La ghinea di dicembre

Benvenutx al nono numero di Ghinea, la newsletter che si era proposta di mettersi a dieta dopo i bagordi natalizi e che come sempre accade quando si tratta di diete non ha mantenuto l'impegno. Questo mese intendevamo infatti restare leggere per defaticarci (e defaticarti) dopo gli ultimi pasciutissimi numeri, oltre che per raccogliere le forze in vista di un 2019 ricco di idee, pensieri e chissà, ma niente da fare. Le forze però le stiamo raccogliendo lo stesso… e dopotutto chi se ne importa delle diete? Buona lettura!

La nostra società ad oggi basa la fruibilità della cultura soprattutto attraverso l’impiego di immagini. In un contesto socio-culturale in cui le informazioni sono spesso veicolate attraverso video, grafiche, meme, fotografie, pubblicità, e quant’altro, si rischia l’esclusione delle persone ipovedenti. È giusto dunque impegnarsi per la traduzione in diverso codice da quello visivo, fornendo una descrizione delle immagini e rendendo così ogni contenuto davvero comunitariamente accessibileQui un tutorial per rendere accessibili tutte le maggiori piattaforme social, spiegando come attivare le funzionalità di descrizione su Twitter, Facebook, e così via. Se vuoi anche renderti utile con davvero il minimo sforzo, scarica sul tuo telefono Be My Eyes e offri, a tutti gli effetti, i tuoi occhi a chi ne ha bisogno: l’ideatore di questo servizio di volontariato online, Hans Jørgen Wiberg, ne parla in questa Ted Talk
D'ora in poi anche noi cercheremo di fare la nostra piccola parte aggiungendo una breve descrizione delle informazioni contenute nelle immagini che usiamo nella nostra newsletter sotto forma di "Alt Text" visibile: aspettiamo i tuoi commenti, consigli e critiche al riguardo, per migliorarci insieme. 


Una riflessione su Rihanna che tratta di identità, affermazione, iper-sessualizzazione, religione, e ispirazione narrativa. L'ha scritto Alexia Arthurs, autrice della raccolta How to love a Jamaican e di questi brevi consigli di letturaper trovarsi, specchiarsi, e esistere come donna Jamaicana in America.


Qualche settimana fa il sito The Public Medievalist ha curato una serie di approfondimenti intitolata Gender, Sexism and the Middle Ages: puoi leggerla qui, ed è molto interessante. Segnaliamo in particolare il pezzo su disforia di genere e transfobia.


«Le donne possono sporgere denuncia per abusi sessuali già dagli anni Ottanta, e le modifiche alla legge sulla violenza sessuale che sono state introdotte a partire dagli anni Settanta sono state di grande aiuto per l'autonomia femminile. Naturalmente c'è ancora molto lavoro da fare ma sono state delle donne piene di coraggio, molte delle quali normali lavoratrici e non certo celebrità, a innescare il cambiamento». Così la filosofa Martha Nussbaum precisa un aspetto importante del #MeToo. Se l'argomento ti interessa ma la tua iscrizione a Ghinea è recente puoi recuperare il numero di ottobre, in cui abbiamo raccolto una selezione di articoli su #MeToo, consenso e caccia alle streghe.


Il problema del femminismo bianco ci riguarda fino a un certo punto e sicuramente non nei termini della specificità statunitense ma è bene cominciare a parlarne, anche perché molti dei nostri riferimenti culturali arrivano proprio da lì. Uno di essi è Lena Dunham, una donna che sul femminismo ha tirato su una carriera. Ma a che prezzo? E pagato da chi? Questo pezzo parla di Lena Dunham ma anche e soprattutto di come noi donne bianche rischiamo di concepire ed esercitare la pratica femminista in isolamento, finendo con l'escludere o attaccare proprio le persone con cui dovremmo formare una rete di solidarietà e rispetto reciproci. 


Un'oretta con Angela Davis. Tra le altre cose, è anche molto spiritosa.

