La ghinea di ottobre

Benvenut_ a Ghinea, la newsletter che ha fatto il cambio dell’armadio. Questo mese c’è una nuova ospite: è Rebecca Ricci, e a lei affidiamo un saluto a Lea Vergine. Inoltre tornano due nostre fidate amiche: Ludovica C. ci consiglia la lettura di una raccolta di racconti, mentre Simona Iamonte esplora la vita e la pittura dell’artista georgiana Rusudan Khizanishvili. Se anche tu vuoi contribuire a uno dei prossimi numeri di Ghinea, perché non ci scrivi? Ti aspettiamo. Buona lettura!

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La prima cosa che ci resta è il vuoto: un ricordo di Lea Vergine

di Rebecca Ricci

[Alt Text: "L'altra metà dell'Avanguardia", allestimento di Achille Castiglioni, Palazzo Reale, Milano, 1980. Lea Vergine in piedi in mezzo a una stanza della mostra guarda verso una finestra che la illumina. Fotografia di Gianni Viviani. ]

L’arte non è necessaria, è il superfluo, e quello che ci serve per essere un po’ felici o meno infelici nella vita è il superfluo”: sono parole di Lea Vergine in merito all’importanza dell’arte. Intelligente e caparbia, Vergine non ha mai temuto il giudizio altrui, nemmeno quando, giovanissima, venne accusata di “disturbi sessuali” dallo scrittore Luigi Compagnone, che era rimasto sconvolto da ciò che la giovane curatrice – all’epoca ventiseienne – aveva scritto in riferimento alle opere di Lucio Fontana in mostra, nel 1963, alla galleria Il Centro a Napoli. Fin da subito capace di comprendere l’innovazione dietro giovani artisti e di farsi portavoce di quella rottura radicale che stava animando l’arte del secondo Novecento, Lea Vergine fece il suo ingresso nel mondo dell’arte conquistandolo e rinnovandolo al punto che la sua scomparsa, avvenuta pochi giorni fa, può considerarsi una delle perdite più dolorose della cultura contemporanea.

Dopo aver abbandonato gli studi di filosofia all’età di 19 anni si dedica immediatamente a piccole pubblicazioni su testate locali, sposa giovanissima Adamo Vergine, di cui mantiene il cognome anche dopo il divorzio, e inizia la sua carriera da autodidatta. Nei primi anni sessanta Giulio Carlo Argan le presenta il designer e suo futuro marito Enzo Mari, con il quale si trasferisce a Milano nel 1968. La sua attività come critica nasce già in quei primi anni, ma è con l’esplosione del fenomeno della body art, nel 1974, che Lea Vergine irrompe nel dibattito artistico. A tal proposito scriverà che “gli autori erano ossessionati dalla necessità di agire in funzione dell’altro, dalla necessità di mostrarsi per poter essere. Romantica strategia per conquistarsi il diritto di mettersi al mondo di nuovo”. Lo studio dell’arte del corpo, dell’arte di esprimersi attraverso esso, la impegnerà per molti anni e diventerà il suo tratto distintivo. Si occuperà di artistə come Gina Pane, per la quale avrà un occhio di riguardo fin dagli esordi, affermando che “per la prima volta, nel mondo del fare arte, il concetto del corpo viene messo a fuoco”.

Per tutta la sua vita Lea Vergine ricama, con la sua scrittura, le trame più profonde dell’agire umano e artistico. Capace di comprendere, attraverso un’indagine tagliente ma per nulla dogmatica, l’importanza della nuova arte e dell’utilizzo di nuovi schemi, accogliendo queste novità con una sapienza e una scrittura tali da far “accadere qualcosa sotto gli occhi del lettore”, come scrive Aurelio Pino nella nota al testo Parole sull’arte, 1965-2007.

