  Thinx è solo una delle tante aziende che rubano e riciclano parole e concetti di attivistx e movimenti per posizionarsi sul mercato e incentivare le vendite, ma è sempre bene ricordare che non tutto ciò che è fatto da donne è automaticamente femminista e soprattutto che non può esistere nessun brand femminista dal momento che  “il femminismo è una prospettiva e un obiettivo, non una scarpa”. 


Le femministe brutte, pelose e cattive bruciano i reggiseni! Nì. Il mito dei falò di biancheria intima risale al 7 settembre 1968, quando un gruppo di manifestanti femministe, le New York Radical Women, organizzò una protesta a Atlantic City (NJ), in Kennedy Plaza, davanti al centro congressi in cui si stava svolgendo il concorso di bellezza Miss America. Le manifestanti portarono a spasso al guinzaglio una pecora infiocchettata e adornata con la fascia “Miss America”, ma istituirono anche un Freedom Trash Can, un “bidone della libertà”, in cui gettare tutti i simboli della tortura patriarcale: non solo reggiseni, anche corsetti, giarrettiere, scarpe con tacco alto, ciglia finte, calze di nylon, copie delle riviste Playboy e Cosmopolitan, pentole, padelle, scope e stracci, lacca e arricciacapelli, pare anche una bottiglia di detersivo per i piatti. Non è chiaro se fu effettivamente dato fuoco al bidone delle libertà: le testimonianze delle partecipanti sono in larga parte concordi sul valore simbolico del bidone (le autorità presenti non avrebbero autorizzato un fuoco libero sul suolo pubblico, e non dimentichiamo che nel bidone erano finiti tessuti sintetici e bombolette di lacca), mentre qualcuna ricorda una piccola fiamma prontamente estinta. In un primo momento le organizzatrici stesse promossero l’idea del rogo di protesta, ma la pubblicità si ritorse in fretta contro di loro, dato che i commentatori dell’epoca adottarono subito l’epiteto “bra-burning” (“brucia-reggiseno”) per ridicolizzare le proteste dell’allora attivissimo Women’s Liberation Movement. Una tattica e un’icona che funzionano bene ancora oggi, adatte sia allo svilimento benaltrista che agli allarmi contro le feminazi-gender-separatiste-anti-uomini. Alcune risorse per imparare di più sul mito statunitense dei reggiseni bruciati:Teen Vogue,Media Myth Alert,Time, BBC, Wikipedia, NPR, Nimia, l’archivio dei materiali del Women’s Liberation Movement, Internet Archive.

Degno di nota, però, è il collettivo neerlandese Dolle Mina, che negli anni ‘70 organizzò diverse proteste per rivendicare diritti e attirare l’attenzione sulle disparità di genere, tra le quasi un probabile falò di reggiseni il 23 gennaio 1970. Le notizia al riguardo sono scarse o disponibili in lingue che non padroneggiamo – a riprova dell’egemonia linguistica e culturale legata alla storiografia femminista americana e anglocentrica – ma le gesta del collettivo sono ricordate in un documentario, nell’archivio dell’Istituto per la parità di genere e storia delle donne di Amsterdam (che contiene interviste audio alle militanti), un articolo in inglese di History Today, e uno in italiano di Ultima Voce.

[Alcune manifestanti protestano contro il concorso di bellezza Miss America 1968 gettando i loro reggiseni nel freedom trash can, il bidone delle libertà a cui forse diedero fuoco, ma probabilmente no. Fonte.]

È uscito il trailer della serie BBC/Hulu tratta dal Grande Romanzo Millennial di Sally Rooney, Normal People. Abbiamo parlato (senza grande entusiasmo) del libro appena dopo la sua uscita, nella Ghinea di settembre 2018. Siamo ancora di quell’idea. 

In una scena di Normal People, il secondo romanzo di Sally Rooney uscito a fine agosto [2018], la protagonista Marianne si scotta le spalle ad una marcia contro l’occupazione di Gaza. In mezzo alla marea di persone in marcia lungo il fiume Liffey si sente piccola e impotente, la frenesia di fermare le violenze dei forti contro i deboli si è ridimensionata in un ricordo dell’adolescenza, e la sera quando in macchina il suo amore di scuola Connell le dice che la ama, Marianne annuisce, così stanca che risponde solo “anch’io”. Normal People è una stringa di episodi senza trama, scene unite da contingenze più o meno avverse e sentimenti altalenanti. Connell e Marianne si conoscono a scuola e non riescono più a staccarsi, nonostante lui sia il bello (ma dal cuore buono) e lei la secchiona isolata (ma con un certo fascino). 

Quando entrambi iniziano a frequentare un’università prestigiosa presso la quale si invitano esponenti neo-nazisti a parlare in nome della libertà d’espressione, i ruoli si invertono, l’attaccamento tra i due si modifica, ma resiste. L’estate prima di iniziare l’università Marianne l’aveva passata leggendo articoli sulla Siria e grafici sulla crisi del debito sovrano europeo, facendo pausa per bere caffè o masturbarsi. Connell legge in biblioteca fino a chiusura, ma ai reading di poesia ha pensieri del tipo:

cultura come esibizione di classe, letteratura feticizzata per la sua abilità di condurre gente con un’educazione verso falsi viaggi emozionali, così che poi possa sentirsi superiore alle persone che non hanno studiato e dei cui viaggi emozionali ama leggere. 

