La ghinea di gennaio

Benvenut@ al decimo (di già!) numero di Ghinea, la newsletter femminista con cui sedersi a un tavolaccio di legno e condividere un piatto di pasta e fagioli e una caraffa di lambrusco. Già che stiamo mangiando insieme, sappi che se apprezzi il lavoro che svolgiamo ogni mese e ritieni valga la pena sostenerlo puoi farlo abbonandoti a inutile. Non sarà piacevole come una bevuta insieme ma per noi è un grande aiuto. Buona lettura!

Manifesto per un femminismo del 99% uscirà in primavera per Laterza. Intanto che lo aspettiamo, facciamo la conoscenza dell'autrice Cinzia Arruzza e della sua aspirazione a una lotta femminista che non sia appannaggio delle élite ma coinvolga tutte, e s'interessi del benessere di tutte.

A questo proposito, su Jacobin Italia Valentina Moro riflette sull'esperienza di Non Una Di Meno di cui così spesso abbiamo parlato, e in particolare sulla riappropriazione dello sciopero come pratica femminista, perché «[l]a scelta di costruire insieme la giornata dell’8 marzo nei termini di uno sciopero consente a Nudm, anzitutto, di porre come centrale la questione del lavoro. La violenza patriarcale risiede, infatti, nelle strutture stesse che stanno alla base dei luoghi della produzione e della riproduzione sociale, a livello sia simbolico sia materiale. È qui che si manifesta quotidianamente un disciplinamento del lavoro, della posizione e della presa di parola femminile. L’assenza di tutele del lavoro delle donne (e delle lavoratrici stesse), la precarizzazione e il difficile accesso al mercato del lavoro determinano la vulnerabilità delle donne anche nelle relazioni familiari e nello spazio domestico, dal momento che si trovano molto spesso a dipendere in parte o interamente da un partner maschio (o in generale da una figura maschile) dal punto di vista economico.»

«Ci viene assegnato un sesso, siamo trattati in modi diversi che comunicano aspettative di vivere come un genere o un altro, e siamo formati dentro istituzioni che riproducono le nostre vite attraverso norme di genere. Quindi, siamo sempre “costruiti” in modi che non scegliamo. E nonostante questo noi tutti cerchiamo di costruirci una vita in un mondo sociale in cui le convenzioni stanno cambiando e dove fatichiamo a ritrovarci all’interno di convenzioni esistenti e in evoluzione. Ciò suggerisce che sesso e genere sono “costruiti” in un modo che non è completamente determinato né pienamente scelto, ma piuttosto intrappolato nella tensione tra determinismo e libertà». Non c'era veramente bisogno di scomodare Judith Butler per commentare il panico da ideologia gender, ma si è scomodata da sola e già che c'era se l'è presa direttamente col Papa.

Nell'immagine: guazzo da Leben? oder Theater? ("Vita? O teatro?"), 1940-1942, ciclo pittorico autobiografico di Charlotte Salomon, artista tedesca vittima dell'Olocausto. Nata nel 1917 in una famiglia di professionisti berlinesi, Salomon studia arte e musica fin da piccola. Espulsa dalle scuole in quanto ebrea, dopo il 1938 lascia la Germania e si rifugia insieme ai nonni nel sud della Francia. Qui scopre la tragica storia delle donne del suo ramo materno: madre, zia e nonna unite da un'eredità di depressione che le ha spinte a suicidarsi. Leben? oder Theater? nasce come reazione alle tragedie familiari e storiche che Salomon si trova a dover sopportare: un'enorme resoconto della sua vita - l'infanzia felice a Berlino, l'adolescenza passata a dipingere, l'amore adolescenziale per l'insegnante di canto, le storie incrociate delle donne della sua famiglia - fino a riagganciarsi alla vita da esule in Francia. Salomon riesce appena a concluderlo: nel 1943 viene arrestata e internata ad Auschwitz. Le altre 870 tavole di Salomon, conservate presso il Joods Historisch Museum di Amsterdam, si possono visionare anche online.

