La ghinea di febbraio

Benvenutx all’undicesimo numero di Ghinea, la newsletter femminista che ha più progetti in cantiere che tempo per realizzarli. Stiamo lavorando alacremente per confezionare dei numeri che abbiamo desiderato e pianificato con cura e passione, anche grazie a domande che ci sono pervenute via mail o per messaggio privato, e non vediamo l’ora di farteli leggere. Intanto, una comunicazione di servizio: abbiamo scelto di appoggiarci ad un nuovo servizio per spedire questa newsletter, Substack anziché Tinyletter. Per te non cambia niente e ciò che abbiamo sempre detto sul trattamento dei tuoi dati rimane invariato, ma per tutte le persone che sicuramente vuoi invitare a iscriversi cambia il link di riferimento, che è questo.

Ecco il meglio e il peggio di febbraio. Buona lettura!


Uno dei nostri blog preferiti, La piega, ha tradotto un pezzo che offre un punto di vista critico nei confronti del movimento body positivity e denuncia come su tutti i livelli sia stato cooptato e colonizzato da donne bianche poco disposte a riconoscere il lavoro di quelle nere e molto inclini a escluderle da ciò che sono state proprio loro a creare. In altre parole, «[a]ll’interno dei movimenti sociali nel corso della storia accade in modo ricorrente che un gruppo privilegiato si concentri sul fronte del movimento mentre intrappola altre voci marginalizzate alle spalle, ma contemporaneamente fa ancora affidamento sulle mani di quelle persone marginalizzate per fare tutto il lavoro».

L’accesso sicuro e gratuito all’aborto migliora la vita dei bambini e delle bambine. Un paradosso? No.

La poetessa palestinese Dareen Tatour, arrestata e processata per aver pubblicato su Facebook un inno alla resistenza del suo popolo, è stata finalmente scarcerata quattro mesi fa e a gennaio è volata a L’Aia per ricevere il Premio PEN per la libertà d’espressione. In questa intervista rilasciata alla testata Electronic Intifada racconta come si vive da poeta in prigione, come la creatività venga attivamente scoraggiata se non fisicamente impedita dai carcerieri, e come sia riuscita a trovare una penna magica per sopravvivere e continuare a scrivere.

Angolo nerd: la filosofia del linguaggio può aiutarci a sbrogliare l’intricatissima matassa del consenso? Secondo la docente Rebecca Kukla sì. Vale la pena di leggere anche i commenti all’articolo.

La regione Liguria ha approvato l’ennesima mozione che tenta di erodere la già traballante 194/78: proposta da Fratelli d’Italia, a differenza di quella di Verona non richiede finanziamenti per le associazioni pro-life e prova a camuffarsi dietro al sostegno ai consultori e alla piena applicazione della legge. Secondo noi però è bene tenere gli occhi aperti e soprattutto ricordarsi chi vota a favore di queste mozioni, chi vi si oppone e soprattutto chi se ne lava le mani (è scritto qui).

[Alt Text: fotografie in bianco e nero di cortei femministi italiani negli anni ‘60. I cartelli delle manifestanti recitano “Le donne ci sono!” e “D’ora in poi decido io”.]


Per il terzo anno, 8 marzo non sarà solo festa della donna ma anche e soprattutto sciopero transfemminista. Perché chiamare uno sciopero? Lo spiegano le organizzatrici di Non Una Di Meno: lo si chiama contro tutte le manifestazioni della violenza di genere che ci vengono in mente, ma lo si chiama anche contro la violenza del decreto Salvini, contro l’elemosina a cui diamo il nome di reddito di cittadinanza, contro il disegno di legge Pillon (che puoi recuperare quiqui e qui). Ma non lo si chiama solo contro qualcosa, lo si chiama anche per esprimere delle richieste ben precise: «[r]ivendichiamo un reddito di autodeterminazione, un salario minimo europeo e un welfare universale. Vogliamo aborto libero sicuro e gratuito. Vogliamo autonomia e libertà di scelta sulle nostre vite, vogliamo ridistribuire il carico del lavoro di cura. Vogliamo essere libere di andare dove vogliamo senza avere paura, di muoverci e di restare contro la violenza razzista e istituzionale. Vogliamo un permesso di soggiorno europeo senza condizioni». Vuoi partecipare? Ne hai tutto il diritto. Lo sciopero è nazionale ed è già presente sul sito del garante, sono coinvolte sia le lavoratrici del settore pubblico che quelle del settore privato e le regole sono le stesse di qualsiasi altro sciopero. Se hai dubbi, puoi metterti in contatto con la sezione di NUDM della tua città e chiedere il loro aiuto. E poi puoi spargere la voce e portare più persone possibili in corteo!