Poco prima di chiudere il suo account Twitter, [nell’estate 2018, prima dell’uscita del libro], Rooney ha pubblicato un pensiero sulla linea di “i romanzieri godono di troppo credito sociale”, ora impossibile da verificare, ma evidentemente un’idea ricorrente, che pare Rooney abbia riproposto, parafrasata, durante un’intervista (“novelists are over-glamorized”). Il radicalismo discreto di Rooney è cosa nota – l’aperto sostegno della campagna per il Repeal al referendum irlandese [del 25 maggio 2018], l’inclinazione marxista verso progetti di ridistribuzione della ricchezza – sempre ben articolato inprofilieinterviste, e ormai ritenuto cifra stilistica dei suoi romanzi. 

Nel saggio The Prevention of Literature (1946) George Orwell riflette sui libri scritti in tempi politici incerti e meschini, chiedendosi “ma com’è che si arriva a scrivere un libro? Ad un livello piuttosto basso, la letteratura è un tentativo di influenzare la visione dei propri contemporanei documentando l’esperienza”. Il mondo ultra politicizzato di Rooney è tutto costruito su accenni a passaggi in auto trascorsi ascoltando i Vampire Weekend e disquisendo di strategia reaganiana, e i battibecchi sul valore morale del lavoro e su che cosa sia più reale, se il tempo o il denaro, avvengono al telefono, mentre si comparano snack alla frutta secca lungo una corsia di supermercato. 

Sempre si tratta, però, di un impegno politico nominale, affermato sparpagliando trending topics senza mai descriverli o svilupparli, selezionando dettagli culturali che abbelliscono, suggeriscono profondità senza però intaccare l’intrattenimento della storia romantica. Un po’ come succede al catalogo di vestiti menzionati in Normal People – uniformi scolastiche generiche, gonne “grigie” o “di velluto” abbinate a “una blusa leggera” o “un maglione”, camicie e vestiti “bianchi”, un “indumento lungo e sformato come un vestito premaman” – l’attivismo, la ricerca, il dibattito sono nominati, denotati pure, ma mai staccati dallo sfondo, caratterizzano senza entrare nella trama. Rooney tratta la politica un po’ come fa funzionare la bellezza di Marianne, facendoci presumere che esista, seppure la neghi di continuo: Marianne non è “mai stata brutta” la rassicura Connell, che però non le risponde quando gli chiede “mi trovi ancora bella?”, e guardandola in fotografia pensa “non sembra solo insignificante, ma è di una bruttezza clamorosa quando davanti all’obiettivo scopre quei denti storti come un ratto”. In un altro saggio del 1946, Some Thoughts on the Common Toad, George Orwell si chiede: 

C’è malizia nel trarre piacere dalla primavera e dagli altri cambi di stagione? Per essere più precisi, è politicamente riprovevole, mentre tutti gemiamo, o per lo meno, dovremmo gemere, sotto i ceppi del sistema capitalista, dimostrare quanto la vita di solito diventi più meritevole di essere vissuta grazie al merlo che canta, all’albero di tasso che ingiallisce a ottobre, o qualche altro fenomeno naturale che non costa denaro e non possiede quello che i redattori dei giornali di sinistra chiamano prospettiva di classe?

C’è un diletto, nelle descrizioni minimali di Rooney, che raccoglie in egual misura la pressione di stare al passo con l’attualità politica – covando un’opinione, misurando teorie contrarie, dimostrando un occhio fino per le fake news – e l’estetica della rassicurazione, che celebra il corpo troppo stanco per manifestare, la mente bisognosa di tranquillità e di un tipo di amore fisico e intimo, non sociale. Pensando in termini di letteratura, è lecito appigliarsi a storie di persone normali per cercare conforto e divertimento mentre tutto va a rotoli, ma quando il privilegio è confuso con la normalità, e i riflessi di una cultura condivisa servono a ravvivare trame inflazionate, forse è eccessivo aspettarsi lucidi diorama del tempo presente.


È uscito il primo report sull’Italia realizzato da GREVIO per monitorare l’applicazione della Convenzione di Istanbul in Europa, cioè la convenzione sottoscritta nel 2011 per arginare  e prevenire la violenza di genere e domestica. Il report riconosce gli sforzi legislativi fatti per nominare e contrastare la violenza contro le donne, per esempio la normativa del 2009 contro lo stalking, la legge n. 119/2013, che obbliga il sostegno amministrativo ed economico della rete di servizi di assistenza alle vittime, il decreto legislativo n. 80/2015 sul congedo speciale retribuito per le lavoratrici vittime di violenza di genere, e la legge n. 4/2018, che regola la tutela degli orfani di una vittima di crimine domestico. GREVIO ha però riscontrato gravi lacune rispetto alla legge n. 69 del 19 luglio 2019 (c.d. Codice rosso), per esempio l’impossibilità di avviare un ricorso nei confronti delle autorità statali che abbiano mancato di adottare le misure preventive necessarie; rispetto alla mancata applicazione delle disposizioni esistenti riguardo l’interesse superiore del minore rispetto alla genitorialità condivisa nella determinazione della custodia/visita in casi di violenza familiare. Oltretutto, il GREVIO segnala l’assenza, in materia di diritto d’asilo, di procedure specifiche atte all'individuazione di soggetti vulnerabili a violenza di genere e domestica, soggetti, perciò, immuni al respingimento.  