[Alt Text: il guazzo di Salomon raffigura tre figure femminili intente a dipingere, circondate da una sedia, scarponi, frutta, chitarra, fiori e girasoli. Un commento a matita aggiunto a margine da Salomon stessa precisa l'omaggio ai quadri di Van Gogh nella scelta degli oggetti.]


A Bologna, sotto la direzione di Vera Fortunati, ha aperto i battenti il Centro di documentazione per la storia delle donne artiste in Europa, che si presenta con un ricco ciclo di conferenze dedicato al genio artistico femminile (qui il calendario degli incontri). 


Conoscere il nemico: storia delle TERF negli Stati Uniti e in Italia


Nell'era della tecnologia avanzata, che ci vede sempre più diligentemente riportare e condividere ogni dato sensibile delle nostre attività quotidiane, Danya Glabau offre una più specifica riflessione sulla maternità e sulle nuove forme di colpevolizzazione delle madri. Quanta autonomia ha davvero una donna che cerca una gravidanza in questo imponente tardo-capitalismo?


Il caso di pedofilia, plagio, stupro, e abuso che vede protagonista R. Kelly è stato troppo facilmente ignorato negli anni ma adesso, grazie alle vittime che hanno avuto la forza e il coraggio di raccontare e raccontarsi, e al documentario “Surviving R. Kelly”, si concentrano e raggruppano le forze necessarie a fare chiarezza e giustizia. Ma come viene percepito e discusso il caso nelle diverse comunità, e secondo quali parametri?

Misogynoir è un termine coniato dalla femminista Moya Bailey, una studiosa queer afro-americana che ha saputo sintetizzare in una parola soltanto l’intersezione tra razzismo e misoginia che affligge la comunità femminile nera nel contesto sociale mondiale e all’interno della stessa comunità nera. Saida Grundy, docente della Boston University, offre in questo articolo una risposta alla domanda: “Why do sexual predators often get their staunchest support from the very communities they prey on?” L’ipersessualizzazione delle ragazze nere (e di colore) infatti è un fenomeno presente anche all’interno della stessa comunità, e il topos della “Hyper Sexual Jezebel” colpisce le donne come anche le ragazze attraverso un approccio disumanizzante volto a giustificarne l’abuso portando così alla delegittimazione del loro stato di vittime in quanto intrinsecamente istigatrici. Le radici affondano però nello sguardo imperialista e coloniale dei soggetti europei che, nel tentativo di giustificare moralmente la schiavitù in generale e spesso l’abuso sessuale nei confronti delle donne nere, hanno prodotto e costantemente rafforzato (anche) questo stereotipo, imponendolo attraverso una dominazione culturale e di violento sfruttamento che ancora oggi influenza il pensiero collettivo.

Ma come ha potuto R. Kelly difendersi tanto a lungo da queste accuse?  Il rapporto di R. Kelly e le sue vittime, il rapporto di R. Kelly e i suoi collaboratori, e il rapporto di R. Kelly e i suoi fan sono tutti segnati – una maniera diversa – dalla fama del cantante e dal potere economico raggiunto. Perché eventi di sexploitation e abuso come questi non rimangano impuniti è doveroso che ognuno di noi si renda partecipe alla critica e distruzione di questo sistema di idolatria, che ci rende indifferenti alle deplorevoli azioni dei soggetti che fanno parte del pantheon dell’estrema ricchezza e celebrità. La scelta di non sostenere economicamente gli artisti che apprezziamo in quanto tali ma che sono umanamente colpevoli di danneggiare costantemente a più modi e livelli la nostra società e i membri della stessa, soprattutto quando si tratta di membri più deboli e marginalizzati, è una forma di resistenza accessibile e immediata che ognuno di noi può praticare e in ogni contesto.


Quant'è accurata e veritiera la rappresentazione della sessualità queer in La favorita di Yorgos Lanthimos? Molto, a quanto pare. 

[Alt text: un fotogramma del film: la regina Anna, interpretata da Olivia Colman, è seduta mentre alle sue spalle la dama di compagnia Abigail, interpretata da Emma Stone, le sistema l'abito.]
 

