La ghinea di aprile

Benvenutx al tredicesimo numero di Ghinea, la newsletter che compie un anno! Negli ultimi dodici mesi abbiamo imparato tante cose, ragionato e discusso, tra di noi e soprattutto con voi. Siamo grate per tutti i messaggi che ci avete mandato, le critiche e gli apprezzamenti, per averci voluto conoscere di persona il 31 ottobre a Bologna o anche solo per averci salutato sui social. E ora ricominciamo: anche questo mese possiamo contare sull'aiuto scientifico di Francesca Balestrieri, che aveva già firmato il profilo di Emmy Noether sulla Ghinea di novembre. Oltre al suo intervento troverai alcuni appuntamenti culturali da non perdere, un paio di librerie che hanno bisogno di noi, il consueto osservatorio sull'aborto (che una volta tanto non è solo una campana a morto) e soprattutto una chiamata diretta a chi ama il cinema e vorrebbe scriverne, magari insieme a noi. Buona lettura!

Dice la fondatrice di Ní una menos che l'unica speranza di arginare i fascisti è... rispettare le loro opinioni? Evitare di portare il conflitto negli spazi pubblici che occupano e permettere loro di propugnare le loro idee? Non contestarli per non dar loro visibilità? Non proprio: la mobilitazione femminista. Anche perché se non si resta vigili è facile che accadano fatti odiosi come quello che ha coinvolto la Libreria delle Donne di Bologna, transennata dalle donne di Forza Nuova perché organizzatrice di una serie di incontri e laboratori per bambini. Gli appuntamenti vertono su identità e genere nei libri per l'infanzia e per questo, nel pieno rispetto di una tradizione che schiaccia gli sforzi culturali e fa saltare i ponti verso qualsiasi soggetto altro, le forziste hanno lasciato alle libraie dei messaggi inequivocabili per forma e sostanza, tra i quali spicca la promessa di fare falò dei loro libri. La Libreria delle Donne è un polo culturale irrinunciabile per la città e merita di essere tutelato, soprattutto quando le minacce che riceve hanno echi così sinistri e ormai in aperta continuità con il più celebre falò di libri della storia recente. Immediatamente dopo l'attacco, la consigliera comunale Emily Clancy ha raccolto e diffuso l'appello delle donne che gestiscono lo spazio ad acquistare un libro e donarlo a scuole e biblioteche di quartiere. Noi abbiamo fatto lo stesso e ti invitiamo, se ti è possibile, a unirti a noi o a sostenere la libreria. Ma solidarietà e supporto non possono né devono passare solamente attraverso una transazione pecuniaria: questa idea esclude chi non ha possibilità di donare e illude chi invece ce l'ha che basti questo per fare la propria parte. Assai più importante è frequentare questi spazi, appoggiare le loro iniziative e non lasciare sole ed esposte ad attacchi liberticidi quelle che si impegnano per portarli avanti. A Bologna, a Roma (dove nella notte del 25 aprile un probabile incendio doloso ha distrutto la libreria indipendente e dichiaratamente antifascista La pecora elettrica, che ora ha messo in piedi un crowdfunding per la ricostruzione) e in ogni altra città. 

Costruire una società senza prigioni in cui nessuno sia costretto ad aver paura è possibile e, alcuni argomentano, moralmente necessario. Ma se decidessimo di farlo non sarebbe semplice e non sarebbe rapido: Rachel Kushner ne ha parlato con Ruth Wilson Gilmore.