Sul blog Femministerie, Giorgia Serughetti commenta le osservazioni di GREVIO sulla bassa diffusione di attività di prevenzione all’interno delle scuole e delle università. Serughetti ci ricorda che il comma 16 art. 1 della legge cd. “Buona Scuola” del 2015, prevedeva l’introduzione “nelle scuole di ogni ordine e grado l’educazione alla parità tra i sessi, la prevenzione della violenza di genere e di tutte le discriminazioni”, e che nel 2017 era seguita l’iniziativa ministeriale del “Piano per l’educazione e il rispetto”. “Al ministro Bussetti è bastata una circolare per affondare l’intera barca: una circolare del 2018 che sancisce l’obbligo per le scuole di esonerare da progetti scolastici su materie ‘sensibili' gli alunni i cui genitori non esprimono il proprio consenso informato” scrive Serughetti. Il GREVIO, infatti, esprime preoccupazione riguardo la “tendenza a reinterpretare e riorientare la nozione di parità di genere in termini di politiche per la famiglia e la maternità”, e Serughetti sottolinea l’ostacolo culturale presente dentro e fuori le istituzioni educative: 

Le insegnanti e dirigenti che promuovono iniziative di educazione alle differenze, al rispetto, alle pari opportunità, si trovano spesso ad affrontare pressioni fortissime perché cancellino queste attività, accusate di fare indottrinamento ‘gender'. Il rapporto del GREVIO parla espressamente di un 'clima intimidatorio' – un clima, aggiungo io, di cui sono responsabili le associazioni e i personaggi della destra politica e religiosa che da anni diffondono disinformazione e manipolano l’opinione pubblica sul tema.


La storia geografica viene definita e tramandata dai vincitori, dai potenti, dagli oppressori; perché nessuna storia di minoranza e ingiustizia venga cancellata o assimilata da quella imposta, si pratica la cartografia militante: il countermapping, termine coniato da Nancy Peluso nel 1995, è una pratica di resistenza che si sta affermando anche nel contesto della ricerca accademica.

Border Criminologies è un gruppo internazionale di ricerca che ha come base l’University of Oxford e ha lanciato pochi giorni fa un progetto, intitolato 'Landscapes of Border Control', ovvero la contromappatura dei centri di detenzione con informazioni e testimonianze che portano l’attenzione sull’orrore di questi luoghi, vere e proprie estensioni della violenza già omicida alle frontiere. In questo momento, assistiamo al prolificare di luoghi di internamento sulla sola base del libero movimento transnazionale (basti osservare il paragone con la contromappatura creata da no borders network ferma al 2014) e le violenze e abusi operati nella segretezza permessa da questi luoghi (come il recente caso di percosse presso Gradisca d’Isonzo, a neanche un mese dalla riapertura di una struttura ripetutamente denunciata come tra le più dure e pericolose). 

La mappa, che al momento presenta un’indagine limitata a Italia e Grecia ma aspira a crescere organicamente, mostra i luoghi in cui le persone migranti vengono detenute. Ogni paese presenta una lista dei centri, e per ogni centro viene creata una pagina di approfondimento specifica che include informazioni quali immagini, audio, e video (dove applicabile) così come anche ricerche accademiche e professionali, rapporti di ONG e organizzazioni per i diritti umani, materiali artistici e, soprattutto, testimonianze dirette delle persone detenute. Si può consultare qui.

Questa mappa vuole rispondere alle più vere esigenze sociali di chi subisce la violenza del respingimento, della detenzione, della cancellazione dei propri diritti umani. Per questo motivo la mappa è creata e aggiornata in maniera interattiva: chiunque è invitatx a partecipare attraverso la condivisione di notizie, foto, video, testimonianze e quant’altro di condivisibile al fine di presentare informazioni che rivelino la realtà di questi luoghi dell'orrore. Alla piattaforma sono invitate a partecipare tutte le persone che ne hanno modo o che possono offrirsi come tramite: docentx, attivistx, e soprattutto ogni soggetto che è direttamente affetto dalle politiche di controllo dei confini e dal successivo disumanizzante confinamento in questi luoghi. I contributi alla mappa possono essere inviati in diverse lingue e il gruppo di ricerca si offre di lavorare nei tempi e nei modi possibili alle traduzioni in lingua inglese. Chi invia informazioni può decidere di rimanere anonimx oppure no.