[Alt Text: Foto in bianco e nero raffigurante Angela Davis, in primo piano, che si rivolge a una folla di etnia mista con bandiere americane.]


Tumblr ha deciso di rimuovere i contenuti per adulti dalla piattaforma. Ha fatto male.


Il femminismo non è (solo) un’idea occidentale nata dai circoli illuministi del diciottesimo secolo. Questa lista di lettura è piena di pensatrici e scrittrici indiane che parlano dei propri diritti fin dal 6 secolo a.C.    


La scrittrice Nh Dini è morta il 4 dicembre in seguito a un incidente stradale. Fu famosa negli anni Settanta e Ottanta per aver sfidato i tabù sessuali della società indonesiana coi suoi romanzi, alcuni dei quali furono messi al bando affinché il racconto esplicito delle dinamiche coniugali e del sesso non esercitassero una cattiva influenza sulle giovani. La sua opera viene analizzata in questo pezzo di Laksmi Pamuntjak, tradotto in inglese da Tiffany Tsao.

Il podcast 99% Invisible ha lasciato spazio a una delle sue produttrici, Avery Trufelman, per produrre un’intera miniserie sulla storia del costume, Articles of Interest. La nostra puntata preferita è, ovviamente, quella dedicata alla storia delle tasche. Già nella ghinea di giugno lamentavamo la rarità e le dimensioni ridotte delle tasche nei vestiti pensati per le donne rispetto alle capienti e ubique tasche di maglioni e pantaloni maschili, e continueremo a parlarne finché non sarà la norma trovare la tasca segreta per portafogli anche nei cappotti femminili. Il grande vantaggio evoluzionistico degli umani è l’invenzione di attrezzi, ci ricorda Trufelman, ma non essendo marsupiali si è dovuto trovare un modo per portare con sé tutti questi strumenti. “È un’idea legata a chi ha accesso agli strumenti di cui ha bisogno, a chi è in grado di muoversi nel mondo a proprio agio e al sicuro. Le tasche sono parte della sensazione di prontezza e dell’abilità di spostarsi in pubblico con sicurezza. È molto difficile andarsene in giro senza quello che ci serve!”. Certo, la storia delle tasche è legata alle ondate della moda oltre che al tipo di attività assegnate per convenzione ad uno o all’altro genere, però “le tasche sono una perfetta metafora del privilegio: non solo è così facile che chi le possiede le dia per scontate, ma anche perché - così come per le stesse categorie di razza e genere - la disparità tra le tasche è un’invenzione! Non c’è alcuna ragione per cui le tasche da donna debbano essere così piccole!”. 

Nell'immagine: moltissime balze, nessuna tasca.
[Alt Text: illustrazione storica raffigurante tre donne e una bambina abbigliate secondo la moda del 1855: ampie gonne a balze, senza alcuna tasca.] 


