La ghinea di novembre

Benvenut* a Ghinea, la newsletter che ha fatto binge watching di The Crown. Anche questo mese siamo in ottima compagnia: Giorgia Maurovich, curatrice di Est/ranei, analizza per noi il contesto sociale e culturale in cui si sono svolte le recenti proteste delle donne polacche. Buona lettura!

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Strajk Kobiet: donne in rivolta contro il nazionalismo cattolico polacco

di Giorgia Maurovich  

In Polonia quest’ultimo mese è stato particolarmente intenso. Scossa dalle proteste di Strajk Kobiet (sciopero delle donne) da un lato e dai rigurgiti nazionalisti dall’altro, a emergere dal discorso è stata l’ormai vacillante concezione tradizionale di identità polacca, ormai anacronistica in un mondo in cui la sovranità di Stato non può permettersi di interferire coi diritti umani. Cos’è successo, di fatto? 

I primi moti di protesta si sono verificati dopo il 22 ottobre, quando la Corte costituzionale — già al centro di numerose polemiche da ormai qualche anno, in seguito alla nomina ufficiosa di membri affiliati al partito di ispirazione conservatrice e clericale PiS — ha dichiarato di voler rendere illegale l’aborto anche in caso di malformazione del feto, causa del 98% dei 1100 aborti legali eseguiti in Polonia nel 2019. Il numero di aborti eseguiti effettivamente dalle donne polacche nel 2019, però, ammontava a oltre 100.000 casi, molti dei quali eseguiti all’estero.

Sulla scia della Czarny Protest (Protesta nera) del 2016 e dell’aprile 2020, entrambi momenti in cui le donne si sono schierate contro questa decisione che il PiS cerca di portare avanti da anni, centinaia di migliaia di donne sono scese in piazza. Quella che era iniziata come una battaglia per il solo diritto all’aborto si è trasformata in una rivendicazione dei diritti di tutti i gruppi discriminati, dalla comunità LGBT+, sotto attacco ormai da anni con propaganda omofoba e con le famigerate zone LGBT-free, agli anziani e alle persone disabili, le fasce di popolazione più vulnerabili alla propaganda populista e alla povertà sistemica. La folla ha occupato le strade urlando all’unisono “jebać PiS” (fanculo il PiS), ma molte attiviste hanno espresso perplessità di fronte a questo slogan nella loro battaglia per l’aborto, che da un diritto garantito a prescindere dalla fazione politica al governo diventa un’argomentazione cooptata — o peggio, dimenticata — da manifestanti dell’opposizione. 

Come accade in ogni rivolta che ha le sue radici nel sostrato culturale che si cerca di combattere, a essere colpiti e riutilizzati maggiormente sono stati i simboli, più nello specifico quelli cattolici: le manifestanti hanno occupato le chiese, fatto irruzione durante la messa e scritto slogan pro aborto sulle facciate esterne degli edifici. Ma il mito culturale polacco che ne ha (fortunatamente) risentito di più è stata la figura di Papa Wojtyła, ancora viva e importante per la collettività, sebbene le recenti notizie sulla copertura di scandali di matrice pedofila abbiano contribuito ad incrinarne la portata. Nel paese di Konstancin Jeziorna le mani di una statua di Giovanni Paolo II sono state sporcate con della vernice rossa, mentre l’immagine delle manifestanti di Varsavia che si sono gettate nella piscina colma di acqua rossa dell’installazione di Jerzy Kalina raffigurante il Papa è diventata virale.

[Alt Text: quattro attiviste immerse in acqua rossa fingono di proteggersi dalla statua di Giovanni Paolo II, che sta scagliando un masso. Fonte.]

Nel corso dell’ultimo mese, con il progetto Est/raneiabbiamo raccolto numerose testimonianze dalle proteste grazie a un modulo Google fatto circolare tra le nostre conoscenze in Polonia. Com’era prevedibile, sono state molte le risposte provenienti dall’opposizione a Strajk Kobiet, ma al di là dell’eugenetica e di varie teorie del complotto, molte persone, anche pro aborto, si sono dimostrate scioccate dalla scelta dell’attacco alle chiese, a dimostrazione di come l’elemento cattolico sia tuttora parte fondante del contesto sociale, e di come il simbolo cattolico sia un tabù ancora troppo forte per essere scardinato del tutto. 