Nella battaglia per un sistema che non privi della libertà di movimento, la conoscenza critica di ciò che accade nei diversi luoghi di confinamento migrante presenti sul territorio italiano, delle violenze subite da chi vi sta dentro e le resistenze messe in atto è fondamentale per una condivisione dell’informazione di denuncia. Oltre ai collettivi di informazione e resistenza internazionali (come ad esempio Migreurop, Global Detention Project) e nazionali (Hurriya, Macerie, LasciateCIEntrare, MenltingPOTEuropa, No Frontiere FVG) si può facilmente accedere a nuove forme di comunicazione immediata sul tema dell’abolizionismo e della contro-informazione dal basso. Segnaliamo quindi Battiture, canale Telegram rassegna stampa su ogni struttura di confinamento e ogni violenza nascosta all’interno delle stesse, e NOaiCPR, progetto di infografica e di informazione lampo presente anche sulla piattaforma Instagram.


CALENDARIO

Sabato 1 febbraio: per Deriveapprodi è da poco uscito Le promesse dei mostri di Donna Haraway. Se ne parla alla Libreria delle Donne di Bologna con Angela Balzano, Nina Ferrante e Federica Timeto.

Domenica 2 febbraio: se tutto quello che hai letto sui CPR ti ha fatto venire voglia di uscire di casa, arrivi in tempo per il presidio fiorentino.

Martedì 4 febbraio: alla libreria Tuba di Roma, Carola Susani parla del suo libro su Elsa Morante. Che è illustrato!

Lunedì 10 febbraio: fantascienza femminista? Sì, grazie. Per questo è stato organizzato un incontro introduttivo al Centro delle Donne di Bologna.

Mercoledì 12 febbraio: Marie Moïse e Marta Panighel, le traduttrici di Femonazionalismodi Sara R. Farris, sono alla Libreria delle Donne di Padova per parlare del testo. Femonazionalismo è stato ben recensito da Jennifer Guerra. 

Giovedì 13 febbraio: alla libreria Modo Infoshop di Bologna Valentina Greco presenta il volume Femminismi futuri con Nina Ferrante, una delle curatrici.

Sabato 15 febbraio: alla libreria Antigone di Milano Rachele Borghi presenta il suo libro Decolonialità e privilegio.

Mercoledì 26 febbraio: la giornalista Sara Manisera è al circolo Arci Ritmo lento di Bologna per condividere le storie  e le lotte di braccianti agricolx, in prevalenza migranti, che lavorano nei campi italiani. Le storie sono raccolte nel volume Racconti di schiavitù. E lotta nelle campagne.

Sabato 29 febbraio: ci diamo appuntamento alle 18 alla Libreria delle Donne di Bologna per parlare di pubblicazioni femministe indipendenti. Insieme a noi tre ci saranno le ragazze di Frisson, Mulieris e Frute. Modera l’incontro Antonia Caruso.

FATTO DA NOI

Pochi giorni dopo la morte della regista, scrittrice, pittrice e burattinaia Lorenza Mazzetti, il 4 gennaio 2020, è uscito per Another Gaze il saggio sulla sua vita e carriera artistica a cui Francesca ha lavorato per mesi. C’è tantissimo su cui riflettere attraverso la lente della biografia e dell’opera di Mazzetti: l’emigrazione italiana in Regno Unito, il trauma dell’olocausto, le reazioni sociali e culturali al secondo dopoguerra mondiale, Londra negli anni ‘50, il finanziamento pubblico delle arti, la concezione di cinema come mezzo poetico, la scrittura come fondamento del ricordo. 

[Alt Text: ritratto in bianco e nero di una giovane Lorenza Mazzetti dietro una cinepresa durante le riprese nell’East End (Londra) per il suo film Together (1956). Fonte.]

Francesca ha anche scritto un contributo per la nostra newsletter amica, MEDUSA. Con Telescopio ripercorre la storia delle proteste in corso ai piedi del vulcano hawaiano Mauna Kea – una montagna sacra sulla cui vetta, già profanata da cinquant’anni di edilizia scientifica, si progetta la costruzione di un ennesimo, enorme telescopio – procedendo a ritroso fino alla poesia astronomica del poema orale hawaiano Kumulipo.

Marzia è stata ospite del primo episodio del 2020 di Polo Nerd, il podcast condotto da Sergio e Giuseppe. La puntata si intitola Queer Nerd: Rappresentazione e inclusività ieri oggi.

Con recensioni stellari e pubblico entusiasta, Piccole donne è senza dubbio il film più chiacchierato delle ultime settimane. La stella del mumblecore Greta Gerwig ha riunito un cast solido e gradito alle giovani spettatrici e cercato di riadattare il vecchio testo di Alcott alla sensibilità contemporanea, con l'intenzione dichiarata di ingrossare la corrente femminista che attraversa sotterraneamente le vicende delle sorelle March.