Per saperne di più:

  • La chiamata dall’Argentina di Ni Una Menos

  • Veronica Gago inquadra la prospettiva internazionalista dell’otto marzo

  • Come scioperare? I tuoi diritti e i tuoi doveri in un comodo vademecum

  • Allarghiamo lo sguardo: racconti di sciopero da SpagnaGermania e Bulgaria

  • Per finire, qui puoi leggere una riflessione più ampia sullo sciopero femminista a cura delle Smagliatrici Carlotta Cossutta, Valentina Greco, Arianna Mainardi e Stefania Voli


Nella Ghinea di maggio abbiamo parlato delle donne Rohingya vittime degli stupri collettivi perpetrati durante il picco della pulizia etnica (tutt’ora irrisolta) in Myanmar, nell’estate 2017. Per le rifugiate Rohingya in Bangladesh, intanto, la vita continua, spesso attraverso un (difficile) matrimonio. Qui un reportage fotografico accompagnato dai racconti-testimonianza delle donne. 

Gwen Benaway scrive poesie e ha scritto anche una veloce guida alla decolonizzazione dell’amore che ci è piaciuta moltissimo: è prescrittiva ma non troppo dura o giudicante e parla di gelosia, possesso, rispetto delle emozioni altrui e interazione con partner di diversi background e sensibilità in modo così gentile e persuasivo che alla fine non potrai fare a meno di pensare che, una volta eliminate impossibili aspettative, comportamenti rituali che riproduciamo senza pensare perché è così che si fa e tutta una scorta di detriti e rifiuti tossici che per comodità chiameremo amore romantico, in fondo love is not hard. E mettere in pratica tutto ciò che suggerisce Gwen.

Sarah Waiswa nasce in Uganda negli anni del terrore Idi Amin ma risiede da anni in Kenya (Nairobi). Fotografa autodidatta, trasforma una passione nel proprio mestiere e si afferma come una delle artiste più promettenti per via della genuina promozione e critica del continente africano nelle sue multiple esperienze culturali. Riconoscendosi come solo una delle voci che meriterebbero riconoscimenti internazionali, e con un riguardo specifico per le donne, su Twitter ha creato un African women photographer appreciation thread.

Nell’immagine: due autoritratti (parte della serie Dwelling: In This Space We Breathe) della fotografa anglo-gambiana Khadija Sayedecedutanell’incendio di Grenfell Tower a Londra nel giugno 2017.

[Alt text: i ferrotipi al collodio umido raffigurano Saye in abito e copricapo tradizionali gambiani intenta a eseguire gesti evocativi di un’indefinita spiritualità religiosa: nella prima immagine si porta un vaso all’orecchio, nella seconda alza quello che sembra un mazzo di rametti.]



Da alcune settimane seguiamo con piacere la serie Hidden women of history curata dal sito The conversation e dedicata per l’appunto ai personaggi femminili che dovremmo proprio conoscere ma che la storia in un modo o nell’altro ha sommerso. Storiche da tutto il mondo scorrazzano tra i secoli e ci regalano vite preziose, come quella della schiava sessuale Maria che mette in luce il riverbero dell’oppressione coloniale nelle donne assoggettate, quella di Hop Lin Jong che dalla Cina emigrò in Australia e dovette affrontare il razzismo, e quella della strabiliante principessa, sacerdotessa e scrittrice mesopotamica Enheduanna, i cui versi (firmati e rivendicati) sono sopravvissuti e consultabili qui.

«“Umanità” e “animalità” diventano categorie politiche e costrutti sociali: è animale chi è sacrificabile, chi è macellabile, e non tanto chi possiede quattro zampe o una coda. L’animalità è una condizione in cui può scivolare, all’occorrenza, anche un umano appartenente alla categoria “sbagliata” – cosa tristemente evidente, oggi, osservando la strage dei migranti nel Mediterraneo»: sulla scia della Ghinea ortolana di novembre, continuiamo a consigliarti contributi sull’antispecismo

FATTO DA NOI
Marzia ha pubblicato una poesia, Nocturne, sulla nuova rivista digitale La Scrittrice.

Francesca ha indagato per Il Tascabile il rapporto tra amore e azione politica in James Baldwin, intellettuale nero e omosessuale.

[Alt text: primo piano di James Baldwin che si accende una sigaretta.]