Nel 1975 Lea Vergine concepisce la mostra “L’altra metà dell’Avanguardia 1910-1940, pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche”, frutto di una ricerca breve ma esaustiva atta a riportare in auge quelle donne dotate di “eccentricità, disobbedienza, generosità, tragica grazia” che hanno avuto un ruolo e che sono state poi dimenticate. Come lei stessa scrive nella prefazione al catalogo, la mostra prende le distanze dalle due precedenti retrospettive dedicate alle donne nell’arte che si erano svolte poco prima, una a Washington e l’altra a Berlino, e che Vergine descrive come narrazioni romanzate, a metà fra il censimento e la favola, e farcite di una retorica al femminile spesso banale e generica. La mostra, che inaugura nel 1980 a Milano, racchiude un periodo breve ma prolifico della storia dell’arte, quello delle avanguardie di primo Novecento, viste però in chiave femminile. L’obiettivo della mostra è quello di dare spazio ad artiste dimenticate e di salvarle dall’oblio; sono l’altra faccia di una medaglia il cui recto – gli uomini – ha sempre avuto molta più voce e notorietà del verso. Lea Vergine ci racconta di artiste “non estranee al mondo della pazzia per aver attraversato la pazzia del mondo”: da Frida Kahlo a Carol Rama, da Edita Valterovna Zur-Muehle, nota al pubblico in quanto moglie di Mario Broglio fondatore, insieme a lei, della rivista Valori Plastici, a Vanessa Bell, pittrice dimenticata che illustrò alcune edizioni dei libri della sorella, Virginia Woolf.

Lea Vergine raccoglie queste artiste “angelicamente luciferine” e, più che compilare una scheda fredda e impersonale delle loro vite, ne esalta le doti artistiche e le libera dall’ombra che le ha accompagnate in vita. Genera così una raccolta di ingegno e creatività per condannare la miopia del sistema dell’arte, nonché la cecità dei critici e degli storici che hanno preferito o preferiscono ancor oggi una visione al maschile. Quando, all’inaugurazione della mostra, le viene chiesta la differenza fra l’arte prodotta da uomini e quella prodotta da donne, Lea Vergine risponde esaltando le tre doti dell’arte al femminile: l’autoironia, il sarcasmo e il coraggio, quest’ultimo inteso come capacità di prendersi sul serio fino a un certo punto, e aggiunge come quarta qualità la memoria; memoria non intesa come ricordo, come semplice fissare nella mente qualcosa di importante, ma come capacità di preservare e tramandare, che per Vergine è dote esclusivamente femminile. La memoria “per esorcizzare la morte di sé e del mondo”, scrive nel 2004 nelle conclusioni al catalogo della mostra, per “tenere in vita ciò che è lontano nel tempo”. Il suo lavoro in vita è stato proprio questo, portare avanti la memoria di chi ha fatto parte del nostro passato per poter esaltare il nostro futuro, e in questi giorni cupi nei quali la morte di Lea Vergine è arrivata come un fulmine a ciel sereno, omaggiamo la sua vita con la memoria di ciò che è stata.

“Si raccoglie il vissuto perché si cerca di non essere cancellate dal futuro”.

Per approfondire:

Bibliografia

  • Lea Vergine, L’altra metà dell'avanguardia 1910-1940. Pittrici e scultrici nei movimenti delle avanguardie storiche (Il Saggiatore, 2005)

  • Lea Vergine, Parole sull’arte 1965-2007 (Il Saggiatore, 2008)

Sitografia

Intervista per L’arte è un delfino di Stefania Gaudiosi

Rebecca Ricci è laureata in Lettere Moderne e attualmente studia Storia dell’Arte all’Università di Firenze. Nel 2020 ha co-curato la mostra “SOLO. Mario Mafai” presso il Museo Novecento di Firenze. Oltre all’arte sua grande passione è dormire, inoltre spera di dirigere un museo un giorno. Puoi seguirla su Instagram.


La storia di Dana Lauriola, l’attivista No Tav “punita col carcere per aver espresso pacificamente il suo dissenso”.

Il progetto Est/ranei, che su Instagram si occupa di culture dell’Est, della Mitteleuropa e dei Balcani, sta seguendo l’evolversi della situazione in Polonia contattando direttamente i collettivi locali.

A post shared by @est.ranei_
October 28, 2020
[Il post IG di Est/ranei sulla sentenza costituzionale polacca che rende illegale l’aborto.]

Laura Mulvey, autrice del fondamentale Cinema e piacere visivo e coniatrice dell’espressione male gaze, presenta la sua ultima raccolta di saggi.

Perché è importante che la prima traduzione cinese del Manifesto del partito comunista di Karl Marx e Friedrich Engels sia apparsa su una pubblicazione femminista?