Non è però la prima volta che il femminismo ha cercato di decostruire questo immaginario patriarcale e cattolico costruito a spese dei corpi delle donne. Ne è testimone Dorota Nieznalska, artista e performer che è stata processata e condannata per blasfemia in seguito alla sua opera  del 2002 Pasja, installazione raffigurante dei genitali maschili su una croce greca, il cui obiettivo era una critica al concetto di mascolinità. Oltre ad aver acceso un dibattito sull’arte e sulla libertà di espressione ancora presente nella società polacca, Nieznalska ha rovesciato l’immaginario della sofferenza incentrandola sul corpo maschile, mentre la prassi consolidata nel portato collettivo, risalente all’epoca delle spartizioni, era quella di una Polonia donna, martire, in catene e salvata da figure maschili, una Polonia la cui rappresentazione del dolore trascendeva la semplice allegoria per sconfinare nella feticizzazione. 

[Alt Text: l’installazione Pasja di Dorota Nieznalska. Fonte.]

Il problema della radice cattolica è, ovviamente, legato a doppio filo con il nazionalismo di estrema destra. L’11 novembre si è svolta come ogni anno la marcia per il Giorno dell’indipendenza, che commemora la fine del secolo delle spartizioni del paese tra potenze straniere durate dal 1795 al 1918, e come ogni anno da più di un decennio a questa parte è stata invasa da gruppi di stampo fascista di tutta Europa, membri di CasaPound inclusi. Le foto circolate dell’evento hanno un che di grottesco: oltre ai fascisti in passamontagna troviamo uomini che reggono una croce con luci al neon e la scritta “Dio, onore, patria”, simboli religiosi e anche bandiere dei Confederati del Sud (d’altronde, la Polonia è il primo Paese in cui a una manifestazione di estrema destra è auspicabile non portare bandiere naziste).

Ci sono stati dei tentativi di arginare questo evidente problema, di minimizzarlo, di dire che il patriottismo polacco non è quello. Certo, è risaputo, ma il legame tra “polonità” e cattolicesimo è innegabile e poggia su presupposti discriminatori in partenza. Fu nel periodo delle spartizioni che il binomio Polonia-Chiesa venne cementato nell’immaginario collettivo, dal momento che, non esistendo una nazione con un territorio definito e venendo meno l’elemento linguistico, osteggiato da Prussia e Impero russo in egual modo, la libertà di culto cattolica offriva ai polacchi la possibilità di riunirsi e di organizzarsi, e di farlo nella propria lingua. Fu nel periodo delle spartizioni che si creò la narrazione di una Polonia martire, del Cristo delle nazioni, di una Polonia che, anelando nuovamente all’unità nazionale, avrebbe redento l’Europa dai suoi peccati. È proprio nel 1918 che l’identità cattolica fu strumentalizzata operando una discriminazione su tutte le altre identità per creare il prototipo del cittadino modello: il polacco (etnico) di religione cattolica; tale discriminazione diede il via a un’esclusione sistemica e appoggiata dalla Chiesa delle minoranze tedesche, lituane, bielorusse e soprattutto di religione ebraica.

È per questa ragione che è necessario non dimenticare il contesto, continuare a fare attivismo e a costruire un immaginario collettivo diverso. Sono stati molti gli autori che nel Novecento e ancora oggi hanno dedicato la loro opera alla distruzione di un nazionalismo tossico, fondato sulla religione e su quello che Monique Wittig chiamava pensiero eterosessuale

Per concludere il pezzo parlando della Polonia migliore, ti lascio due consigli di lettura di due  di questə autorə contemporaneə. Il primo è Trans-Atlantico di Witold Gombrowicz, scrittore e drammaturgo scomparso prima di ricevere il Nobel. Nei suoi scritti Gombrowicz decostruisce il legame tra nazionalismo e mascolinità egemonica dal suo punto di vista, quello di un emigrato queer in Argentina, e nelle sue teorie estetiche e filosofiche sulla forma anticipa di qualche decennio il pensiero di Judith Butler. Il secondo è Guida il tuo carro sulle ossa dei morti di Olga Tokarczuk, autrice premio Nobel 2018 la cui estetica mescola il realismo magico alla teoria nomade, e che con questo thriller dalle note anarchiche dà voce alle lotte femministe, antispeciste e antisistema del suo paese.