FATTO DA VOI
La nostra amica Federica Arenare fa parte del laboratorio studentesco di ricerca semiotica PreTesti: qualche giorno fa il gruppo ha organizzato a Bologna un incontro su genere e #gender con Valentina Greco, Arianna Mainardi e Irene Graziosi, che puoi seguire qui.

UN FILM
Örökbefogadás (Adoption) di Márta Mészáros (1975)

[Alt Text: fotogramma del film: le attrici Katalin Berek e Gyöngyvér Vigh nella parte di, rispettivamente, Kata e Anna, in piedi una di fronte all’altra, sullo sfondo l’officina di Kata.]



In che proporzione deve dimostrare affetto una madre per essere ritenuta tale? E dall’altro lato, quello della figlia, quanta riconoscenza deve esserci per mantenere quell’amore in equilibrio? Kata lavora come operaia, ha da anni un amante sposato, Jóska, vive da sola e sembra passare gran parte del suo tempo libero nel capanno dove ripara oggetti. Nei pressi della sua casa, un riformatorio per ragazze: Anna si stacca dal gruppo di compagne durante una passeggiata e avvicina Kata con una richiesta. È la provincia ungherese regolata dalla variante “Goulash” del comunismo sovietico, dove la politica è smorzata, ma “lo Stato” evocato in continuazione è composto da funzionari con un volto e, sembra, la competenza sufficiente per aiutare chi vi si appella. Il medico che visita Kata le conferma che a quarantadue anni gode di ottima salute ed è ancora in grado di concepire e portare a termine una gravidanza. Il direttore dell’orfanotrofio-riformatorio è bendisposto a favorire l’amicizia che cresce tra Anna e Kata. Richieste rifiutate sono più comuni nel privato, ma non appaiono mai ingiustificate: l’amante di Kata non vuole avere altri figli, i genitori di Anna temono che sia troppo giovane per sposarsi, e che Sanyi, il suo fidanzato, non riesca a mantenerla. La stessa Kata nega ad Anna la possibilità di rifugiarsi un una delle camere disabitate della sua casa insieme a Sanyi: “Non amo avere sconosciuti intorno”. Ad ogni rifiuto, però, corrisponde una concessione. Kata così conosce, e quasi si allea con la moglie di Jóska, e quasi inganna i genitori di Anna per convincerli ad accondiscendere al matrimonio. Nessuno vuole prevaricare, tutti tentano nel loro piccolo di venirsi incontro dosando la propria influenza: non c’è cattiveria nella burocrazia o nelle buone maniere, sono indicazioni che all’occorrenza si flettono. Il momento più violento del film è incasellato nell’impressionante scena — l’unica costruita sul gioco di campo-controcampo — in cui Anna e Kata, felici e affettuose al ristorante, attirano gli sguardi pressanti degli astanti maschi incuriositi dal duo che, al contrario, è del tutto indifferente alla loro presenza. È l’unico dialogo troncato, l’unico esempio di disparità tra le passioni quando ogni altra interazione ritratta da Mészáros, che sia professionale o intima, tende a correggere distanze e squilibri nel coinvolgimento dei singoli. 

UNA CANZONE
Non sono una signora di Loredana Bertè (1982)

Nel 1982 Ivano Fossati scrive le parole che avrebbero segnato definitivamente la presenza di Loredana Bertè nel panorama della musica italiana e internazionale. Quell’estate Loredana Bertè si aggiudica la vittoria (pari-merito con Ron e Miguel Bosè) della nota competizione estiva Festivalbar: sale sul palco in un pomposo abito da sposa, agghindata alla maniera che vorrebbe proprio quello Stato laico ma devoto ai crocifissi al muro, e se ne spoglia poco alla volta fino a cadere in terra nell’ansia di liberazione. La più nota sorella, Mia Martini, aveva già guadagnato il palco due volte con due canzoni che raccontano una femminilità perlopiù dimessa (ma chiariamo bene che lei cantava anche Io donna, io persona; però al paese questa Mia Martini piaceva meno e le sofferenze di dipendenza emotiva dei suoi più grandi successi venivano interpretati come inni d’amore anziché rivelazioni sulla disparità di forza nei rapporti eteronormativi). 

Loredana invece avanzava il proprio femminismo senza mezzi termini, e anzi si metteva apertamente a servizio delle cause in cui credeva sin da giovanissima e che ancora oggi continua a portare avanti.  Alcune le nomina in questa intervista nella quale, nonostante l’imbarazzante tentativo di Rita dalla Chiesa di mettere in difficoltà Loredana manipolandola emotivamente davanti alle telecamere, la cantante si concentra in maniera lucidissima sulla diatriba con l’amico storico (Renato Zero) e addita senza paura le dinamiche carrieristiche degli uomini con cui aveva collaborato che, per codardia o misoginia, le avevano sottratto la possibilità di fare il proprio mestiere.