Come la pandemia ha inasprito le disuguaglianze di genere: il caso cileno.

[Alt Text: ritratto fotografico delle quattro ragazze che formano il collettivo femminista LASTESIS, autore della canzone di denuncia della violenza di genere perpetuata delle forze dell’ordine. Tutte e quattro indossano una salopette rossa. Fonte.]

Arcigay Valle d’Aosta Queer VdA ha organizzato, sulla sua pagina Facebook, un incontro sulla scena queer palestinese. A dialogare sono Dalia, una studentessa palestinese, e Cecilia Dalla Negra, autrice del libro Si chiamava Palestina. Storia di un popolo dalla Nakba a oggi: insieme raccontano la storia dell'occupazione da parte dello stato di Israele, affrontano il rapporto tra Islam e minoranze, spiegano che cos'è il pinkwashing e segnalano tutte le mancanze e le narrazioni distorte dei media che raccontano la questione palestinese. E a proposito di pinkwashing israeliano, si raccolgono firme di artistə e professionistə del mondo del cinema che sostengano i movimenti LGBTQ+ per un boicottaggio del TLVFest, film festival LGBT sponsorizzato appunto dal governo di Israele.

Cos’è scomparso durante la pandemia.

Nasce Moleste, un collettivo pronto a impegnarsi contro molestie e discriminazioni nel mondo del fumetto raccogliendo testimonianze, offrendo un sostegno concreto grazie alla collaborazione con i principali centri antiviolenza, e costruendo una rete con associazioni gemelle come BD égalité e So many of us. Puoi restare aggiornat* sulle attività di Moleste seguendo la loro pagina Facebook.

Claudia Rankine vuole sapere cosa significa essere biancx.

Su InGenere, Deborah Giustini e Marta Fanasca descrivono le possibilità lavorative offerte alle donne nel Giappone di Shinzō Abe: poche e scadenti.

Perché battersi contro la privatizzazione delle carceri e a favore di una giustizia riabilitativa.

Le relazioni omosessuali sono state spesso cancellate dalla storia eteronormativa che ci viene presentata. Allo stesso tempo, la forzata centralizzazione del rapporto romantico monogamo e matrimoniale nelle vite delle persone di ogni genere e orientamento, e così la sua elevazione a primario in una gerarchia degli affetti tristemente consolidata, viene messa in gioco, perlopiù, dai rapporti queer. In questo articolo, storie di amicizie che sono al primo posto, al centro, e ovunque per scardinare ogni preconcetto e rivedere il principio di intimità.

Un dialogo con Marcella Campagnano.

Lo spettacolo fascista dell’ipermascolinità: ne parla Mona Eltahawy.

Black Lives Matter in Italy: una riflessione non anglocentrica. Camilla Hawthorne, Assistant Professor presso il Dipartimento di Sociologia dell’Università di Santa Cruz, e Angelica Pesarini, studiosa affiliata alla New York University (Firenze), conversano con Torin Jones di italianità e razzializzazione in Italia come parte della serie Methods of Protest: Engaging Global Black Lives Matter Movements (Stanford University).

“Trova qualcosa da nascondere il prima possibile”: un’intervista con Anne Boyer.


FATTO DA NOI

Gloria è tornata ospite di Ricciotto, questa volta per discutere insieme a Federica Bordin e Alice Cucchetti dell’ultimo film di Charlie Kaufman, I’m thinking of ending things.

FATTO DA VOI

Chiara Zanini, operatrice culturale, critica cinematografica e autrice freelance, ha creato una newsletter dedicata esclusivamente al cinema delle donne: si chiama Cineaste e ci si iscrive qui. Già dal primo numero, Cineaste ci è sembrata una risorsa importante per conoscere l’universo spesso sommerso del cinema scritto e diretto da donne: Chiara manda delle e-mail molto ricche e piene di informazioni, che rendono conto delle uscite in sala ma anche delle iniziative online, di nuovi articoli da consultare ma anche delle attività dei festival. E a proposito di festival, anche se a Venezia ha appena trionfato una donna è difficile non constatare la prevalenza di titoli diretti da uomini nelle mostre minori. Farlo notare non è una questione di quote rosa, bensì il primo passo per riconoscere e decidersi ad affrontare le difficoltà di accesso di donne, persone queer, migranti e altre minoranze ai palcoscenici che garantiscano loro una più ampia rappresentazione, difficoltà che già veniva segnalata da Chiara e altr@ in questa lettera di qualche anno fa. Sebbene la Legge Cinema del 2016 contenga dei tentativi di appianare queste differenze, e degli incentivi per la parità di genere nell’audiovisivo, esiste ancora della resistenza culturale alla pretesa di rappresentazione nei festival ed è esemplificata alla perfezione dalle minacce di denuncia e dal fiume di commenti misogini che Chiara ha ricevuto dopo aver proposto il boicottaggio di un festival che non prevedeva la presenza di registe. A lei va tutta la nostra solidarietà e a te il consiglio di seguire da vicino lei e il suo lavoro.