Nelle chiazze di America Latina abitate dalle popolazioni indigene, in Bolivia ma non solo, è tuttora in corso un braccio di ferro tra l'industria che vorrebbe assorbire le terre e amalgamarle agli spazi già messi a ruolo dal capitale e chi strenuamente si oppone alla colonizzazione definitiva. In questo contesto, che al momento vede il mercato in posizione di vantaggio perché spalleggiato da diversi governi locali, brilla la resistenza del feminismo comunitario. Le donne che lo portano avanti rivendicano un'idea di società e di famiglia che si sottrae alle logiche del capitale e ai ruoli che esso impone e promuovono la messa in comune degli spazi e dei mezzi di riproduzione, sfidando la logica secondo cui la terra, la vita e ogni cosa debbano essere vendute o quantomeno fruttare del denaro e affermando quella che Maria Mies e Veronica Bennholdt-Thomsen definiscono l'"altra" economia: svolgere attività che non abbiano come unico scopo "l'accumulazione infinita di denaro morto" bensì quello di preservare e perpetuare la vita su questo pianeta

Già nel 1991 Naomi Wolf attaccava la chirurgia plastica in generale ma la mastoplastica additiva in particolare, definendola senza mezzi termini "mutilazione sessuale" e sottolineando come la potenza del Mito della Bellezza prevalesse su qualsiasi altra considerazione circa l'opportunità di aprire il petto di una persona sana e inserirci due pezzi di silicone, prime fra tutte la sicurezza di tale procedura e i suoi effetti sulla salute delle donne. Quasi trent'anni dopo i punti salienti della sua critica sembrano ancora validi

Restiamo in tema. Come (e soprattutto perché) sottrarsi alla bellezza e abbracciare la bruttezza: una proposta politica di Mia Mingus.

Perché non dobbiamo affidare il nostro femminismo alle celebrità/1: Alyssa Milano supporta il #MeToo e sostiene le donne, ma solo quando non accusano il suo amico vicepresidente.

Perché non dobbiamo affidare il nostro femminismo alle celebrità/2: ecco Chimamanda Ngozi Adichie nel momento in cui precipita nel baratro del capitalismo umano e del femminismo lean-in secondo cui la lotta da portare avanti è quella per inserirsi nelle strutture di potere anziché quella per abbatterle (una pessima idea, secondo noi ma soprattutto secondo bell hooks). 

[Alt Text: ritratto fotografico di bell hooks]

Come previsto, il tentativo di spallata al diritto di aborto negli Stati Uniti sta passando attraverso una serie di leggi locali che non vedono l'ora di essere discusse dalla Corte Suprema, ora che grazie alla nomina di Brett Kavanaugh i numeri per ribaltare la sentenza Roe v. Wade sono stati finalmente raggiunti (ne abbiamo parlato nelle Ghinee di settembre e ottobre). La mappa degli stati che stanno muovendo questa offensiva rende lampante la gravità della situazione, mentre la violenza delle misure proposte (una fra tutte: la pena di morte) chiarisce una volta per tutte che l'attacco all'aborto non riguarda la difesa della vita ma la libertà delle donne. Non contenta, con l’aiuto di Russia e Cina l'amministrazione Trump ha azzoppato una risoluzione ONU riguardante la violenza sessuale come arma di guerra, minacciando di porre il veto se non fossero spariti i riferimenti alla salute riproduttiva e la parola gender: il risultato è un testo annacquato, che oltre a non creare un osservatorio di monitoraggio e denuncia delle violenze sessuali in situazioni di conflitto rinuncia ad affermare inequivocabilmente che le gravidanze risultanti da uno stupro devono poter essere terminate in sicurezza e legalità. Per approfondire questa notizia puoi ascoltare l’ottima puntata di Tutta la città ne parla dedicata alla risoluzione ONU, alla storia delle donne come bottino di guerra (con l’intervento di Eva Cantarella) e alle terribili violenze perpetrate durante la guerra di Jugoslavia.

[Alt Text: mappa degli USA che evidenzia gli stati in cui è stata introdotta una qualche forma di legislazione anti-aborto. Quasi tutto il sud-est è colorato, ma la macchia si estende anche lungo il confine settentrionale]

Per fortuna le notizie sui diritti riproduttivi non sono sempre e solo sconfortanti e regressive: il presidente del Ruanda ha deciso di far scarcerare e di far cadere tutte le accuse a carico di 367 persone arrestate per aver interrotto una gravidanza o aiutato qualcuna a farlo e pochi giorni dopo, in Corea del Sud, la legge che vieta l'aborto è stata dichiarata incostituzionale (e dovrà dunque decadere entro il 2020).