“Perché la Sony pensa che magari le donne debbano fare o parlare solo di uncinetto nelle loro canzoni” (cit.) Ma Loredana non sta al gioco, e nonostante le censure (spesso aggirate: come Dedicato, che in ogni occasione tornava ad avere il verso “ai politici da fiera”) e i tentativi di ridurla a una notizia di gossip, continua a farsi valere e a portare avanti le cause che le sono a cuore e il suo impegno politico, che Loredana condensa perlopiù nella figura di Che Guevara (“gloria a te, comandante Che!”) o la giovane sposa in nero tra i fumi di Kabul che rischia di essere dimenticata (“Che cosa ne sarà di te, chi parlerà?”), o di un padre che è morto ma non può morire perché l’Italia non consente l’eutanasia. 

Anche nel 2008, quando le fu permesso di cantare solo fuori-gara per via dell’accusa di plagio, Loredana Bertè non nasconde certo la sua rabbia e i suoi eccessi, e chi si concentra sull’esplosione di delusione personale lo fa a discapito di una chiusura fatta di denuncia contro ignobili guerre sante che pagano i più deboli e un saluto d’amore che però, fortunatamente, non è stato l’addio che preannunciava. Nonostante la vita burrascosa piena di dolori personali e professionali, Loredana Bertè ha saputo tenersi salda alla sua maniera e i meriti artistici le sono stati spesso negati (La luna bussò, 1979, porta le sonorità reggae in Italia per passione della stessa Bertè, e prima ancora del successo african-reggae di Nina Hagen in Germania) a favore piuttosto di malignità sull’aspetto fisico e sull’irrequietezza. 

Della cattiveria del mondo – soprattutto quello dei rotocalchi, che non le aveva dato pace durante i divorzi e le implicazioni di salute mentale di diverse persone coinvolte – arriva addirittura a cantarne, e con sferzante ironia: “per la stampa nazionale / mi suicido per campare / come sponsor l’ospedale”.

[Alt Text: 4 foto color seppia in successione di Bertè nuda, seduta in terra, che gioca con una farfalla]


D’altro canto parliamo di un’interprete che già nel 1974, con il disco d’esordio, fece un tale scalpore da vedere il disco ritirato dal mercato a causa dell’irriverenza delle testi delle canzoni e delle immagini che lo accompagnavano. Un gioiello di (quasi tutto) rock-progressive, un concept album in cui la voce graffiante di Loredana si fa talvolta sottilissima per insinuare nella mente di chi ascolta desiderio e che appare sul mercato corredato da un servizio fotografico di nudo integrale (con bellissime foto scattate da Mauro Balletti).
Ma cosa si può volere – di più – da lei, che non tradisce nessuna aspettativa perché non ne concede mai.

UN LIBRO
Quarto de Despejo: Diário de uma favelada di Carolina Maria de Jesus (1960)

[Alt Text: Carolina Maria de Jesus regge un libro, alle sue spalle file di panni stesi ad asciugare.]


Carolina Maria de Jesus arriva ventenne, alla fine degli anni ‘30, in una delle favelas di São Paulo, Canindé, e si costruisce una catapecchia di legno e cartone. Nel corso dei successivi vent’anni cresce da sola tre figli, nutre la famiglia con gli avanzi trovati setacciando discariche e bidoni, e occupando le giornate lavorando come catadora de papel, raccoglitrice di cartacce. Sulla carta che non vende per racimolare spiccioli, scrive il suo diario. La sua attività è nota e invisa al vicinato — non è comune che un’afrobrasiliana di favela sappia leggere e scrivere —  tanto che quando una banda di ragazzi occupa il parco giochi appena aperto per i bambini di Canindé, de Jesus li scaccia urlando “Vi metterò nel mio libro”. Il cronista presente sul posto per riferire dell’inaugurazione, Audálio Dantas, indaga: de Jesus gli mostra la pila di quaderni in cui ha annotato la sua vita dal 1955 al 1960. Quarto de despejo. Diário de uma favelada esce (pesantemente revisionato da Dantas) nel 1960, ed è un caso editoriale immediato, diverse ristampe si esauriscono in poche settimane, il libro è tradotto in una decina di lingue (oggi è ancora disponibile in inglese: Child of Dark: the Diary of Carolina Maria de Jesus). De Jesus guadagna sei milioni di cruzeiros e si trasferisce in una casetta di mattoni, fuori dalla favela. Scrive altri libri autobiografici, ma a seguito dell’instaurarsi della dittatura militare brasiliana, nel 1964, la critica sociale di de Jesus perde ogni appoggio. De Jesus torna a essere favelada, fino alla morte nel 1977.