Il metodo KonMari non minaccia i nostri beni materiali: una critica all'Orientalismo perpetuato dallo sguardo bianco-occidentale nei confronti di una donna giapponese di successo e della cultura e religione Shintoista, il cui animismo ne forma il pensiero e l'azione


Il 27 Gennaio 1945, l’Armata Rossa libera il campo di concentramento di Auschwitz. L’abbattimento dei cancelli segna storicamente l’accesso alle testimonianze delle torture e del genocidio nazifascista, e questa data assume per volere dell’ONU un valore memoriale a livello internazionale. Nonostante l’orrore della finalità dell’Olocausto non facesse alcuna distinzione di genere, il tipo di violenza perpetuata nei confronti delle persone deportate nei campi era certamente basata sulla percezione di genere e sul sesso biologico, e il contributo delle memorie delle donne ha permesso di rendere giustizia a una altrettanto dolorosa narrativa in un primo momento non identificata come specifica e che invece assume una rilevanza storica fondamentale. Ad esempio, l’azione da parte di gruppi ebraici di resistenza, di informazione, e di fuga, deve moltissimo alle donne le quali, come spiega questo articolo del 1983 e ora digitalizzato nel NY Times, potevano davanti a una perquisizione – al contrario degli uomini, circoncisi – mostrare un corpo non classificabile.

Qui un’intervista in italiano alla giornalista e scrittrice Sarah Helm, autrice di If This is a Woman – divenuto, in lingua italiana, Il cielo sopra l’inferno – libro dedicato alla memoria del campo di concentramento (e successivamente di sterminio) di sole donne. Ravensbrück, questo il nome del campo, deteneva forzatamente donne di diverse classi sociali, etnie, religioni, e affiliazioni politiche operando sui loro corpi sadiche torture e pseudoscientifici esperimenti. Oltretutto, l’impiego forzato di donne come prostitute all’interno dei campi è un tema ancora largamente oscurato; la strategia politica di abuso dei corpi delle donne era parte di una struttura di pensiero volta a rinforzare ulteriormente le dinamiche di potere (di etnia, religione, e di genere) all’interno dei lager. Queste donne, spesso giovanissime, provenivano in larga parte proprio da Ravensbrück il cui orrore viene parzialmente dispiegato in maniera divulgativa in questo contributo per Broadly poi tradotto in Italia da Vice, e nel breve documentario Le rose di Ravensbrück realizzato dalla figlia e nipote di deportate Ambra Laurenzi.

Nell'immagine: prigioniere del campo di concentramento femminile di Ravensbrück.
[Alt Text: gruppo di donne imprigionate a Ravensbrück, in piedi dietro a barriere di filo spinato]
 

Proprio per commemorare la liberazione di Auschwitz, il 27 gennaio è dal 2005 il Giorno della Memoria delle vittime dell'Olocausto. Ma il ricordo e la commemorazione, se rimangono chiusi in un cassetto vecchio di decenni, non servono a nulla e anno dopo anno si fa sempre più stridente il contrasto tra la solennità liturgica con cui piangiamo i milioni di morti del secolo scorso e la tiepida indignazione che ci suscitano quelli di oggi e di domani. Il ricordo tuttavia non può accontentarsi di essere un evento pubblico a cui assistere con sguardo contrito, un minuto di silenzio in trecentosessantacinque giorni di indifferenza o una programmazione televisiva/cinematografica utile a farci commuovere. Questi gesti, che siano compiuti da capi di stato in favore di telecamera o da noi in favore di social o birra al pub, significano guardarci allo specchio mentre siamo tristi per la Shoah, e sentirci nel giusto per questa virtuosa tristezza. Il ricordo, se non vuole morire ma vivere e pulsare, ha il dovere di essere qualcosa di più, di insegnarci per mettere in pratica e soprattutto di mostrarci le istanze del fascismo passato per fornirci gli strumenti che ci faranno riconoscere i prodromi di quello futuro. Questo non sta succedendo: mentre tragici copioni si ripetono, noi non sappiamo che fare e forse non vediamo che negare i soccorsi a una nave con cento persone è l'equivalente morale di gassarle tutte, e separare le famiglie a Castelnuovo di Porto e al confine col Messico è come separarle a Berlino o a Srebrenica. Queste non sono false equivalenze e questo non è, per usare un'espressione cara ai fiancheggiatori più o meno ingenui dei nazisti 2.0, antifascismo in assenza di fascismo. Non è neanche mancanza di rispetto per le vittime di quello che abbiamo cristallizzato come unicum dei genocidi (a mo' di paragone impossibile rispetto al quale ogni altro massacro non può che impallidire): vogliamo anzi affermare che il miglior modo di mancar loro di rispetto, e mancargliene per davvero, è chiudere gli occhi di fronte a ciò che accade oggi o stabilire pelose gerarchie tra vittime quando l'unica possibilità di dare un senso al nostro ricordo è renderlo attivo e arrabbiato, rifuggendo la fissità ritualistica con cui ogni anno, per ventiquattr'ore e non di più, ci viene richiesto sgomento per qualcosa che non possiamo più impedire anziché una ben più scomoda attenzione a ciò che dovremmo impegnarci per fermare.