La singolarità dell’esperienza delle donne e del femminismo nel contesto avanguardistico italiano non risiede tanto nell’unicità di ciascuna, quanto nell’incapacità di chi osserva e cataloga di mettere a sistema le esperienze di produzione artistica verbovisiva delle donne. Nonostante l’apporto personale di ognuna ai diversi campi artistici della propria sperimentazione, la riduzione a soggetto unico – da leggersi come isolato – da parte della critica, e in parte anche dei propri contemporanei sperimentalisti di sesso maschile, non è avvenuta per esaltare le qualità specifiche di ognuna di queste donne ma piuttosto per cecità nei confronti di una presenza unitaria, seppur disseminata, delle artiste.

Nel 1978, dopo un decennio di lavoro curatoriale con il preciso intento di mettere in luce la produzione artistica e concettuale di soggetti femminili altrimenti marginalizzati lì dove non addirittura oscurati, Mirella Bentivoglio invade gli spazi ufficiali della Biennale di Venezia con Materializzazione del linguaggio

Smaterializzata in passato nella sublimità astratta della sua pubblica immagine, parallela alla sua pubblica assenza; privatamente confinata nel contatto quotidiano e esclusivo con le materie, la donna oggi pone tutta se stessa a un mondo derealizzato nei meccanismi ripetitivi. Le nuove forme di poesia sono la riappropriazione di ciò che lei, insieme con l’uomo, ha elaborato dalle sedi primarie dell’esistenza, il linguaggio.

Nonostante la scelta ponderata di non allinearsi alle forme di lotta femminista delle sue contemporanee, Bentivoglio si posiziona ideologicamente e formalmente – oltre che artisticamente – come femminista dalla parte delle donne, portando avanti una propria forma di riflessione, agitazione, cura, e lotta quotidiana.

Il costante dialogo con i movimenti femministi è però un dato di fatto, basti ragionare sull’importanza che viene data al linguaggio a priori da Carla Lonzi proprio in una pubblicazione anche questa del 1978: Taci anzi parla. Diario di una femminista. In questo diario personale reso pubblico, Lonzi raccoglie cinque anni di pratica di autocoscienza e liberazione (1972-1977) e intense e spesso dolorose riflessioni sullo stare al mondo – mondo politico, sociale, artistico, relazionale, affettivo… – in maniera sessuata, e sulle formule e le forme culturalmente patriarcali che impediscono una ricerca e una risoluzione di un sé femminile. Come aveva già Lonzi chiarito in una lettera a L’Espresso (5 febbraio 1978):

Si continua a dare per scontato che esista un rapporto diretto tra ’68 e femminismo, questo sulla linea di far apparire sempre il femminismo come il reparto-donne di ideologie, rivoluzioni e rivolte degli uomini. […] D’altra parte per entrare in uno spirito femminista le giovani hanno dovuto scardinare non poco le parole d’ordine, i modi e i miti sessantotteschi. È stato malgrado il ’68 e non grazie al ’68 che hanno potuto farlo.

Attorno a questa data e dall’incontro di pratiche di femminismi è stato quindi deciso di costruire la mostra Il soggetto imprevisto. 1978 Arte e femminismo in Italia. Nello spazio espositivo Frigoriferi Milanesi vengono raccolte più di 300 opere di circa 100 artiste (italiane o comunque attive in Italia nel periodo di interesse) operanti come singole o all’interno di collettivi. Il percorso nella dimensione verbovisuale delle donne dell’avanguardia artistica e del femminismo è curato al dettaglio, a partire dalla proiezione di una manifestazione per la regia di Alberto Grifi che si ferma sulla soglia per lasciare spazio, oltre le tende scure, alla dimensione totalizzante della prima sala. La disposizione delle poesie visuali e videopoesie di Ketty La Rocca offrono un’esperienza immersiva, anche grazie al cilindro sonoro che si può scegliere come parte dell'interazione con l’ambiente e dal quale provengono i suoni di Cathy Berberian. Proprio Berberian fu tra le prime a commentare le capacità di estensione vocale di Patrizia Vicinelli, poetessa bolognese di cui si può osservare un esperimento di poesia visuale sulla stessa parete dove Lucia Marcucci ridefinisce il rapporto tra il marxismo e il corpo sessuato della donna