Interstizi è un nuovo progetto a cura di Fabiola Fiocco e Giulia Pistone, una newsletter (per ora) occasionale che nasce dal bisogno di mettersi insieme, di condividere riflessioni e pensieri fuori da uno spazio predefinito. Una piattaforma informale di confronto e di ricerca su arte, cultura pop e attualità per germogliare tra le spaccature del quotidiano. Puoi iscriverti alla newsletter, seguirle su Instagram e anche recuperare ciò che hanno scritto per noi: insieme a Victoria Chuminok ci hanno presentato la mostra Doing Lucy di Puck Verkade, mentre Fabiola ha trattato le artiste Nil Yalter e Sheila Levrant de Bretteville.

Il 2 novembre uscirà la prima puntata di Phenomena, un podcast a cura di Paola Moretti e Ivana Marrone che prende la forma di un’immaginaria seduta spiritica per raccontare le “biografie impossibili” di scrittrici eccentriche. La prima “phenomena” sarà la poeta brasiliana Hilda Hilst.

Su DINAMOpress, Martina Neglia ha recensito Ogni volta che ti picchio di Meena Kandasamy.

[Alt Text: copertina del romanzo Ogni volta che ti picchio, edizioni e/o.]

Martina ha anche presentato, insieme a Marie Moïse, Il contrario della solitudine. Manifesto per un femminismo in comune della filosofa e attivista brasiliana Marcia Tiburi. Trovi il video della conversazione sulla pagina Facebook della libreria Antigone di Milano.


UN LIBRO

What it Means when a Man Falls from the Sky, di Lesley Nneka Arimah

di Ludovica C.

[Alt Text: ritratto fotografico della scrittrice Lesley Nneka Arimah. Fonte.]

Nella newsletter Here’s the thing (Ecco il punto) delle giovane scrittrice americana Sarah Gailey c’è una “serie” di dispacci che va sotto il nome di “Personal canon”, ovvero Canone personale e che ospita saggi, dell’autrice ma anche di altre voci, che esaminano la domanda “Cosa dobbiamo leggere?” nell’ambito della letteratura di genere. Questa domanda viene posta però non in chiave non collettiva (come solitamente viene inteso un canone), ma prettamente individuale. L’idea è che ciascun* di noi ha un percorso unico che lo ha portato ad amare la letteratura di genere, e che lo ha formato nel modo di leggere o di scrivere. Ciascuno dei contributi pubblicati in questa serie racconta quindi un’influenza, un segno lasciato da un libro di genre fiction sull’autore o l’autrice, un passaggio che è quindi “obbligatorio” per comprendere il percorso individuale di chi scrive.

Nel numero del 3 settembre, il contributo pubblicato è di Innocent Chizaram Ilo, scrittor* Igbo che vive a Lagos e che ha vinto il Commonwealth Short Story Prize per l’Africa nel 2020, con questo racconto. Ilo racconta di essersi avvicinat* alla scrittura con un approccio descrittivo, puntando a raccontare quello che aveva davanti a sé, ma di essersi presto sentit* limitat* da questo confine. I suoi racconti hanno presto preso delle pieghe ben più inaspettate, surreali o grottesche. Ha scoperto che quello che faceva rientrava nel mondo della speculative fiction, un termine che raccoglie in sé il fantasy, la fantascienza, l’orrore, e altri sottogeneri. Nel leggere il “canone” di questo filone narrativo, Ilo non ritrovava niente che fosse davvero suo (“nothing I could completely own”) niente in cui specchiarsi (“could not completely see myself in”). Ilo afferma che Lesley Nneka Arimah, scrittrice nigeriana vincitrice del Commonwealth Short Story Prize per l’Africa nel 2015, ha creato uno spazio nella narrativa speculativa in cui potersi finalmente sentire a casa. A suo parere Arimah non ha solo mostrato che questo genere di letteratura non è solo bianco, ma ha fatto molto di più, perché nei suoi racconti tutto è possibile. Leggendo non si sa mai quando arriverà il momento magico (o semplicemente bizzarro), e allo stesso tempo sono racconti intrisi di politica, quasi sfacciati nel loro modo diretto di porsi di fronte a certi problemi.