Purtroppo ci tocca ospitare nuovamente Simone Pillon (presentato nella Ghinea di settembre). Questo mese ha fatto parlare di sé per essere riuscito a bloccare una ricerca dell'università di Perugia sull'omofobia e sul bullismo nelle scuole superiori, che prevedeva il coinvolgimento di alcune classi e la compilazione di un questionario. Tra le domande contestate da Pillon si trovano «gli uomini sono incompleti senza le donne?», «se fossi genitore accetteresti un figlio omosessuale?», «sei stato insultato da altri studenti?» e soprattutto «come definiresti il tuo orientamento sessuale?»: tanto basta per gridare al gender, alla lobby gay e al tentativo di imporre l'omosessualità ai giovanissimi.  Abbiamo colto l'occasione per fare una breve chiacchierata con Alessandro Loforte, psicologo e responsabile del progetto Bye Bye Bulli che ugualmente cerca di prevenire o arginare il bullismo e la discriminazione nelle scuole. «Bye Bye Bulli», ci spiega Alessandro, «nasce nel 2012 grazie ad un contributo iniziale di un'azienda di cosmetici che ogni anno finanziava un progetto che intervenisse sul sociale. Così con la mia associazione FRAME abbiamo presentato un progetto di contrasto al bullismo omofobico e abbiamo ottenuto il finanziamento per partire. Da allora abbiamo girato un po' l'Italia portando i laboratori nelle città di Bologna, Modena, Salerno, Milano, Prato, Reggio Emilia, Firenze arrivando anche in Sicilia». A essere coinvolti sono gruppi di bambini molto piccoli (3-6 anni), a cui vengono lette delle favole che introducano il tema della diversità, e adolescenti all'ultimo anno delle medie o alle superiori, a cui invece sono dedicati dei laboratori o dei dibattiti e qualche lezione frontale che li aiuti a dare un nome a sensazioni o esperienze per cui non hanno un vocabolario. Ciò che emerge in queste attività è soprattutto la curiosità. «La risposta da parte delle ragazze e i ragazzi delle scuole è sempre stata molto positiva. Si vede che hanno bisogno di parlare di temi che li riguardano così da vicino, come la costruzione della loro identità sessuale. Sono pieni di domande, intervengono di continuo, e si mettono in discussione». E gli adulti? «La risposta da parte degli adulti è sempre stata invece complessa. Da una parte abbiamo trovato professori e genitori disponibili e aperti, che ci hanno aiutato a portare il progetto nelle classi. Dall'altra, soprattutto negli ultimi anni (dopo il boom delle "teorie gender") siamo stati osteggiati, messi in discussione, attaccati. A Prato in particolare un gruppo di Forza Nuova ci ha aspettato fuori dalla scuola per accusarci di voler inculcare la teoria del gender alle giovani menti». E qui arriviamo all'argomento di partenza. Chiediamo ad Alessandro di commentare l'accaduto: «Come ripeto sempre, queste iniziative servono agli adolescenti perché possono smettere di interrogarsi su se stessi nel chiuso delle loro camerette. C'è necessità di uno spazio di condivisione dei dubbi, incertezze, curiosità. Non si tratta di dare a nessuno delle definizioni, ma loro le domande se le fanno, solo che non c'è nessuno che li ascolta. Così usano internet, il passaparola, e si creano falsi miti, paure infondate, ecc... Basterebbe partecipare ad uno dei laboratori che si fanno nelle classi per accorgersi di quanto i ragazzi siano carichi di curiosità. Non si mette a nessuno un'etichetta, non c'è alcun tentativo di "sdoganare una sessualità fluida", non si danno giudizi, mai. Si racconta come è fatto il mondo, quella parte del mondo del quale nessuno parla con gli adolescenti, ovvero la loro sessualità». Suggerimento in coda: confrontando le parole di Alessandro con quelle di Elisa A.G. Arfini nella scorsa Ghinea, possiamo osservare come gli atteggiamenti e le tattiche di difesa di fronte agli sproloqui dei fondamentalisti differiscano anche radicalmente fra loro. 

Nell’immagine: sistema solare ricamato da Ellen Harding Baker, insegnante e astronoma dilettante americana. Completata nel 1876, la coperta imbottita larga quasi tre metri serviva da supporto visuale durante le sue lezioni di astronomia. Baker impiegò sette anni per ricamare il sole e gli otto pianeti, comprese le lune della Terra, Giove, Nettuno, Urano e Saturno (accerchiato dagli anelli) e una miriade di asteroidi e stelle usando filati di seta e lana sopra un panno di lana nera. Per ricamare con la massima accuratezza la cometa - forse la cometa di Halley osservata nel 1835 - Baker si recò addirittura in visita all’osservatorio astronomico di Chicago. “Solar System Quilt” è conservata presso lo Smithsonian National Museum of American History

[Alt Text: riproduzione fotografica della coperta ricamata da Ellen Harding Baker, raffigurante un sole di tessuto circondato da orbite di filo colorato con i pianeti del sistema solare, asteroidi, stelle e una cometa, il tutto ricamato su un panno di tessuto scuro.]



Il 25 dicembre è stato il secondo anniversario della scomparsa di Vera Rubin, astrofisica statunitense che per prima, negli anni ‘70, postulò l’esistenza della “materia oscura”.  