[Alt Text: impronta di un corpo sessuato femminile attraversato verticalmente dallo sgocciolamento della scritta rossa MARX che campeggiava sullo stesso. In basso, un ritaglio di giornale posizionato orizzontalmente]

La teca centrale protegge una partitura sonora per una lettura poetica, la preziosa tessitura non verbale dei libri di Maria Lai, una prima edizione Geiger di Poema & Oggetto di Giulia Niccolai. Come cita già da Lonzi (Sputiamo su Hegel) il catalogo della mostra, “il monologo della civiltà patriarcale” viene interrotto dallo sperimentalismo di queste autrici, artiste, performer che agiscono sul logosrimaneggiandolo a partire dalla sua più piccola forma come nel caso di Tomaso Binga della quale, tra le varie opere esposte, è presente il prezioso Alfabetiere murale. Più dolorosi di cocci aguzzi di bottiglia sono i bicchieri trasparenti spaccati che aprono la carne di Gina Pane, frammentati come l’identità costituente di Betty Danon che in un’installazione di mail art che piove dall’alto ricompone il senso attraverso lo sguardo dei suoi amici collezionandone cartoline tra le quali muoversi. 

In maniera sempre diversa e continuamente dimostrativa, si manifesta il soggetto femminista delle artiste felicemente raggruppate per questa occasione. Un soggetto imprevisto capace di dirottare la storia dell’identità aprioristica che vede il maschile universale come esempio neutro, che lavora a una deculturizzazione (cosciente) delle pratiche inadeguate alla realizzazione e risoluzione di un sé sessuato femminile. Slegato dal passato grazie al lavoro di deculturizzazione di cui sopra, questo soggetto imprevisto esplora il presente e si afferma nel momento stesso in cui si pensa; la sua proiezione nel momento a seguire è parte di un processo di rivolta, interna e esterna, che trova manifestazione in forme esemplari. Esemplari non (solo) perché magnifiche ma perché capaci di guidare un processo personale di ogni soggetto sessuato femminile, che vede esposte nuove percorribili vie di determinazione cui ispirare la propria pratica di scoperta e affermazione identitaria. Il lascito più importante delle artiste e pensatrici raccolte, direttamente o tangenzialmente, in questa mostra, è la ricchezza dei modi possibili di ri-conoscersi e ri-definirsi contro gli schemi maschili dominanti e passatisti.


Fotografare un buco nero non è decisamente una cosa semplice — è anzi impossibile: da un buco nero, per definizione, non esce niente, e dunque niente che possa essere fotografato. Al più, si può tentare di catturare l'immagine dell'orizzonte degli eventi, quel limite esterno del buco nero dove il tutto sta in bilico tra l'essere fagocitato e il non esserlo. Ma anche questo non è facile, dato che i buchi neri conosciuti più vicini a noi sono comunque estremamente distanti. Un team di scienziati, di cui fa parte Dr Katie Bouman, 29enne dottoressa di ricerca in Engineering and Computer Science al MIT e attualmente postdoc ad Harvard, è riuscito nell'intento mettendo a punto una rete di telescopi chiamata "Event Horizon Telescope" (EHT) che possono essere sincronizzati in modo tale da fungere come una sorta di telescopio gigante.

Il ruolo di Katie nel progetto è stato cruciale: è suo, infatti, l'algoritmo che ha permesso, dai dati ottenuti dai vari telescopi dell'EHT, la ricostruzione digitale veritiera dell'immagine della silouhette del buco nero M87* (l'asterisco, nella notazione astrofisica, denota un buco nero) ottenuta il 10 aprile scorso, e divenuta oramai la "foto" del secolo. Il lavoro compiuto dal team di Katie ha conseguenze scientifiche notevoli: ad esempio, gli astrofisici hanno potuto confermare empiricamente sull'M87* la validità di alcuni metodi teorici per calcolare le masse dei buchi neri; inoltre, la forma circolare della silhouette dell'M87* emersa dalla ricostruzione digitale corrobora la teoria della relatività generale di Einstein in situazioni estreme.