Quando ho letto le parole di Ilo su questa autrice sono andata a riprendermi la sua raccolta di racconti. Si chiama What it means when a man falls from the sky, è uscita nel 2017 e l’avevo letto appena qualche settimana prima. Avevo colto la bellezza dei testi di Arimah, ma non mi ero accorta, dalla mia prospettiva di lettrice europea e bianca, della portata dirompente di questo lavoro. Ho riletto il libro, e mi è sembrato diverso.

La prima delle storie che compongono questa raccolta (“The future looks good”) è a mio avviso la più convenzionale: perfettamente misurata dal punto di vista tecnico e di composizione elegantissima, è un’introduzione molto gentile al mondo di Arimah. Questo racconto ci scuote con un mirabile colpo di scena, ma non ci mette davanti una realtà “squadernata”. Già con la seconda storia però, che si intitola “War stories” (qui Arimah che la legge durante un evento) ci viene rivelato uno sguardo sul mondo assolutamente nuovo: una ragazzina, Nwando, ascolta i racconti che il padre fa della guerra civile nigeriana, storie dolorose e in un certo senso misteriose, e a scuola “rovescia” il “regime” instaurato da una sua compagna, portando nel suo mondo quotidiano, quello inaccessibile di suo papà. Il parallelo fra i traumi del padre e la vitalità di Nwando è quasi brutale, proprio perché diretto ed esplicito.

Nei racconti che seguono, Arimah spazia fra i temi più disparati. Per esempio, c’è il dramma della diaspora nigeriana in “Light”, in cui un uomo, Enebli, deve acconsentire a mandare sua figlia negli Stati Uniti, dove la madre della bambina si trova da qualche anno (“Quando Enebeli Okwara mandò sua figlia nel mondo, non sapeva ciò che il mondo può fare alle figlie”). Ci sono madri e figlie in rapporti disfunzionali come in “Windfalls” (che sembra la storia di due artiste della truffa, ma che è in realtà molto altro), o in rapporti troppo complicati per essere ricuciti, come in “Second chances” (che sembra una storia di fantasmi ed è la storia di una famiglia frammentata), o in rapporti affettuosi e protettivi, come in “Buchi’s girls” (in cui Arimah ci mostra come le dinamiche di classe si intreccino a quelle familiari). Ci sono madri in potenza, come in “Who will greet you at home”, in cui Arimah immagina un mondo in cui le donne costruiscono i bambini con i materiali più disparati e, dopo aver ottenuto la benedizione di una donna più anziana, devono custodire e nutrire il fantoccio per un anno prima che questo prenda vita: questa splendida immagine è il pretesto per parlare di classe (“le donne come lei dovevano creare il loro bambino da un materiale più solido, più pratico, se volevano che sopravvivesse alle ammaccature e ai graffi che vengono con una vita come la sua.”) e del tentativo così faticoso di essere con i nostri figli diverse da come le nostre madri lo sono state con noi.

Arimah è nata a Londra, ha vissuto in Nigeria e si è poi trasferita negli Stati Uniti, e la sua identità composita si riversa nei suoi racconti. Per esempio, nel racconto “Glory” (qui c’è una pagina del racconto con dei commenti dell’autrice) Arimah si muove con estrema fluidità fra la religione Igbo e gli stereotipi di una vita “contemporanea”. A Glory, la protagonista, va tutto storto e l’autrice gioca con l’idea che potrebbe essere colpa del suo chi, ovvero uno spirito personale che negozia con gli dei per conto di ciascuno, oppure di una maledizione. Al contempo però ci mostra tutti i modi in cui Glory si auto-sabota, la sua frustrazione, i suoi tentativi maldestri di non deludere i suoi genitori.