Secondo il diritto canonico vaticano l’ordinazione di una donna agli ordini sacri è un crimine equiparato per gravità all’abuso sessuale sui minori, e punito con la scomunica. La fotografa italiana Giulia Bianchi porta avanti dal 2013 un progetto multimediale sulle decine di donne cattoliche, soprattutto teologhe e suore, che hanno ricevuto gli ordini e praticano il sacerdozio secondo il rito cattolico in comunità religiose indipendenti, Women Priests Project. La spiritualità che anima queste comunità di fede è radicata in principi di inclusività verso questioni e categorie ignorate o escluse dal cattolicesimo tradizionale: persone divorziate, transgender, LGBTQ+, donne che hanno abortito. Qui un reportage di Vogue America basato sul lavoro di Bianchi. Qui invece alcune delle fotografie scattate tra il 2013 e il 2015, che Bianchi sta raccogliendo in un libro di prossima uscita.


FATTO DA NOI
Abbiamo intervistato le conduttrici di uno dei nostri podcast preferiti, The Vegan Vanguard: Mexie e Marine ci hanno raccontato le intersezioni tra i loro ideali etici e politici e perché lotta e divulgazione dovrebbero essere una gioia. L'intervista si può leggere sul blog di inutile


FATTO DA VOI
Jolanda Di Virgilio ha parlato di Ghinea e di inutile in un lungo articolo su Il libraio. Ne siamo molto felici e grate.


UN FILM
A Girl Walks Home Alone at Night di Ana Lily Amirpour (2014)

[Alt Text: un fotogramma del film, la Ragazza mostra i suoi canini da vampiro.]

Una ragazza che torna a casa a piedi di notte, si sa, cerca guai. Tanto più se ci torna da sola, e se si muove per un reticolato di vie brulle e silenziose che rispondono al nome di Bad City. E la città che Amirpour ha deciso di mostrarci è davvero nera e malvagia: un sobbollire di spaccio, gioco d'azzardo e prostituzione increspa la superficie altrimenti immobile delle sue notti, e lo fa nella lingua persiana a cui con naturalezza si associa in genere la sottomissione femminile. Amirpour lo sa e gioca d'anticipo su tutti i pregiudizi dello spettatore, rovesciandoglieli in faccia: in un delizioso pastiche di western, nostalgia del divismo anni Cinquanta, cinema muto e soprattutto noir, recupera il ruolo della vittima designata, quella che nel titolo cammina da sola di notte, e la trasforma nella minaccia latente ma letale. La Ragazza, veloce a materializzarsi o a essere misteriosamente ingoiata dal buio ipercontrastato di un vicolo, è infatti dotata di canini robusti e più che lieta di usarli contro i mostri del film. Tale ruolo punitivo, esaltato dallo strascico di eroticizzazione della figura del vampiro nella cultura popolare, poiché assunto soltanto nei confronti degli uomini induce nella tentazione di leggere in A girl walks home alone at night una messa in scena delle ansie maschili circa la sessualità femminile — ma siccome Amirpour non vuolecambiamo strada e tornando sui nostri passi puntiamo silenziosamente il dito verso lo chador della Ragazza, verso il significato del volto e del capo coperti delle donne islamiche e verso l'utilizzo ironico di questo stesso velo come mantello da supereroina/vampira. Del mistero e dell'infallibilità monolitica degli eroi vendicatori, però, la Ragazza ha ben poco: lo chador viene dismesso appena possibile, nel sicuro della propria cameretta, per offrire allo sguardo una ventenne che porta i capelli a caschetto e ascolta pop anni Ottanta e post-punk: è un ulteriore scarto rispetto alla nuova aspettativa appena creata su di lei, e lo spazio di vulnerabilità e apertura all'altro (quindi di umanità, da contrapporre alla sua natura vampiresca che temevamo anaffettiva) su cui è pronto a incunearsi l'incontro con un James Dean di periferia. 