[Alt Text: la fotografia virale che ritrae Katie Bouman, insieme ai suoi colleghi, mentre sullo schermo del suo computer sta comparendo per la prima volta l’immagine del buco nero. Katie, visibilmente emozionata, si copre la bocca con le mani, ma sta sorridendo.]

Complice forse la foto virale che coglie la giovane scienziata in uno stato di eccitazione e incredulità alla vista del primo rendering del buco nero M87*, i riflettori mediatici e dei social si sono focalizzati su Katie. Purtroppo, ma non in maniera inaspettata, si è scatenata su internet un'ondata di sessismo rampante nei confronti di Katie, ondata aizzata da vari troll che minimizzano il ruolo della giovane scienziata nel progetto per esaltare invece il ruolo del Dr Andrew Chael, uno scienziato nello stesso team di Katie, con tesi pseudo-obiettive quali "850,000 of the 900,000 lines of code that were written in the historic black-hole image algorithm!", confutate da Andrew stesso.

[Alt Text: nella vignetta, un esempio basilare di bias sessista nel campo della matematica. Quando a sbagliare la formula è la figurina generica a sinistra, il rimprovero è “Wow, non sei per niente bravo in matematica!”, ma per la figura “femminile” di destra invece l’esclamazione è “Wow, le femmine non sono per niente brave in matematica!”]

Sebbene in versione esagerata dalla potenza di moltiplicazione e disseminazione offerta da internet nel caso di Katie, questa linea di sessismo per cui il lavoro di una donna (soprattutto se giovane) debba valere intrinsicamente meno di quello di un uomo (col corollario per cui se una donna ha successo, è in realtà per merito di un uomo) è un tipo di pensiero estremamente diffuso e radicato nell'ambito delle discipline STEM (Science, Technology, Engineering, Mathematics). La maggior parte dei ricercatori nelle discipline STEM sono, infatti, uomini bianchi, eterosessuali, di una certa età, e questa estrema omogeneità fa sì che, in tali ambienti, l'alterità delle donne (e delle minoranze in generale) sia percepita (anche da un pubblico generale ed esterno all'accademia) con sospetto e dubbio, e sistematicamente svalutata e rigettata. Per approfondire meglio questo fenomeno sessista in tutta la sua complessità, consigliamo questa raccolta di studi scientifici che mostra il continuo bias negativo (“pregiudizio”) nei confronti delle donne e delle minoranze nelle discipline STEM.

[Alt Text: primo piano di Varda che spunta da una pelliccia color ciclamino, caschetto bianco/castano e lenti rosa.]

Nella scorsa Ghinea abbiamo anticipato un progetto particolare, un numero speciale a ricordo e in omaggio di Agnès Varda, la cineasta scomparsa il 29 marzo 2019. Non vogliamo farlo da sole però: se hai un’idea per un breve intervento, inviaci una piccola proposta (un pitch di massimo 200 parole). Oltre ad approfondimenti su singoli film e fili rossi nella filmografia ci interessa esplorare questi temi: i documentari e i corti; Varda icona pop; Varda produttrice: storia di Ciné-Tamaris; Varda biografa/Varda memorialista; estetica vardiana: uso del colore, composizione, tropi visuali; Varda in America; Varda fotografa. Non essere timid_ e parlaci della tua idea anche se non hai mai scritto per il pubblico, la Ghinea corale che stiamo pensando non è fatta di voci cinefile esperte, ma di voci che comprendono bontà e genio di Agnès Varda. 