Rende omaggio proprio a Rosi Braidotti Soggetto nomade. Identità femminile attraverso gli scatti di cinque fotografe italiane. 1965-1985, la mostra fotograficavisitabile al Centro Pecci di Prato fino all'8 marzo. Le fotografie esposte fanno parte di cinque progetti di altrettante fotografe italiane, che hanno immortalato e descritto la soggettività femminile tra gli anni Sessanta e gli anni Ottanta. Qui un articolo sul progetto e soprattutto una selezione di scatti.

[Alt Text: a un corteo femminista, una manifestante sorregge un cartello che recita: VIVA LE DONNE!!]

FATTO DA NOI
Gloria è stata ospite del podcast di cinema Ricciotto e ha detto la sua su Cold War, l'ultimo film di Pawel Pawlikowski. Ne approfittiamo per suggerirti di seguire Ricciotto anche quando Gloria non c'è, soprattutto perché al microfono c'è anche la nostra art director Federica Bordin (a cui dobbiamo dire grazie per ogni logo di Ghinea). Francesca si è appuntata un paio di osservazioni sulla storia di Wanda, film del 1970 di Barbara Loden, e sulla sua ricezione come "capolavoro femminista". 


FATTO DA VOI
Ghinea è in ottima compagnia nella «selezione dei migliori progetti in circolazione» (wow!) curata dalla newsletter Designer of what, che ringraziamo e a cui puoi iscriverti qui



UN FILM
Morvern Callar di Lynne Ramsay (2002)

[Alt Text: un fotogramma del film, Morvern Callar è in primo piano su fondo rosso e ha un paio di auricolari alle orecchie.]


Nella scena d'apertura del film Morvern, occhi acquosi e sguardo perso, accarezza il corpo seminudo del suo fidanzato James. Per un attimo si pensa a un momento d'amore ma non è questo il caso: lui si è suicidato nella notte e lei lo ha appena trovato. Le lucine di un piccolo e malandato albero di Natale illuminano questi ultimi, lugubri contatti. Morvern si dirige con aria instupidita verso il monitor del PC che la invita a leggere un documento. Sono le ultime istruzioni di James e sono molto dettagliate: non cercare di capire il mio gesto; organizza il mio funerale; spedisci il mio romanzo a questa lista di editori; sii forte. Spiegazioni: nessuna. Parole d'affetto: giusto uno sbrigativo «ti amo».