Menzione speciale alla colonna sonora, che puoi ascoltare qui.


UN LIBRO
Hothead Paisan: Homicidal Lesbian Terrorist di Diane DiMassa (1991)

[Alt Text: Due vignette raffiguranti la protagonista con una maglietta che recita "I am not sorry". Vignetta 1 - Voce fuori campo: "Dicci, come si diventa una lesbica terrorista omicida?" H. P. "Come si può NON diventarlo, eh stronzo?" Vignetta 2 - "In che cazzo di pianeta sei cresciuto?"]


Hothead Paisan: Homicidal Lesbian Terrorist ha tutti gli elementi di rivolta anni 90 che hanno segnato la svolta queer-feminista. Questo fumetto in stile riot-zine, ideato come totalmente indipendente, esce infatti nella sua primissima versione come stampa della casa editrice (Giant Ass Publishing) creata dalla stessa autrice: Diane DiMassa. È un testo violento, di azione e di resistenza, che dà voce alla rabbia femminista di chi subisce costantemente l’abuso da parte della società etero-patriarcale. Diane DiMassa ha creato questa eroina riot a partire da suoi stessi appunti diaristici, mentre combatteva con diverse dipendenze e cercava una maniera di esprimere a pieno la frustrazione di un mondo iniquo. La stessa autrice rivela di aver trovato difficile, in un primo momento, concentrarsi sulla violenza dei propri desideri di rivalsa ma che il processo di esasperazione di questo sentimento è stato utile a trovare un proprio equilibrio e posizionamento nella collettività socio-politico-culturale che negava rappresentazione e determinazione ai soggetti devianti. Non si tratta di un modello da seguire ma di un canale di espressione dell’esasperazione raggiunta per via dei costanti macro e micro abusi quotidiani. Le fantasie di vendetta e violenza preventiva si materializzano su carta, in un’atmosfera nevrotica data dal consumo eccessivo di caffeina e dall’insopportabile ostentato privilegio dei personaggi maschili che l’eroina incontra nelle strisce. La violenza perpetuata da Hothead Paisan è una risposta alla marginalizzazione, ma non trova giustificazione neanche all’interno della stessa comic'zine: gli affetti della protagonista, personaggi molto più pacati, creano assieme al temperamento eccessivo di Hothead un equilibrato esperimento quel corale. La vera resistenza alla misoginia, al sessismo, all’omofobia, alla prevaricazione che più in generale i soggetti non normativi subiscono quotidianamente, è data dalle diverse sfumature di rabbia, tristezza, rifiuto, violenza, ingenuità, e affettività, rappresentate da DiMassa in una diversificazione del soggetto singolo entro la molteplicità. Ci troviamo comunque davanti a un prodotto che sicuramente necessita ricontestualizzazione, e che non si può prendere per buono senza criticità (online viene criticata l’ossessione per i genitali della protagonista, confondendo così sesso biologico ed identità di genere; allo stesso tempo, troviamo Daphne, personaggio gender non-conforming), ma il suo valore culturale risiede nel principio di resistenza alla prepotenza etero-maschilista di una società che, dall’uscita del primo numero nel 1991, non pare essere avanzata abbastanza da poterci pensare, oggi, soggetti meno arrabbiati. A chi non crede nella violenza come risoluzione dei conflitti, una preoccupata e attenta Hothead Paisan risponde: “Bellissimo, peccato però che questo non metta automaticamente al riparo dalla violenza”.


UN ALBUM
Colour Green di Sibylle Baier (1970-3, 2006)

[Alt Text: ritratto di Sibylle Baier riflessa in uno specchio.]