Dal 4 al 18 maggio a Venezia si terrà la rassegna Feminist Book Fortnight: due settimane di incontri e dibattiti su libri, le donne che li scrivono e il femminismo che dalle pagine vuole aprirsi al mondo. Ti segnaliamo in particolare l'assemblea aperta di Non Una di Meno Venezia (mercoledì 15 maggio alle 20 presso la Libreria Marco Polo) "Parole e pratiche dell'attivismo transfemminista", durante la quale il collettivo inaugurerà la redazione condivisa di un glossario contro violenza e stereotipi di genere; il dibattito su "Cura e (non) maternità" tra Marta Baiocchi, Caterina Botti e Silvia Ranfagni (venerdì 17 maggio alle 17 presso palazzo Malcanton Marcorà, Università Ca' Foscari); la conversazione tra le fumettiste Julie Maroh e Flavia Biondi, "Racconti queer e rappresentazione delle minoranze" (sabato 18 maggio alle 17.30 presso S.a.L.E. DOCKS).

[Alt Text: l'azione di attacchinaggio realizzata da Non Una di Meno Venezia in occasione dell'8 marzo 2018. Nella prima foto i manifesti recitano "Ma va' là che le piace" e "Brava non è, avrà altre doti". Nella seconda foto, "Non essere acida, c'hai le tue cose?"]


FATTO DA NOI
Nella breve e recentissima storia del podcast ce n’è uno che si è distinto per originalità e coraggio: The Heart, una produzione capeggiata dalla producer canadese Kaitlin Prest. Francesca ha intervistato Prest e ha scritto, per il Tascabile, un pezzo sui suoi lavori di audio art, l’iconico The Heart e il suo nuovo radiodramma, The ShadowsSul profilo Medium di Francesca è inoltre possibile leggere un approfondimento sulla stagione più complessa e dibattuta di The Heart, “No”, un’esplorazione in prima persona del concetto di “consenso” che Prest conduce senza alcuna intenzione di fare chiarezza, anzi, facendo leva su ambiguità e vuoti lessicali per sottolineare quanto danno derivi dalla povertà comunicativa.  

Marzia ha scritto due poesie che sono state recentemente stampate. Una risponde al film Call Me By Your Name, e la trovate su Grub Zine #4 (si compra qui). L’altra parla soprattutto di capelli bianchi e come chiamarli, e fa parte nel nuovo numero di SPAM zine “ASTROTURF” (che si compra qui). Sono pamphlet indipendenti, riot, e costano £3 l’uno.

UN LIBRO 
A Bloomsbury di Mary Butts, traduzione di Giulia Betti e Cristina Pascotto (Safarà Editore, 2019)

[Alt Text: ritratto a mezzobusto di Mary Butts dipinto da Cedric Morris nel 1924]

La voce del 20 novembre 1916 dal diario di Mary Butts recita: “Sono stanca— ho quest’immagine di un luogo tutto mio, uno studio con muri grigi & legno nero, & tendaggi sciolti, & vuoto & pace & amici gentili, & nessuna voce cattiva che dal suo piedistallo mi faccia a pezzi lo spirito. E una ragazza snella radiosa e splendida che venga & mi riponga via, & mi faccia ridere fino ad una pace inimmaginabile, una fontana di consigli saggi, & comprensione. Ecco un sogno vano e adorabile”. Il diario di Mary Butts è una lista di pensieri lasciati a metà, bozze e idee per scritti futuri, rifugio per lamentele, bacheca di conquiste e amori vissuti in parallelo. Inizia a scriverlo, nel 1916, in coda a quello che lei stessa definisce il suo  “periodo saffico”, a cui segue un decennio di vita nomade tra Parigi e l’Inghilterra e una carriera letteraria di modesto successo, con la pubblicazione di tre romanzi, tre raccolte di racconti, due “narrazioni storiche” (sulla vita di Cleopatra e Alessandro Magno), un epistolario “immaginario” illustrato da Jean Cocteau, oltre che scritti miscellanei pubblicati su riviste europee e americane. Quando Butts trova il suo rifugio — a Sennen Cove, l’ultimo villaggio abitato all’estremo occidente della costa della Cornovaglia, un cottage affacciato sul mare, il civico 1 di Marine View, battezzato Tebel Vos, “casa della magia” in cornico — ha quarantadue anni, è al suo secondo matrimonio con il pittore Gabriel Atkin e ha una figlia adolescente, Camilla. È il 1932 e Butts mantiene attiva la sua carriera di scrittrice. Cinque anni dopo morirà in quello stesso cottage, per la peritonite causata da un’ulcera, da sola, il 5 marzo 1937. 