Morvern Callar è una ventunenne intrappolata in una vita di provincia misera e alienante. Commessa spiantata in un piccolo supermercato di giorno e festaiola brilla con la migliore amica Lanna di notte, quando la morte le arriva in casa è praticamente già morta anche lei, e così decide che tutto sommato il doppio ruolo di esecutrice testamentaria e vedova dolente non le va poi tanto a genio. Sulla carta, farà tutto ciò che le è richiesto: non perderà tempo a cercare di comprendere, darà sepoltura al corpo (soltanto, senza chiamare le pompe funebri), spedirà il romanzo (ma non a nome di James: dopotutto, lui non ha forse messo nero su bianco di averlo scritto per lei?) e soprattutto sarà forte e coraggiosa e farà del lutto il trampolino di lancio per una nuova apertura alla vita e alla gioia. Via dalla grigia Scozia verso le strade assolate e polverose della Spagna, il volo di Morvern segue una traiettoria solo ascendente: quando dopo qualche giorno di vacanza Lanna la invita a tornare alla routine, lei rifiuta. E riparte. Le possibilità di fuga dalla banalità e dalle serate sempre uguali sono infinite e Morvern intende esplorarle tutte, mentre il suo personaggio si afferma con sempre maggior chiarezza come simbolo di escapismo e libertà. Mezza donna reale mezza figura retorica, è schiacciata con crudo realismo nella casa e nel supermercato di provincia per poi occupare frame puramente visuali, antinarrativi e monocromatici o in alternativa spaziare libera nella natura in occasione delle tappe più significative del suo cammino verso la vita che ha scoperto di volere (basti pensare a Morvern ingabbiata grazie al framing mentre si occupa del corpo del suo ragazzo e subito dopo, sbrigata l'incombenza, catturata in campo lungo mentre scorrazza per le colline).

Lynne Ramsay racconta con estro e originalità una storia che può mettere a disagio o risultare moralmente ambigua: la storia di un lutto che non ha bisogno di essere elaborato. Qualunque cosa questo ci dica sulla durezza del cuore di Morvern, o sulla natura del suo legame con James, lo shock per la desacralizzazione così ostentata della morte lascia piano piano spazio all'ammirazione per la cocciuta voglia di vivere di una giovane donna, e a una sotterranea solidarietà che esplode di fronte al suo sguardo divertito allorché due agenti letterari, letto il romanzo di James che credono di Morvern, tessono le lodi alla forza della «voce femminile» dello scritto.

UN LIBRO
Stagno di Claire-Louise Bennett. Traduzione di Tommaso Pincio.

Nell'immagine: The Orchard of Our Mothers, xilografia di Alice Maher (2014) e immagine di copertina dell'edizione irlandese di Pond.
[Alt Text: nell'immagine noi ci abbiamo visto "donne pannocchia sulla luna", "spighe di grano ma su una terra lunare" e "donzelle-giunchiglia i cui capelli sono lo stelo che le collega alla terra"]

A fine gennaio è finalmente uscito (nella traduzione di Tommaso Pincio) Stagno, romanzo a frammenti, o raccolta di racconti e pensieri sparsi scritti da Claire-Louise Bennett. Ex studiosa di teatro, inglese di nascita, oggi residente a Galway (Irlanda) e autodichiarata grafomane, Bennet racconta di possedere pile di carta che ormai pesano più di lei, fogli su fogli ricoperti di writing, scrittura che nemmeno lei tenta più di classificare. Gli elementi del monologo, del diario e della poesia in prosa sono tutti presenti tra le venti sezioni di Stagno, che non soffrirebbero l’essere divise, rimescolate, lette in isolamento o, perché no, in ordine inverso. La protagonista di Stagno non ha nome, in compenso ha pensieri turbinanti che coprono le pagine di prosa concentrata e rettangolare, la sua voce nervosa slitta da un capitolo all’altro pensando all’inchiostro verde con cui sta scrivendo ciò che pensa e dedicando strofe alla passata di pomodoro che ha appena tolto dal frigorifero. 

Le pagine singole, l’occasionale terzina - "ho appena buttato la cena nel bidone. Sapevo mentre cucinavo che l’avrei fatto, quindi ci ho messo dentro tutte le cose che non voglio più vedere" - servono per tirare il fiato prima di immergersi in liste di oggetti, azioni relative agli oggetti e ricordi appiccicati a quegli stessi oggetti. 
La vita della protagonista-senza-nome è solitaria e ritirata: nascostasi in un cottage affittato sulla costa atlantica irlandese, in fuga da insoddisfazioni di città - uomini e carriera accademica - che ancora infestano gli scatoloni lasciati chiusi. Senza visioni mistiche, l'eremita è una casalinga, impegnata (e ossessionata) dalle faccende domestiche, per tenere vivo il corpo e poter ripetere tutto uguale il giorno dopo. 
In uno dei suoi rari saggi online, una riflessione sul genere pittorico della natura morta scritto per Frieze, Bennett nota come "sia ancora di regola pensare alla casa e al suo corredo in termini prevalentemente domestici, facendola diventare niente di più che un ambiente caratterizzato da abitudini, fatica, docilità ed esiti sempre uguali". Le nature morte del diciassettesimo secolo possiedono, secondo Bennett, "un'estetica del quotidiano capace di segnalarci le reazioni - dal disgusto all'usura - che calibrano gli ambienti di ogni giorno e le attività che accolgono". Le nature morte di Bennett non sono meno vivaci: composizioni con pacco di cannucce, poggiapiedi, bretella del reggiseno che scivola e lombrichi che alla protagonista-senza-nome non fa schifo prendere in mano. 