Anche noi di Ghinea abbiamo parlato tanto di questo film e tutte insieme abbiamo concluso che non ne siamo soddisfatte per più di una ragione. Piccole donne ci è sembrato oltremodo sentimentale (anche più del romanzo, di cui la stessa Alcott ammetteva il moralismo melenso) e alfiere di una visione stantia e pericolosa dei rapporti di coppia. Nell'adattamento del testo in sceneggiatura, infatti, Gerwig ha mantenuto e amplificato il supporto maschile alla realizzazione professionale delle ragazze ma ha lasciato fuori tutte le situazioni in cui i mariti si fanno guide morali delle mogli (come papà March) oppure instillano in loro un senso di fallimento rimarcandone per esempio l'incapacità di essere provette donne di casa (come John Brooke che nel romanzo, mentre Meg manda la loro piccola dimora a rotoli perché ha due gemelli neonati a cui star dietro, non trova di meglio da fare che piantarla in asso ogni sera. Non è di certo una coincidenza che la casa in cui John decide di trascorrere le sue serate sia quella di un amico senza figli, la cui moglie può dunque tranquillamente dedicarsi alle faccende domestiche e a intrattenere gli ospiti). Una selezione portata avanti con tali criteri afferma la parità all'interno della coppia e fa sparire i conflitti e i dolori del lavoro domestico (tutt'altro che antiquati e ottocenteschi, come puoi leggere nel nostro ultimo speciale) e delle asfissianti aspettative maschili in un rapporto romantico, al fine di precipitare nella figura di Jo l'immagine di una donna empowered e vincente che si lecca le ferite in privato per poi brillare in pubblico. Questo tipo di messaggio femminista, identitario e proposto da una prospettiva unicamente individualista, risponde senza dubbio alle esigenze di un pubblico che crede che femminismo significhi tifare per tutto quello che fa una donna e che sposa la definizione contemporanea di donna di successo, ma a noi pare un ben misero passo in avanti rispetto a quanto già presente nel romanzo di Alcott. Un film femminista che non scontenta quasi nessuno manca in qualche modo il bersaglio perché non sottolinea contraddizioni né mette a nudo in modo significativo ingiustizie o discriminazioni — e allora che film femminista è?

Per esprimere questo punto di vista condiviso abbiamo mandato avanti Gloria, che ne ha discusso nell'ambiente familiare e amichevole del podcast Ricciotto.


UN FILM 

The Babadook (Jennifer Kent, 2014)

[Alt Text: fotogramma del film. Samuel, Amelia e il loro cagnolino sono sdraiati a terra e controllano che sotto al letto non si nascondano mostri.]

Il nome Babadook, ha rivelato la regista Jennifer Kent, nasce da una storpiatura di Baba Roga, la donna vecchia e brutta che secondo la tradizione fiabesca serba tormenta i bambini cattivi spaventandoli di notte. Che nelle lingue slave "baba" significhi "nonna", e che quindi le paure infantili siano legate al soprannaturale nelle loro manifestazioni fenomeniche ma al regno degli affetti familiari nelle costruzioni linguistiche, è un fatto noto a Kent. Se sia stato l'elemento decisivo nella scelta del nome del suo mostro non lo ha mai specificato.

Amelia è una giovane vedova che vive con il figlio Samuel. Li incontriamo di notte, in casa, perché lui non riesce a dormire: come tutti i bambini di sei anni, ha paura del buio e dei mostri ed esige rigorose ispezioni della casa prima di farsi leggere la storia che lo farà addormentare. Questa volta estrae dallo scaffale un libro che sua madre non ha mai visto prima e che è finito lì chissà come: mente lo sfoglia e lo legge a voce alta, però, Amelia si rende conto che non si tratta di una rassicurante storia colorata, bensì di un libro pop-up in cui un mostro nerissimo si allunga sul lettino di un bimbetto terrorizzato e ne preannuncia la morte. Comincia così l'ossessione di madre e figlio per Babadook.

Come diventa presto chiaro, Samuel non ha la stessa paura dei mostri che provano gli altri bambini di sei anni. Suo padre è morto in un incidente stradale mentre accompagnava Amelia in ospedale durante il travaglio e questo trauma ha troncato il rapporto madre-figlio sul nascere. Impossibilitata a elaborare il lutto dovendo al contempo far fronte alle esigenze del bambino, Amelia è rimasta intrappolata nella fase della negazione: rifiuta di parlare della perdita del marito e non tollera che siano altri a sollevare l'argomento. Questo blocco la spinge a rifiutare anche la nascita e la stessa esistenza di Samuel, evento simultaneo e gemello della morte dell'uomo amato. Samuel infatti non ha mai festeggiato un compleanno e soffre vistosamente l'incapacità della madre di volergli bene. Da questo rifiuto il bambino si difende come può, costruendo armi elaborate per proteggere se stesso e Amelia dai mostri che popolano la sua fantasia e sviluppando un attaccamento morboso verso la madre che lo accudisce senza affetto, ma il deserto emotivo in cui vive si ripercuote nella sua crescente incapacità di stabilire relazioni coi coetanei, negli atteggiamenti sempre più violenti e nel terrore che Babadook lo visiti mentre sta dormendo.

Non c'è mistica della maternità che tenga di fronte a un bambino ingestibile più di notte che di giorno, che sottrae vita e tranquillità e sfrutta ogni interstizio di quiete. Se Amelia prova a inserire un po' di piacere personale nella perpetua oscillazione casa-lavoro, infilandosi sotto le coperte con un vibratore, è certo che Samuel apparirà poco dopo e vorrà mettersi a letto con lei. Quando riesce a farlo addormentare, nel sonno lui invade il suo spazio e le si abbarbica addosso, impedendole di sistemarsi in una posizione che le sia comoda. Tutte le sue giornate lavorative in una casa di riposo, luogo che la inchioda ulteriormente al suo destino di cura, sono funestate dalla possibilità di dover accorrere da lui. Amelia è sempre più stanca, frustrata e sola. Ben presto, Babadook si insinua anche nella sua psiche.