Quarto de despejo si può leggere online in inglese qui, ne abbiamo tradotto un passaggio:

Ho preparato della zuppa e mi sono messa a scrivere. È arrivata la notte. Joao ha mangiato ed è andato a dormire. Ho messo Vera nella culla. Jose Carlos stava in strada e si nascondeva da me, per paura di essere sculacciato. Assomiglia proprio a un maiale. Si è imbrattato la maglietta di fango. Ho costruito un porcile e lo manderò a vivere col maiale. Gli starebbe proprio bene. Pitoca andava di strada in strada e chiedeva a tutti di andare a vedere un film. Ha chiamato Joao, ma le ho detto che stava dormendo. Sono andata a vedere il film. Dalle parti della chiesa. Al parco giochi che Adhemar ha ricavato per i bambini. La gentaglia ci gioca di notte. Bobo ha fatto un gran chiasso tanto che ha interrotto il film. I favelados hanno calpestato i cavi e il proiettore ha smesso di funzionare. Persino i favelados dicono che i favelados sono stupidi. Ho pensato: ora scrivo. Mentre tornavo a casa ho incontrato Paulo che vive con Dona Aurora. Dona Aurora ha una figlia mulatta con la pelle chiara. Dice che Paulo è il padre. Ma dai lineamenti non sembra. Ho dormito e ho fatto un sogno splendido. Ho sognato di essere un angelo. Il mio vestito fluttuava e aveva lunghe maniche rosa. Salivo dalla terra al cielo. Prendevo le stelle con le mani e ci giocavo. Parlavo con le stelle. Le stelle facevano uno spettacolo in mio onore. Ballavano intorno a me e creavano un sentiero luminoso. Svegliandomi ho pensato: sono così povera. Non mi posso permettere il teatro e allora Dio manda questi sogni alla mia anima sofferente. Al Dio che mi protegge mando la mia gratitudine.

UNA POESIA
Children are the Orgasm of the World di Hera Lindsay Bird (2012)

Hera Lindsay Bird è una poetessa neozelandese, qui puoi leggere un vecchio pezzo di Francesca sulla sua raccolta d’esordio, Hera Lindsay Bird (2016). Qui puoi guardare un’animazione video che illustra la poesia, letta dall’autrice.  

This morning on the bus there was a woman carrying a bag with inspirational sayings and positive affirmations which I was reading because I’m a fan of inspirational sayings and positive affirmations. I also like clothing that gives you advice. What’s kinder than the glittered baseball cap of a stranger telling you what to strive for? It’s like living in a world of endless therapists. The inspirational bag of the woman on the bus said a bunch of stuff like ‘live in the moment’ and ‘remember to breathe,’ but it also said ‘children are the orgasm of the world.’ Are children the orgasm of the world like orgasms are the orgasms of sex? Are children the orgasm of anything? Children are the orgasm of the world like hovercraft are the orgasm of the future or silence is the orgasm of the telephone, or shit is the orgasm of the lasagne. You could even say sheep are the orgasm of lonely pastures, which are the orgasm of modern farming practices which are the orgasm of the industrial revolution. And then I thought why not? I like comparing stuff to other stuff too. Like sometimes when we’re having sex and you look like a helicopter in a low budget movie, disappearing behind a cloud to explode. Or an athlete winning a prestigious international sporting tournament at the exact same moment he discovers his wife has just been kidnapped. For the most part, orgasms are the orgasms of the world. Like slam dunking a glass basketball. Or executing a perfect dive into a swimming pool full of oh my god. Or travelling into the past to forgive yourself and creating a time paradox so beautiful it forces all of human history to reboot, stranding you naked on some distant and rocky outcrop, looking up at the sunset from a world so new looking up hasn’t even been invented yet


Chiudiamo il numero di febbraio invitandoti a unirti a noi, e speriamo tantissim* altr*, l’otto marzo. Se sciopererai e/o andrai in corteo, o se non potrai farlo come purtroppo non possono farlo molte precarie o molte donne che non saprebbero a chi affidare il proprio lavoro di cura, scrivici e raccontaci la tua esperienza. Ti aspettiamo.

Il solito fortissimo abbraccio,

Francesca, Gloria e Marzia


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