Così come elementi culturali occidentali e nigeriani si fondono con grazia, così l’autrice spazia fra i generi più disparati. Nel racconto che dà il titolo alla raccolta ci troviamo in un futuro immaginato, nella Biafra-Britannia Alliance, nata in seguito a un’inondazione che ha costretto gli inglesi a rifugiarsi in Nigeria. La protagonista, Nneoma, è una matematica che si occupa di rimuovere il dolore dalle persone che hanno subito traumi gravissimi in seguito ai disastri ambientali, alle guerre, agli sconvolgimenti che hanno stravolto il mondo come lo conosciamo. Nneoma è stata lasciata da poco dalla sua fidanzata, e si pone domande sul senso del suo lavoro, sulla rigida divisione in classi della società in cui vive, sulla complessità del dolore umano.

Ci sono esempi di realismo magico, di horror vero e proprio, di commedia romantica, di fantascienza, persino di folklore, in “What is a Volcano?”. Quest’ultimo racconto, il mio preferito della raccolta, racconta della lotta fra due divinità: quando la dei dei fiumi distrugge accidentalmente un formicaio, scatena l’ira e il desiderio di vendetta del dio delle formiche. Qui c’è una delle frasi più potenti del libro:

Andarono avanti così per cinque secoli umani, e se qualcuno chiedeva a Fiume cosa pensasse di Formica, lei rispondeva con una risata calorosa, condita con un pizzico di fastidio. Un uomo così piccolo, con piccole preoccupazioni, non era che una distrazione divertente per una donna come lei. Nessuno chiedeva a Formica cosa pensasse di Fiume, ma qualcuno avrebbe dovuto sapere che non si tolgono cose piccole a uomini piccoli.

Arimah racconta sorprendentemente bene una cosa che purtroppo conosciamo molto bene: la forza distruttiva dell’ego gigantesco di un uomo minuscolo. Di uomini, in questa raccolta, ce ne sono davvero pochi, ma sono sempre così insicuri e insignificanti da diventare estremamente pericolosi (e in questo mi hanno ricordato molto i personaggi maschili nei romanzi di Elena Ferrante).

Durante una conversazione, le tre autrici Kara Brown, Aminatou Sow e Doreen St. Félix hanno evidenziato quanto prezioso sia veder rappresentate donne nere che si comportano male, personagge “autorizzate” ad essere complesse, a volte sgradevoli, a volte tenere, che in un certo senso si parlano a cavallo dei diversi racconti dando vita a un coro variegato. Loro hanno menzionato come troppo spesso le storie che hanno de* protagonist* ner* siano caratterizzate da un’epica forzata e manchino di intimità; le storie di Arimah invece sono estremamente specifiche, e proprio per questo significative, in grado di rappresentare tante complessità.

I mondi di Arimah sono difficili da penetrare, da comprendere a fondo: ci vengono descritti molto rapidamente, e anche se non li afferriamo in un certo senso li “sentiamo”. Perfettamente padrona del mezzo espressivo che ha scelto, l’autrice confeziona ogni frase con grazia, riempiendo ogni paragrafo di significati che non sempre si afferrano alla prima lettura. Riesce ad essere sorprendentemente coerente, consegnandoci un libro che è un prodotto unitario, pur spaziando tantissimo, giocando con le forme e sperimentando linguisticamente. Questa lettura mi ha fatto chiedere quanto ci siamo pers* (e ci stiamo perdendo tuttora) concentrandoci su un canone occidentale (e maschile) e quanto i nostri immaginari possono essere scossi, rivoluzionati, dalle potenze immaginifiche di autori e autrici che sfidano questo maledetto canone, non perché vogliono entrarci, ma perché vogliono distruggerlo dalle fondamenta.

Ludovica C. ha 25 anni e fa il dottorato in Economia a New York ma in realtà vorrebbe solo leggere tutto il giorno. Puoi seguirla su Twitter.


UN’ARTISTA

Rusudan Khizanishvili. La realtà dimenticata

di Simona Iamonte

[Alt Text: L’artista georgiana Rusudan Khizanishvili in una foto-ritratto a mezzo busto, appoggiata ad una parete grigia.]