Giorgia Maurovich studia Lingue e letterature straniere e cura il progetto Est/ranei. Puoi seguirla su Instagram.


In attesa della pubblicazione per Treccani, ecco una recensione in italiano di Feminist City di Leslie Kern, a cura di Sara Marzullo.

La passione secondo Wittig.

Storia ed evoluzione del femminismo islamico: Inter/sezionale intervista Renata Pepicelli.

Monica Benício ce l’ha fatta: è stata eletta al consiglio comunale di Rio de Janeiro. A settembre, Roberta Cavaglià ha scritto per noi un suo profilo.

Il rimedio alla violenza di genere non dev'essere una giustizia punitiva: un estratto (in francese) da Une théorie féministe de la violence. Pour une politique antiraciste de la protection, il nuovo saggio di Françoise Vergès. Vergès è pubblicata in italiano da ombre corte.

Il podcast Politics Theory Other ha intervistato Lola Olufemi.

Il femminismo di bell hooks.

[Alt Text: ritratto illustrato di bell hooks su fondo verde e azzurro. Fonte.]

L’orgoglio per l’eccellenza culinaria italiana ignora le condizioni lavorative di chi opera nella filiera agro-alimentare: pensa per esempio ai pomodori.

Il canale Telegram Battiture, che ti abbiamo già più volte consigliato, ha iniziato Con il cuore e con la testa, una rassegna stampa senza commento: dal canale è possibile scaricare dei PDF che contengono collage di articoli odierni su carcere e detenutx. La sovrapposizione e l'elenco hanno lo scopo di evidenziare la parzialità e le manipolazioni nel racconto mediatico della prigione.

È stato approvato in Scozia il primo provvedimento al mondo che garantisce l'accesso gratuito agli assorbenti.

Può esistere una pratica femminista sui social media? Un profilo Instagram e una pagina Facebook sono l’equivalente contemporaneo delle pubblicazioni dei collettivi femministi degli anni Settanta? Su DINAMOpress, Sofia Cabasino osserva il lavoro online di NUDM e Obiezione Respinta e discute brevemente dei limiti del progetto Freeda.

Tre esempi di feminist commons in tempo di pandemia.

Visite coniugali, masturbazione, vuoti legislativi, castità coatta: il sesso dentro il carcere

Il problema islandese con la violenza di genere. 

Come i test prenatali e gli aborti selettivi stanno cancellando la sindrome di Down in Danimarca, con potenziali gravi conseguenze per gli individui che ci convivono. 

Le politiche di austerità adottate negli ultimi anni dai diversi governi inglesi hanno avuto un impatto molto significativo sulla vita delle persone disabili: nel 2016 il Comitato ONU sui diritti delle persone con disabilità ha rilevato come i numerosi tagli ai fondi destinati a servizi, educazione e assistenza siano risultati in “serie e sistematiche violazioni” dei loro diritti. Ellen Clifford traccia una storia della “guerra” che l’Inghilterra sta conducendo contro una fascia così vulnerabile della popolazione e della resistenza che continua a incontrare, suggerendo che la gestione dell’emergenza COVID e in particolare la convinzione del Primo Ministro Boris Johnson che sia necessario raggiungere l’immunità di gregge attraverso il libero contagio vadano proprio inquadrate come parte di un “piano deliberato per rimuovere dalla società tutte le persone le cui vite rappresentino un costo aggiuntivo per lo stato”. 

Un’ora di discussione su Elena Ferrante? Sì, grazie.

Nei paesi del continente sudamericano lotta e letteratura femministe sono tornate alla ribalta insieme.

Una chiamata alle alleanze di Elisa Virgili a partire da una ripubblicazione e una traduzione importanti: Tra le rose e le viole. La storia e le storie di transessuali e travestitidi Porpora Marcasciano e Chav di Dan Hunter.