Lo studio di Sigmund Freud sul perturbante prende le mosse da una considerazione linguistica:

La parola tedesca unheimlich [perturbante] è evidentemente l'antitesi di heimlich [da Heim, casa], heimisch [patrio, nativo], e quindi familiare, abituale, ed è ovvio dedurre che se qualcosa suscita spavento è proprio perché non è noto e familiare. Naturalmente però non tutto ciò che è nuovo e inconsueto è spaventoso, la relazione non è reversibile; si può dire soltanto che ciò che è nuovo diventa facilmente spaventoso e perturbante; vi sono cose nuove che sono spaventose, ma non certo tutte. Per renderlo perturbante, al nuovo e all'inconsueto deve aggiungersi prima qualcosa.

Questo qualcosa è da ricercarsi in una definizione meno nota e quasi di segno opposto della parola heimlich che Freud rintraccia nel dizionario di lingua tedesca Sanders: “Nascosto, tenuto celato, in modo da non farlo sapere ad altri o da non far sapere la ragione per cui lo si intende celare”. 

[...] la parolina heimlich, fra le molteplici sfumature di significato, ne mostra anche una in cui coincide col suo contrario, unheimlich. Ciò che è heimlich diventa allora unheimlich [...]. In genere, siamo messi in guardia contro il fatto che questo termine heimlich non è univoco, ma appartiene a due cerchie di rappresentazioni che, senza essere antitetiche, sono tuttavia parecchio estranee l'una all'altra: quella della familiarità, dell'agio, e quella del nascondere, del tener celato. Nell'uso corrente, unheimlich è il contrario del primo significato, ma non del secondo. Sanders non ci dice se non si debba tuttavia ipotizzare una relazione genetica tra questi due significati. La nostra attenzione per contro è attirata da un'osservazione di Schelling, che contiene un'affermazione completamente nuova sul contenuto del concetto dello unheimlich, una novità che va certamente oltre la nostra aspettativa. Unheimlich, dice Schelling, è tutto ciò che avrebbe dovuto rimanere segreto, nascosto, e che è invece affiorato. 

Diversamente da ciò che spaventa perché sconosciuto, il perturbante nasce dunque dal rimosso, da ciò che è rimasto vicino ma sepolto in profondità e d'improvviso viene a galla. Molte cose che di solito si tengono segrete affiorano infatti nel corso del film. Le fugaci apparizioni della sorella di Amelia illustrano la distanza tra le parole di circostanza e la capacità (e il desiderio) di essere di supporto. La festa di compleanno di una bambina, a cui presenziano solo madri, chiarisce a chi compete la cura esclusiva dei figli e normalizza l'assenza della figura paterna quando questa sia volontaria anziché tragica. La solitudine di Amelia e Samuel in parte è cercata ma in parte è anche ricamata attorno a loro da reti familiari e sociali che voltano lo sguardo salvo poi bussare alla porta per evidenziare mancanze e minacciare provvedimenti. 

[Alt Text: fotogramma del film Babadook, che mostra una delle immagini del mostro contenute nel libro pop-up, affiancato a un fotogramma del film Nosferatu (1922), che mostra l’ombra di Nosferatu mentre sale una scala.]

Ad emergere ed esplodere facendo tremare le pareti, soprattutto, è il rimosso che infesta la casa e le notti di Amelia e Samuel sotto forma del mostro Babadook: esistono grandi dolori che non lasciano spazio all'amore, talvolta nemmeno per un figlio. Proprio in questa graduale presa di coscienza risiedono orrore e perturbamento, che Kent amplifica impiegando una palette di colori fredda e spettrale e facendo della casa un labirinto oscuro dalle prospettive destabilizzanti e dalle stanze che si fanno irragionevolmente larghe ogni volta che la minaccia incombe. Senza rifiutare in toto il realismo ma piegando la percezione dell'aspetto della casa alle turbe di chi la abita, Kent recupera così con discrezione l'estetica dell'espressionismo tedesco e tutto il suo portato di angoscia e straniamento (anche le fattezze di Babadook richiamano il Nosferatudi Murnau, altra sconvolgente rappresentazione cinematografica del perturbante). Per mantenere costante l'ansia anticipatoria, inoltre, Kent fa in modo che quasi ogni inquadratura delle scene notturne contenga una pozza di buio da cui possa spuntare Babadook, vestiti appesi che sembrano una figura umana in procinto di aggredire, oppure porte pronte ad aprirsi e svelare l'indicibile.

Nonostante l’inevitabile confronto risolutivo, non c'è sfida tra bene e male in The Babadook. Come nota Lorenzo Rossi per Cineforum, la paura è "strumento non di redenzione o di emancipazione, ma di vera e propria guarigione". Se la lotta c’è, allora, è tutta interna e non prevede colpe, punizioni o vendette. Per Amelia misurarsi col male significa soprattutto essere onesta circa i propri sentimenti per il figlio, partire da questa onestà per cercare un rapporto diverso con lui e decidere una volta per tutte se vivere in eterno in un giorno di sei anni prima o scendere a patti con il trauma, addomesticarlo, e assegnargli il giusto spazio.