Butts è una figura che è stata marginale ed eremitica in vita, poco conosciuta e ancora meno letta dopo la morte. La proprietà letteraria delle opere, in seguito al decesso prematuro, passa a sua figlia, Camilla Rodker Bagg, che conserva gelosamente, pare per affetto e ritrosia, carte e documenti di sua madre, rendendo di fatto estremamente difficile ricerca e valutazione dell’opera di Mary Butts, e forse contribuendo ad oscurarne la presenza nella narrazione storico-letteraria del periodo. Solo negli anni ’80 concede alla studiosa Nathalie Blondel di accedervi per redigere una biografia e curare un’edizione commentata dei diari, per poi vendere l’archivio — corrispondenze, bozze di lavori e appunti privati — nel 1998 all’università di Yale. Le traduzioni di Giulia Betti e Cristina Pascotto in A Bloomsbury sono le prime mai pubblicate in Italia, la selezione di sei racconti fatta da Safarà editore — ognuno un assaggio di una tematica tipica di Butts — pesca da un repertorio di una quarantina circa di testi brevi scritti e pubblicati tra il 1923 (la sua prima pubblicazione è la raccolta Speed the Plough) e l’anno della morte (Last Stories compare postumo, nel 1938). Per presentare Butts al pubblico italiano Safarà ha, giustamente, caricato i riferimenti culturali al modernismo inglese cui siamo abituate, quello salottiero di Woolf e Mansfield, accerchiando Butts dei nomi (e amicizie) tipici del canone dell’epoca, T.S. Eliot, W.B. Yeats, Gertrude Stein. Butts infatti non manca di nulla: l’ambientazione londinese nel quartiere di Bloomsbury, il periodo da expat nella Parigi bohème degli anni ‘20, l’allineamento alla Lost Generation (la fascia demografica che ha sprecato gli anni giovani in guerra) in virtù dell'essere nata nel 1890. 

I racconti londinesi, l'eponimo A Bloomsbury e A Bayswater, sono (violente) saghe familiari, le cui nervose dinamiche di potere sono ulteriormente movimentate da un risvolto thriller-razzista nel primo, e da ambigue relazioni omoerotiche nel secondo. Dall’altare al soprammobile del camino è una cartolina dei ricordi da una Parigi gentrificata da americane benestanti e inglesi in cerca di moderate avventure dopo essere sopravvissuti alla trincea e alla conseguente convalescenza forzata in campagna. Bellerofonte e Antea — perfetta cesura nella raccolta — è un ottimo esempio dell’ironia iconoclastica e fantasiosa di Butts, che non esita a impossessarsi del genere mitologico per reinventare l’epica del salvataggio. Il sovrannaturale appena accennato negli altri racconti è al centro di Con o senza bottoni, in cui inafferrabili forze occulte, costantemente ribelli al controllo e all’intenzione di chi le convoca, spargono dappertutto eleganti guantini. In coda, Brighteness falls ritrae due uomini alle prese con la gestione del capitale umano e sovrannaturale femminile: come si gestiscono, o meglio, si dirottano per il proprio comodo, poteri più grandi di sé? C’è una qualità allucinatoria nella scrittura di Butts, che non procede per nessi logici, eppure è principalmente ossessionata dal capire come riconoscere ciò che è reale. Chiedendosi che cosa faccia parte del mondo, è naturale che Butts proceda chiedendosi in che modo il magico, il nascosto, il sotterraneo, il selvaggio e l’incontaminato partecipino alla sua creazione. E, immediatamente dopo, metta in discussione chi, e in che termini, si arroga l'autorità di compiere l’esperienza, osservare e incontrare, per infine descrivere il "vero". 