L’idea regalo venuta in mente a Robby Baier nel 2004 è riversare su CD le tracce che sua madre aveva registrato su bobina negli anni ’70, quando ancora abitava in Germania. Le poche copie dell’album casalingo vengono regalate, oltre che alla mamma e ai parenti, a conoscenze nell’ambiente discografico, tra cui J Mascis, chitarrista dei Dinosaur Jr.: Colour Green di Sibylle Baier esce il 7 febbraio 2006. La scheda sul sito della casa discografica la descrive come “una stella che ha deciso di brillare per i suoi amici e la sua famiglia invece che per il mondo”, la pagina web creata da suo figlio insiste sulla perplessità di Sibylle davanti all’entusiasmo con cui è stata accolta la sua musica: “per quanto impressionata, preferisce venire a sapere delle sue lodi attraverso gli occhi e le orecchie della sua famiglia. Il web le fa venire le vertigini, credo”. Le recensioni e i blogpost che parlano di Baier sembrano tutti concordi nel tratteggiarla come una figura timida, una reclusa per niente fiera di condividere la sua musica che, anzi, ha registrato in segreto, da sola, in casa, di notte, e poi nascosto in una scatola per oltre trent’anni. 

Non si trovano, invece, riflessioni sull'operazione di recupero imbastita dal figlio Robby, che ha tutta l’apparenza di essere stata condotta a totale insaputa di Baier, perlomeno finché le prime demo non hanno iniziato a circolare, quando ci si augura che Baier abbia espresso il suo beneplacito. Il fatto che le bellissime canzoni di Baier siano ora a disposizione del mondo dovrebbe forse scavalcare la validità della sua scelta iniziale, lasciarle in silenzio nel suo ripostiglio? Non sorprende allora che il personaggio di Baier venga raccontato come l’ennesima artista donna lasciatasi ai margini della storia musicale, forse per ritrosia o per troppe remore, forse per la supposta ostilità degli ambienti musicali a prevalenza maschile. La tendenza è sempre quella di descrivere Baier come una sibilla animata da un’ispirazione poetica più grande di lei, a cui ha dato voce, ma che ha sbagliato a nascondere e tenere per sé; piuttosto che un’artigiana del suono in totale controllo della sua arte - sia della parte creativa che della distribuzione - o considerare come ugualmente lecita e meritevole la sua scelta di vivere come casalinga. 

Eppure Baier ha avuto amici che hanno saputo aiutarla a coltivare il suo talento, senza mai costringerla oltre i suoi limiti. Claudine la trascina giù dal letto durante un periodo di crisi depressiva, e la porta a fare un viaggio (non una grande avventura: da Stoccarda attraversano le Alpi, fanno tappa a vedere il mare a Genova e risalgono verso Strasburgo). Poi c’è Wim Wenders, a cui Baier regala una cassetta con le sue canzoni, che la impiega come comparsa nel suo “road movie” Alice nelle città (1974): Baier è la ragazza sul traghetto che canticchia “Softly”. In Palermo Shooting, film di Wenders del 2008, si può ascoltare “Let Us Know”, un brano che Baier scrive apposta per il film, su richiesta di Wenders stesso. Le scarse notizie sulla vita di Baier rincalzano le storie nelle sue canzoni: in “Girl” ringrazia l’amica che le ha “alleviato la mente” mostrandole dove crescono i gigli, Girl, you were so kind at the banks of Italy; con “Wim” fa le presentazioni per l’amico “a cui piacciono le città”, Oh, just go and see a cinema show in the first row and watch him cry, him, Wim. 

Le zone grigie sono altrove: Baier viveva in una “bolla folk” a Stoccarda, o aveva agganci nella contemporanea scena Liedermacher? È una città autentica la New York in cui si muove la giovane Sibylle di “Colour Green”? Da dove viene l’inglese in cui Baier si mimetizza come una madrelingua, oltre che da ripetute riletture di The Love Song of J. Alfred Prufrock (apertamente citato in “Says Eliott”)? Baier paga tributo al malumore distintivo del cantautorato folk con una canzone sull’amore finito - lacrime, porte che si chiudono e bottiglie di vino comprese - ma rende “The End” una trascrizione letterale dell’ultimo momento condiviso di una coppia, il più intimo, la vera e propria conversazione d’addio: it's the end sweet friend of mine, time seems to be over. Yet, it's the end, friend of mine. Una delle canzoni più amate di Baier, “Lost Something in the Hills”, è composta da paesaggi selvatici immaginati per consolarsi quando singhiozza con la guancia appiccicata al vetro della finestra: pendii coperti d’erba alta fino al ginocchio, gelsomini e sambuchi (oh I yearn for the roots of the woods, that origin of all my strong and strange moods) evocati incantandosi con il suo riff più cupo. 