"Mi sono avvicinata alle arti troppo tardi ma, quando finalmente l'ho fatto, è stato come se alcuni dipinti, e alcuni artisti, fossero in grado di ricordarmi cose che avevo perso nella mia memoria. Le visioni delle loro storie mi hanno spostato in luoghi in cui dovevo essere stata in altre vite e in altri tempi."

Cosa significa essere umani? Questa domanda scuote e carica la sorprendente pittura dell’artista Rusudan Khizanishvili, che si interroga sulla vita e sull’animale che è insito nell’uomo. La sua pittura è istintiva, carica di simbolismo intuitivo, subliminale e in un certo senso preistorico, scaturito da una necessità e non da un desiderio; ed è questo che la rende autentica agli occhi di chi fruisce delle sue opere.

Rusudan Khizanishvili è un’artista contemporanea georgiana con sede a Tiblisi, nata nel 1979 da genitori georgiani nella Repubblica della Federazione Russa, paese dal quale la madre, Rusudan e i due fratelli, cercheranno di abbandonare per far ritorno in patria.

La sua storia familiare inizia in modo piuttosto infelice: all’età di un anno Rusudan perde il padre, ucciso da un rapinatore, e la nonna paterna incolpa la nascita di Rusudan, etichettandola come un segno di “brutto presagio” (come spiega l’artista in un'intervista a cura del traduttore e filosofo italiano Alessandro Cortese). Sono anni difficili quelli passati in Russia, anni solitari nei quali la madre, rimasta vedova e con tre figli a carico, lavora incessantemente tutti i giorni. Durante questi anni Rusudan sfugge alla solitudine rifugiandosi nella letteratura, passando i pomeriggi dopo la scuola nella sua cameretta, proiettandosi in un altro mondo. In questa fase della sua vita nasce l'esigenza di potersi esprimere attraverso la pittura, di creare un mondo personale, di tradurre i demoni interiori e le cicatrici in scenari fantastici. All’età di nove anni inizia a studiare arte, all’età di tredici la sua famiglia riesce finalmente a trasferirsi in Georgia, dove proseguirà gli studi artistici per poi conseguire le sue due Lauree in Belle Arti della scuola J.Nikoladze e dall’Accademia di Stato di Tbilisi ed un Master in Studi cinematografici dall’Accademia di Stato di Tbilisi. In Gorgia riparte la sua vita: si sposa e prende (per volontà propria) il cognome del marito, Khizanishvili, lasciandosi alle spalle il suo cognome di nascita Gobejishvili. Quello che può sembrare un passaggio naturale nella vita di una donna, in questo caso assume un aspetto di cambiamento. In questa sua dimensione, penso che il cognome, abbia attuato una trasformazione identitaria, non per forza legata al rinnegamento delle proprie origini, ma più ad una ripartenza del proprio Io.

[Alt Text: il dipinto “Kalev and Linda Lovestory” Acrilico su tela 100x100 cm. Tre figure umane, due adulte e una infantile, sono rappresentate come una famiglia. Il riferimento è molto chiaro alle iconografie cristiane in cui viene rappresentata la famiglia nella sua più alta forma di amore e unità.]

I dipinti di Rusudan attingono direttamente dalle emozioni e dai pensieri personali dell’artista, insieme ai quali gli elementi ispirati al cinema, alla religione, alla mitologia e soprattutto alla quotidianità, si fondono, rappresentando il mondo interiore, caotico ed elettrico di una delle più emozionanti pittrici contemporanee.

Guardando i suoi dipinti, all’inizio abbiamo la sensazione che si tratti di un mondo utopico, dai colori sgargianti e dai pattern ripetitivi, ci sentiamo estranei e distanti dalla narrazione; ma addentrandoci in uno sguardo più attento, arriviamo ad una più accurata visione di uno spazio confortante e incredibilmente reale per quanto astratto possa sembrarci.

Ogni personaggio è un universo a sé, costretto in una forma, disordinato e negligente, dolorosamente stratificato, mostruoso eppure così umano, bisognoso di espressione, idealmente molto vicino all’uomo contemporaneo che ha dimenticato il suo istinto, la sua parte più sincera e viscerale.