In un altro pezzo per il NYT, Bennett racconta: "vivo in un'illusione di appartamento fatto di compensato, cartongesso e PVC incuneato nel centro rumoroso di una cittadina universitaria costiera. Sono a distanza di conati da almeno sei bar aperti fino a tardi. È un costante cicalio che rimbomba, trapana, fischia, ruota, ronza, cigola, sferraglia, strilla e tintinna." L’articolo è dedicato al suo affetto per le composizioni di musica elettronica di Pauline Oliveros: "una soluzione di gran lunga migliore è ascoltare qualcosa di fantasmagorico e sublime di Oliveros, ed ecco che succede una cosa straordinaria, fragore e fracasso corrosivi che mi circondano non vengono nascosti, ma come per miracolo incorporati in un’opera mutante che non fa differenza tra bei suoni e brutti suoni." La loquacità mentale della protagonista-senza-nome di Stagno non affatica perché Bennet riesce, per magia, a trascrivere fedelmente la trottola di pensieri, ricordi, fantasie e paranoie che ore di ininterrotto silenzio, o una meditazione improvvisata, sono in grado di tirare fuori. "Vivere in una camera di risonanza non è solo triste, può anche essere alquanto rischioso" conclude il suo elogio di Oliveros. 

La vita monastica della protagonista-senza-nome è tale solo finché il pomello del forno non si incrina, e per sostituirlo chatta con il servizio clienti online. Al telefono con suo padre si premura di non rassicurarlo del tutto circa i forti venti abbattutisi lungo la costa negli ultimi giorni. Durante una passeggiata l’incontro con un uomo scatena, inevitabilmente, panico e strategie di fuga davanti alla possibilità di essere stuprata. Il contatto con gli altri esseri umani è sottile, ma possibile e perciò costante, e accompagnato dai più comuni tra i riflessi sociali. La natura è talmente vicina da poter entrare in casa: è un orto domestico, è la brughiera in boccetta dello smalto per unghie color highland mist, sono le mucche che pascolano libere e si possono andare a salutare in camicia da notte, ma l’autosufficienza radicale resta una fantasia da romanzo post-apocalittico. L’esistenza inscalfibile dell’asceta è un mito anche per protagonista-senza-nome, che si misura con l’ultima sopravvissuta di Die Wand, romanzo di Marlen Haushofer (pubblicato in italiano come La parete) a cui pensa mentre si affaccenda davanti alla suo forno malconcio. L’eremitaggio autoimposto di protagonista-senza-nome è una farsa interrotta di continuo da vicini, proprietaria di casa e amici, interruzioni felici e ben accolte, che rinfrescano i suoi nastri di pensiero. La guardiamo stirare camicie davanti alla finestra, ammettere di non avere più paura dei mostri, e ci chiediamo come inquadrarla attraverso una delle epigrafi scelte da Bennett, di Gaston Bachelard: "i lupi nel guscio sono più crudeli di quelli randagi".

Qui una bella analisi di Stagno scritta da Giorgia Tolfo.


UN ASCOLTO GUIDATO
Women In Electronic Music 1938-1982

Tre puntate della trasmissione radiofonica Crack O Dawn, a cura di Jon Leidecker e Barbara Golden, dedicate all'ascolto e al commento di brani di musica elettronica composti da musiciste (inclusa Pauline Oliveros già decantata da Claire-Louise Bennett).