UN PODCAST

Believed (2018) di Lindsey Smith e Kate Wells (NPR e Michigan Radio)

di Ludovica C.

Dal 1992 fino al 2017, anno del suo arresto, Larry Nassar ha molestato almeno 250 ragazze e un ragazzo. Alcune delle sue vittime erano ginnaste della squadra olimpica americana, presso la quale Nassar lavorava come medico sportivo, altre erano sue pazienti presso l’ospedale della Michigan State University, dove lavorava come osteopata. La storia di come questi abusi sono emersi comincia nel 2016, quando The Indianapolis Star, un quotidiano americano, ha pubblicato un servizio basandosi sulle denunce di tre delle vittime. Mentre sempre più donne si facevano avanti denunciando gli abusi, è emersa un’accusa federale di pedopornografia, e la sentenza relativa a quest’ultimo reato si aggiunge a quelle dei tribunali statali, relative agli abusi sessuali. Più che le centinaia di anni di carcere che sono stati comminati a Larry Nassar però, il podcast Believed, prodotto da Michigan Radio, cerca un altro tipo di giustizia, una che parta innanzitutto dalle voci delle vittime. Voci che si sono levate a più riprese, nel corso di questi 25 anni, per raccontare le molestie, e che sono state sistematicamente inascoltate. 

Lindsey Smith e Kate Wells, le due giornaliste di Believed, hanno seguito il caso sin dalla sua esplosione (qui una timeline della vicenda), documentandone non solo raccapriccianti dettagli, ma anche le implicazioni per il movimento MeToo. Dopo la condanna però, la domanda a cui ancora non riuscivano a darsi risposta era “Com’è stato possibile?”, “Perché nessuno l’ha denunciato?”. Come loro stesse hanno dichiarato, non solo le ragazze che denunciavano il loro medico non sono state credute all’epoca della denuncia, ma anche durante il processo, mentre le testimonianze si accumulavano sulle scrivanie degli investigatori, ci è voluta la scoperta delle foto pedopornografiche nel computer di Nassar per dare autorevolezza a queste voci agli occhi di buona parte dell’opinione pubblica. La domanda a cui il podcast cerca di rispondere quindi è “Cosa serve affinché una ragazza venga creduta?”.

Ho ascoltato tutto il podcast due volte, resistendo più volte alla tentazione di smettere quando le testimonianze si facevano particolarmente dettagliate e raccapriccianti, e non so se sono giunta ad una vera e propria risposta. Mi sembra però che ci siano due binari su cui bisogna viaggiare per cercarla. Il primo aspetto è istituzionale: molte delle donne che ascoltiamo si sono rivolte alla polizia e agli uffici legali della Michigan State University, in vari e vani tentativi di porre fine alla carriera di quest’uomo, di impedire che potesse continuare a trovarsi da solo con delle minorenni. Brianne Randall-Gay ha denunciato alla polizia locale gli abusi subiti durante una visita, e Nassar è stato convocato per dare spiegazioni circa il racconto della ragazza. Quando quest’ultimo ha sostenuto che si trattava di pratiche mediche legittime, nessuno ha chiesto conferma ad altri medici, come se l’autorevolezza di questo signore, che ha tutto l’aspetto di un qualunque suburban dad, fosse sufficiente ad archiviare la pratica. Un altro esempio che mostra bene come le istituzioni abbiano lasciato queste ragazze e le loro famiglie a sé stesse è quello di Amanda Thomashow: a seguito della sua segnalazione, la Michigan State University ha portato avanti delle indagini per verificare se il comportamento di Nassar violasse la policy universitaria relativa alla sexual misconduct (questa è la pagina web del relativo ufficio alla MSU). Per verificare la tesi dell’indagato, ovvero che le molestie che aveva messo in atto rientravano nelle normali procedure mediche di trattamento del pavimento pelvico, l’ufficio competente ha consultato altri medici della stessa MSU, quindi colleghi e amici dello stesso Nassar, e pertanto evidentemente non in grado di fornire un parere esterno. Queste indagini si sono concluse con il reintegro di Nassar al suo lavoro presso l’Università, con la raccomandazione di indossare guanti e avvisare le pazienti prima di iniziare questo tipo di “trattamenti”, l’applicazione della quale non è poi mai stata verificata durante le visite di Nassar.

[Alt Text: ritratto fotografico di Rachael Denhollander in tribunale, in tailleur blu e capelli raccolti, mentre legge al microfono il suo victim impact statement. Fonte: Facebook.]

In questi episodi, sono evidenti l’incompetenza delle persone che le vittime hanno incontrato sulla loro strada e l’inadeguatezza degli strumenti a loro disposizione. Affinché le ragazze siano credute, quindi, serve un cambiamento istituzionale. In questo senso, per esempio, nel podcast viene nominata Andrea Munford, la detective che nel 2016 raccoglie la denuncia di Rachael Denhollander (una delle vittime che ha concesso la famosa intervista all’Indianapolis Star, che ha poi scritto un memoir incentrato sulla soppressione istituzionale delle storie delle donne) e il cui motto è start by believing. Munford cerca di educare i suoi colleghi e colleghe al funzionamento del trauma, dando loro indicazioni su come fare domande alle vittime senza che questo costituisca una nuova forma di violenza.