Continua la lettura qui. Parliamo dei lati oscuri della personalità e nella scrittura di Mary Butts: esoterismo casalingo, tocchi antisemiti e classismo mascherato da coscienza ambientalista! 


UNA POESIA 
I Can't Come to the Phone Right Now, I'm Consoling Myself/Masturbating* di Kim Yideum 김이듬, traduzione in inglese dal coreano di Emily Jungmin Yoon

1. Arm

It is better for touching
Myself than touching you
Stretch out your arm, there is a place that draws
   it
Slippery and contorting, convulsing, and pro-
   ducing liquid
I won't embellish
Changing positions, I
Expand deeply   To dig at myself easily I wear
   no rings
On my fingers
To enjoy isolation   To ask the self about its
   wellbeing
The arm is just right in its widht its texture 
   and even its lenght

2. Hair

How strange   There is hair on a tree, a tree
   blooms hair   Dark and packed with fur
   from the roots   Aboar has already gotten 
   to it
After walking around it and after holding it in
   for a long time     it must have thrown itself
   at it   The starved beast started pounding at
   the tall very tall Oriental Oak     A combat
   deep in the night   It ptobably didn't even
   realize its fur was being plucked out lump
   by lump   Did the mountain with its flesh 
   torn out cry a little
 I found a single acorn   Did the poor beast
   manage to drop it only to not find it   Did 
   the tree throw it down only after the boar
   was chased away
Somehow having lost my way, I set forth my
   nails and wrap around the tree   I rub at a 
   lump of hair compulsively    The message
   is coming


* 자위 jawi significa sia "auto consolarsi" che "masturbarsi" 

UNA DONNA
Anne Boyer

Prima di ammalarmi pianificavo un luogo del pianto pubblico, sperando di aprire nelle principali città un tempio in cui chiunque ne avesse bisogno potesse ritrovarsi per piangere in buona compagnia e con la migliore delle attrezzature. Sarebbe stata un’architettura della tristezza immaginata con precisione: gargoyle fatti di sudori notturni, fregi di minuti interminabili, travi portanti di non-ce-la-faccio-devo-farcela. Mentre progettavo il tempio mi sono ricordata dell’esistenza di persone che odiano coloro che denominano frignoni, e della rabbia con cui avrebbero potuto reagire davanti a un luogo pieno di estranei sconvolti — un luogo che espone la sofferenza come ciò che si condivide. Sarebbe stato straordinario poter offrire a quei sofferenti il conforto squisito di maestosi trogoli in marmo dove collettivizzare le loro lacrime. Ma non l’ho mai fatto. 

Anne Boyer è una poetessa e saggista statunitense. Questi passi sono tratti da “What Cancer Takes Away”, un estratto dal suo prossimo libro pubblicato sul NewYorkerThe Undying uscirà in US e UK alla fine dell’estate, cronaca della sua lotta contro il tumore al seno e della convalescenza dopo chemioterapia e mastectomia. Boyer non è (ancora) stata tradotta in italiano, ma Francesca ne ha scritto un profilo per il Tascabile a novembre, un piccolo compendio dei suoi temi e strategie narrative. 

Ci è richiesto di mantenerci decifrabili come pazienti quando vaghiamo per gli ospedali facendoci curare, ma di rendere illeggibile il nostro io concreto e malato quando andiamo a lavorare e ci prendiamo cura degli altri. Il nostro io autentico deve per forza travestirsi con la falsa epica della malattia: ogni paziente una celebrità sopravvissuta, che sorride prima e pure dopo l'intervento. Ci è richiesto di essere donne — o ragazze o signore, non importa — esuberanti, sexy, irriverenti. Come suggeriscono le magliette in vendita su Amazon, ci è richiesto di essere sempre in grado di dire al cancro “ti sei beccato una stronza!” Nel mio caso, comunque, il cancro ha beccato la stronza. 


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Francesca, Gloria e Marzia


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