Eppure la malinconia con cui canta Baier è un filo che tiene uniti ricordi felici, go make a sign in your car, it’s the place where I’ve been happy, canta in “Driving”, e quasi ogni canzone è una bella copia di un incontro o un dialogo, softly, in my heart of mine I talk to you about my actual favorite matter, that's how to live and laugh and feel better, rivela in “Softly”. Parlare e ricordare quello che ci si è detti è cruciale per Baier, anche se l’album si chiude con “Give Me a Smile”, l’unica traccia ad avere un accompagnamento di archi e tastiera oltre alla chitarra, la sola che si augura il silenzio - beyond words we rest, so leave the best unsaid, so give your smile for the while - mentre “Forgett” inventa una dimenticanza che, in carne ed ossa - Forgett came in my house yesterday - ritorna in visita a Baier. 

Quando c’è nostalgia è per una quiete domestica immaginata, futura, per una cucina in cui tagliare il pane da dare ai bambini (I cut the bread for them and they run, my daughter my son one by one), da imburrare quando il gatto si accoccola sulle gambe (there he, unforeseen, sat in my kitchen buttering himself a bread and the cat was on his knee and smiled at me). Baier canta delle cene preparate le sere d’inverno (softly, in the winter time, softly, when we're about to dine, softly in my heart of mine I talk to you), del trovare un uomo, come in “William”, di cui innamorarsi parlando, con cui augurarsi di "bere un brandy o due", "fare un bambino o due", "passare un altro giorno o tre": questa è la sorta di felicità domestica sognata in Colour Green. Il verde preferito di Sibylle Baier è quello del suo maglione lavorato ai ferri, o quello della macchina che William dovrebbe comprare, verdi dentro cui stare al riparo, e non tanto gli esterni delle colline dove ha perso qualcosa, o delle foreste da cui non riesce a trovare la via d’uscita. L’interno da cui guardare il verde è una casa verso cui tornare la sera, stanca dopo il lavoro, e da cui uscire per fare la spesa, che forse Baier è riuscita a trovare, e non ha più dovuto inventare pizzicando la chitarra.   


UNA POESIA
Ti proponiamo uno stralcio di una lunga poesia in prosa di Nhã Thuyên, scrittrice vietnamita. La poesia si può leggere per intero quiQui invece una riflessione sulla letteratura vietnamita contemporanea, e su come tradurla, da parte dalla traduttrice di Nhã Thuyên, Kaitlin Rees. 

which orientation with sea

hướng nào với biển

di Nhã Thuyên

traduzione di Kaitlin Rees

[…] who knows if this sea has ever been real, or if it has died, dried, began, concluded, had an orientation and was a disorientation, she had been the place to be back to and had been tremendously immense, two strangers have come out to sea, entered into sea, gotten to sea, descended sea, surfaced sea, gone to sea, been back to sea, or are still teetering on the bed entering into the abyss, still last night’s bed, the strange blind hands opened ready and clasped in someone else’s, teetering sea dream comes when the window cracks glimmers of clear harsh and dazzling light that ruptures the tremendous immensity of a black night, and i burst out laughing, hopeless, radiant, feral, i made it in time to break dawn surfacing the sea, i missed the time to break dawn surfacing the sea, in my ear, your voice still flickering, she gives me a sense of place to be back to, and i release myself into disorientation, tremendous immensity, but in fact, is that sense necessary?