C’è però un secondo elemento che emerge ascoltando queste dieci puntate, l’aspetto culturale. Nassar aveva un’eccellente reputazione professionale, era il medico delle ginnaste olimpiche, faceva visite gratuite a famiglie meno abbienti e volontariato in una palestra locale. Nassar è un uomo, un padre di famiglia, sicuro di sé, che sa perfettamente come manipolare le persone con cui ha a che fare: nella registrazione di un colloquio con la polizia, riprodotta in una puntata del podcast, lo si sente subissare i suoi interlocutori di parole, facendosi schermo dietro una presunta competenza tecnica, sminuendo le testimonianze delle vittime in modi sottili (dice per esempio che solo tre ragazze si sono lamentate prima di Amanda e che però tutte avevano subito abusi in precedenza). Poliziotti, impiegati dell’università, persino alcuni dei genitori erano istintivamente portati a dare credito a questo personaggio, così convincente ed autorevole. Il potere che Larry Nassar deteneva, in quanto maschio bianco di mezza età, in quanto dottore, in quanto medico ufficiale della squadra olimpica, schiaccia senza bisogno di particolare sforzo la voce flebile di una ragazzina di tredici anni. L’università e la squadra di ginnastica sono ambienti il cui silenzio ha permesso e favorito le attività predatorie di Nassar.

Quanto sia urgente un cambiamento culturale l’ho capito quando ho raccontato di questo podcast a un mio amico, esprimendo con foga quanto l’idea di queste ragazzine che hanno fronteggiato da sole le domande scettiche dei poliziotti o che hanno visto le loro confessioni cadere nel vuoto mi facesse rabbrividire. La sua risposta è presto virata su considerazioni circa l’importanza del principio di innocenza fino a prova contraria: secondo lui non si può start by believing perché altrimenti un principio fondante della società democratica verrebbe meno. Ci ho messo un po’ ad articolare una risposta soddisfacente, e mi è venuto in soccorso questo tweet: non credere a una vittima significa perpetrare un’ingiustizia, aggiungere violenza alla violenza, significa dare un aiuto concreto a chi di questa mancata fiducia ha bisogno per continuare a portare avanti le sue violenze; dubitare del racconto ricevuto non è una scelta neutra, ma ha precise conseguenze sulle vittime e indica una chiara posizione a favore di chi il potere lo detiene. Questo non significa che non bisogna verificare le testimonianze ricevute, ma che bisogna mettere al centro le parole di chi fa una denuncia, non il maschio che ne è oggetto. Lo spazio lo deve avere in primo luogo la voce della donna, non il potere o la reputazione di lui.

Ascoltare questo podcast è fisicamente doloroso. Non solo perché le molestie vengono raccontate nello specifico, dalle ragazze che le hanno subite e dai loro genitori, ma anche perché nelle voci di queste donne si sente vibrare la solitudine. L’università, le autorità a cui si sono rivolte, spesso anche le loro famiglie, non si sono rivelati dei luoghi sicuri, in cui trovare conforto e ascolto. Il momento più emozionante è infatti il racconto di quando alcune di loro si sono ritrovate, durante il processo, per confrontarsi sull’accaduto e stare insieme. Donne con donne, per le quali non è la sentenza, né l’attenzione mediatica a rappresentare una forma di riscatto, ma, forse, lo spazio che il processo ha dato alle loro voci (moltissime ragazze hanno letto in tribunale il loro victim impact statement) e i momenti di comunione con le sorelle. Il confronto con le altre è stato ciò che ha reso possibile per Trinea Gonczar riconoscere che anche la sua esperienza era un abuso, e affrontare pubblicamente l’uomo che aveva sempre difeso e sostenuto, un amico oltre che un medico. Lo stare insieme, per loro, sembra essere l’unico momento dove la solitudine viene meno. Nelle parole di Rachael: “Women and girls who have banded together to fight for themselves because no one else would do it.”.

Ma è la voce di Kyle Stephens, figlia di amici di famiglia di Larry e molestata regolarmente durante i pranzi della domenica quella che mi risuona nella testa dopo questa esperienza di ascolto così potente. “Little girls don’t stay little forever. They grow into strong women that return to destroy your world.

Ludovica C. ha 25 anni e fa il dottorato in Economia a New York ma in realtà vorrebbe solo leggere tutto il giorno. Puoi seguirla su Twitter.


Ringraziamo Ludovica per il tempo e il lavoro che ha voluto dedicare a Ghinea e come ogni mese ti incoraggiamo a farti avanti se ti va di seguire il suo esempio. Non occorre un pezzo già pronto, basta un'idea, un pitch e se sarà adatto a Ghinea ci lavoreremo insieme. 

Speriamo di vederti il 29 febbraio a Bologna!

Un abbraccio.

Francesca, Gloria e Marzia


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