Le figure antropomorfe, quelle naturali e animali sono forme determinate da linee e da colori, forme che hanno sempre accompagnato la ricerca artistica di Rusudan, nella quale indaga principalmente sul tema del ruolo dell’umanità nel mondo, inteso come ruolo in relazione allo spazio, al tempo ma soprattutto in connessione col mondo naturale ed animale.

L’interrogazione che ne deriva è: in che modo gli esseri umani sono influenzati da ciò che li circonda? In che modo il potere umano può servire alla coesistenza di specie e di armonia caotica?

[Alt Text: il dipinto “Rabbit in the box” acrilico su tela 130 x 100 cm. Due figure dai tratti faunistici, si fondono con elementi antropomorfi, sorrette da un elemento architettonico, ed immerse nella natura colorata e caotica. Una delle due figure esala dalla bocca un flusso nero striato di bianco che si estende orizzontalmente e fluttuante per la parte destra della tela.]

Mi viene quasi impossibile non pensare al concetto di Horror vacui, in cui tutto mi sembra estremamente confuso e sregolato, eppure dentro di me so che ha un senso, tutto ha un posto nel caos e si esprime al massimo del suo potenziale proprio per via della sovrabbondanza.

A livello tematico, l’artista dichiara di concentrarsi per lunghi periodi su determinate idee. Da qualche tempo sta lavorando ad un ciclo di dipinti intitolato “Conversion Device” nel quale esplora le trasformazioni degli umani in una nuova specie attraverso la propria morte e rinascita per mezzo di un “Dispositivo di conversione”. Come spiega nella sua biografia, la conversione implica l’unione dell’uomo con l’animale per mezzo di un processo non ben definito (che si traduce proprio nel processo pittorico) che porterà l’uomo alla rinascita. Il “dispositivo di conversione” è quindi il pensiero che si traduce in pittura, è insito nell’atto, diventa trasformazione e liberazione pura.

In questo video l’artista parla proprio di “Conversion Device”, che ha presentato nell’aprile 2017 al Mark Rothko Art Center di Daugavpils (Lettonia) curato da Alexander Kvatashidze; dalle sue parole è possibile capire come intende il dialogo espressivo, intuire la sua visione della vita e avere uno sguardo attraverso le sue parole, nella sua arte.

[Alt Text: Il dipinto “A New Star Rising” acrilico su tela 120 x 180 cm. Delle figure antropomorfe si districano e si annodano in una composizione compatta nel quale forme di piante e di animali arricchiscono la composizione di un dipinto che parla di vita.]

Ci siamo dimenticati che nella preistoria avevamo un'intuizione profonda e potevamo predire il futuro, leggere pensieri e persino usare lo stesso linguaggio degli animali.

Il ricordo, la memoria e ciò che ne deriva, trovano spazio nel subconscio che si manifesta nell’atto pittorico e si lascia andare istintivamente attraverso le pennellate ampie e nette che distribuiscono i colori ad olio puri sulla tela, che si stratificano ad ogni passaggio, reinventando le forme ad ogni gesto.

Ogni immagine non solo è pittoricamente potente, libera e intuitiva, ma denota una grande sensibilità compositiva e narrativa, nella quale il simbolismo spicca all’occhio e ci introduce verso un’idea più ampia di narrazione mediante un’immagine.

La potenza espressiva sostituisce il bisogno della parola, l’atto stesso del guardare un’opera è comunicazione in sé, ed in quanto tale, non necessita di essere esplicata.

Il mio obiettivo è di usare l’arte come una medicina e i miei quadri come la prescrizione di tutto ciò di cui ognuno ha bisogno per sentirsi più ispirato e capace di ascoltare i propri sentimenti.

[Alt Text: Il dipinto “I have got you” acrilico su tela 130 x 100. Una figura antropomorfa abbraccia un animale che ricorda un anfibio ricoperto di macchie bianche. Le figure sono immerse nella natura e in uno spazio circondato da grosse stelle nere.]

Simona Iamonte vive a Torino e lavora come illustratrice e pittrice. Puoi seguirla su Instagram.


Ringraziamo Rebecca, Simona e Ludovica per averci donato il loro lavoro prezioso! Saluti e baci, ci rileggiamo a fine novembre!

Un abbraccio.

Gloria, Francesca e Marzia


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