[…] biết đâu biển này chưa từng có thực, hay đã chết, đã hết, đã từng bắt đầu, đã từng kết thúc, đã từng có hướng và đã vô hướng, nàng đã chốn về và nàng đã mênh mông, hai kẻ lạ đã ra biển, vào biển, tới biển, đi biển, lên biển, xuống biển, về biển, hay vẫn trên chiếc giường chồng chềnh vào thăm thẳm, vẫn chiếc giường đêm qua, những bàn tay mù loà lạ lẫm mở sẵn và lọt thỏm trong kẻ khác, chồng chềnh giấc mơ biển đến khi cửa sổ rạn lên những tia sáng rỡ chói gắt làm vỡ toác nỗi mênh mông của đêm đen, và tôi bật cười, tuyệt vọng, chói loà, hoang dại, tôi đã kịp rạng đông lên biển, tôi đã lỡ rạng đông lên biển, bên tai tôi, giọng người vẫn chờn vờn, nàng cho tôi cảm giác một chốn về, và tôi thả tôi vào vô hướng, mênh mông, thực thì, người có cần cảm giác đó chăng?


UNA DONNA
Greta Thunberg è svedese, ha quindici anni, si muove solo su mezzi elettrici, è vegana e non acquista nulla che non sia strettamente necessario. Va ancora a scuola (a parte il venerdì, quando un impegno che racconteremo tra poco la tiene lontana dai banchi) ma nel tempo libero si occupa di disastro climatico. Pochi giorni fa Greta ha tenuto un discorso di fronte a tutti i partecipanti alla conferenza sul clima di Katowice. O meglio: li ha messi a riga come una banda di scolaretti, accusandoli di non essere abbastanza maturi per affrontare di petto la questione climatica e di favorire la propria popolarità rispetto al benessere e alla sopravvivenza dei cittadini e delle cittadine di tutto il mondo. Greta è infatti insoddisfatta delle misure che i leader mondiali stanno adottando per arginare la catastrofe climatica, e non da oggi: all'età di otto anni, dopo essersi documentata al riguardo, è caduta in una depressione che si è portata dietro per un anno, fin quando non ha deciso di non lasciarsi fermare dalla giovane età e di cominciare ad agire. In questo modo sono iniziati i suoi scioperi di fronte al parlamento svedese: dapprima per tre settimane di fila a ridosso delle elezioni nazionali e ora ogni venerdì si siede sulle scale, in silenziosa ma virale protesta e decisa richiesta di un'immediata riduzione delle emissioni di carbonio (a quanto pare la Svezia non è così verde). Virale è la parola chiave, perché a furia di hashtag e post sui social media Greta è riuscita a far diventare popolare questo tema proprio fra le persone che più dovrebbero averlo a cuore: i giovanissimi. Per esempio i suoi connazionali ma anche gli studenti australiani, che hanno scioperato in massa proprio perché ispirati dal suo esempio e confluiscono in una rete internazionale di mobilitazioni (puoi verificare cosa sta succedendo qui). Per quanto riguarda la conferenza di Katowice, la homepage del sito ufficiale canta vittoria ma i dubbi sono molti, specialmente fra gli esperti. La storia di Greta ci piace, ed è importante, non tanto per gli effetti immediati delle sue azioni ma perché ci sottrae ogni scusa per non impegnarci personalmente in difesa di ciò che ci sta a cuore. 

[Alt Text: foto di Greta seduta in terra a gambe incrociate fuori dal parlamento con un cartello che recita "sciopero della scuola per il clima" in svedese. Accanto a lei anche un uomo seduto in terra con un altro cartello, sempre in sciopero.]


E con Greta chiudiamo il numero di dicembre oltre che il primo anno di Ghinea. Siamo molto contente che tu ci stia leggendo, sia che ti trovi con noi dall'inizio sia che ti sia giunta una voce, un retweet o qualsiasi cosa ti abbia fatto decidere di salire a bordo in corsa. Siamo contente e speriamo che qualcosa di quello che trovi qua dentro ti sia di una qualche utilità, ti faccia star meglio o riflettere o perché no?, anche arrabbiare o scuotere la testa.  

Buona fine e un buonissimo inizio! 

Un abbraccio,

Francesca, Gloria e Marzia


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