Nell'immagine: Delia Derbyshire
[Alt Text: Delia Derbyshire in studio al tavolo da lavoro, con appunti, pentagrammi, bottoni e pulsanti.]

UNA POESIA

Patrizia Vicinelli nasce nel 1943 e muore nel 1991 sempre a Bologna. Nel corso della sua vita però attraversa stati e continenti per motivi artistici (esposizioni del suo percorso come poeta visuale hanno raggiunto il Giappone e l’America del nord) come anche per motivi personali e politici che la forzano all’esilio (in Marocco) per evitare una pena carceraria che, seppur molti anni dopo l’accusa, le verrà inflitta. Ufficialmente per la detenzione di soli pochi grammi di hascisc ma soprattutto per la sua esplicita militanza anti-statale e il pieno sostegno offerto all'intellettuale ex-partigiano Aldo Braibanti al momento della condanna a seguito delle accuse di plagio, Vicinelli trascorre sei mesi nell’istituto carcerario di Rebibbia (1977\1978). In quei mesi la riflessione sui soggetti non normalizzati (soprattutto: anarchici, non-eterosessuali, poveri, dipendenti da sostanze stupefacenti…) che da sempre porta avanti in poesia si fa più intensa. Agli esperimenti visuali di liberazione del testo poetico dalla pagina (attraverso tavole di poesia visiva manualmente lavorate, in cui le parole non si regolarizzano in una tipografia piana ma fluttuano nello spazio bianco secondo dimensioni di carattere incostanti in un’estrema tensione alla libertà) si sostituisce una vera e propria denuncia filosofico-sociale dell’efferatezza delle forze dell’ordine e dei sistemi di reclusione e punizione quali carceri e ospedali psichiatrici. Questo, ad esempio, è l’incipit del poema incompleto Quando Swanne vide come andava la sua vita, testo datato proprio al periodo di incarceramento nella prigione romana.

A TUTTI QUELLI CHE STANNO CREPANDO NELLE GALERE E NEI MANICOMI CHE SONO TORTURATI REPRESSI OPPRESSI RICATTATI DEDICO QUESTO LIBRO 

Nel suo poema epico Non sempre ricordano, il tema della reclusione torna e lo fa ancora in molteplici declinazioni. Alla descrizione dell’esperienza personale carceraria, arricchita nel testo anche da onomatopee quasi da animazione («CLAN CLAN CLAN») per indicare l’assurdità del contesto predicato come riabilitativo ma di fatto repressivo e costrittivo. Di seguito, alcuni estratti dal lungo poemetto che interrogano la realtà carceraria e degli ospedali psichiatrici a partire dalla radice – l'improprio uso dell'idea di giustizia – e fino alla luna, alla liberazione che è libertà di esistere in maniera non conforme.

è una questione di IDEOLOGIA, non è vero?

è una questione di POTERE, non è vero?

è una questione di MORALE, non è vero?

è una questione di ORDINE, di CONTROLLO

non è vero?

LA GIUSTIZIA È UNA QUESTIONE DI INTERESSI,

NON È VERO?
 

[…]
 

E una volta entrati dentro il maledetto ospedale

[…] le venne da pensare,

..oh Gerard de Nerval,!…oh, Lautréamont!,…

oh, oh, Rimbaud! entrando

[…]
 

“perché sa che fuggirà lei da sola

nella notte” percorrendo senza fine corridoi

bianchi con la luce negli occhi di un’idea,

immagine imprendibile di un soffio, vestito

bianco sopra porta bianca, cerca, buco-belva

si trattiene ancora dalla trappola ma è già

pronta a colpire […]

FINESTRA APERTA, non c’erano sbarre

SI SLANCIÒ FUORI, FUORI C’ERA LA LUNA


Ti lasciamo con le parole di Vicinelli e la promessa di trattare di carceri con l'attenzione che il tema merita. Nel frattempo aspettiamo te e chiunque ti andrà di invitare a iscriversi per la Ghinea di febbraio. Non puoi mancare, perché dobbiamo parlare di uno sciopero.

Un abbraccio.

Francesca, Gloria e Marzia


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