Il rilascio della quarta stagione della serie The Crown, incentrata sulle vicende intime e pubbliche della famiglia reale inglese, ha rivelato il punto debole della narrazione: le vicende politiche. Toccando solo superficialmente il dispiegarsi degli eventi storici e il disagio socio-economico dell’arco temporale rappresentato, che va per questa stagione circa dal 1977 al 1990, il rischio è che il tratteggio edulcorato di certi personaggi si sostituisca al loro netto profilo storico.

[Alt Text: a coprire la biografia della PM inglese un post-it recita “Margaret Thatcher era una persona orribile. La odiavano tuttx e non aveva amicx. Fine.”, sulla destra un post-it blu fa da fumetto al ritratto di MT facendole dire “Sono cattiva con le persone povere e x bambinx!”. Fonte: Dr Meagan Tyler.]

Margaret Thatcher è stata la prima donna premier inglese, guidando il partito conservatore e ottenendo il mandato per tre elezioni consecutive. In undici lunghissimi anni che vanno dal 1979 al 1990, il governo di Margaret Thatcher non ha certo portato avanti alcuna istanza femminista. Abbracciando invece pienamente il principio di successo personale anziché collettivo, Thatcher – Prime Minister – non si è proposta alcuna facilitazione nella crescita sociale delle donne alle cariche di potere governative, associando a sé solo un’altra donna nel suo gabinetto. Basti pensare, ad esempio, a come una giovane e promettente Margaret Thatcher, pur non provenendo da una condizione di grande privilegio, abbia potuto ricevere una privilegiata educazione. Si laurea infatti alla University of Oxford, dove il sostegno per studiare presso il Somerville College è raggiunto grazie a meritate borse di studio che però lei stessa andrà poi tagliando a livello nazionale, impedendo quindi le possibilità da lei ricevute a chi avesse lo stesso spirito e merito ma, purtroppo, si trovasse a studiare negli anni delle sue politiche economiche. Che il potere sia per elezione o eredità, e che la narrazione sia storicamente accurata o meno, bisogna sempre guardarsi dalla proclamazione di donne di successo come icone femministe in sola virtù del loro genere; vano tentativo, quello degli sceneggiatori, di sottolineare la riluttanza di Thatcher alla liberazione femminile mettendo invece in luce una presunta spinta al cambiamento da parte della regnante. La loro emancipazione, tale o presunta tale, è del tutto propria e per nessuna ragione condivisa: un’identità costruita sul monopolio del successo da parte del singolo soggetto.

[Alt Text: la prima è una foto originale in bianco e nero raffigurante Margaret Thatcher ed Elisabetta II che sorridono l’un l’altra, la seconda è un montaggio raffigurante Olivia Colman e Gillian Anderson nei panni delle sopracitate dalla serie The Crown.]

Ma Hollywood ha bisogno di produrre e promuovere empatia per andare avanti e incassare: le donne si prestano ottimamente a questa strumentalizzazione, perché per convenzione non possono essere vere e proprie cattive nella storia e nelle storie. Così, orribili soggetti femminili della storia politica offrono la possibilità di costruire sullo stereotipo un’immagine accattivante e sentimentale, anche solo concentrandosi su certi aspetti tralasciandone altri. È il caso della volata sul personaggio di Margaret Thatcher. Il telefilm, infatti, accelera la decade degli anni '80 e non mostra la resistenza e le conseguenze delle politiche thatcheriane: la timeline della vita pubblica e politica di Thatcher, invece, mostra chiaramente come fin da prima di essere eletta promuovesse leggi come il ritiro del latte gratuito nelle scuole dell’obbligo (che le guadagnò il soprannome “Thatcher, the Milk Snatcher”) e che proseguì su una linea di durissimo taglio del welfare state, compiendo una violenza continua nei confronti delle persone povere. La violenza di stato che opprime le classi sociali più in difficoltà viene esplicitata anche nel suo carattere razzista (decisamente in linea con i principi anti-immigratori thatcheriani ben noti almeno dal 1978, quando in un’intervista parla di ‘problema razziale’ riportando nel discorso della ‘destra moderata’ un vocabolario e un’ostilità che si credevano oramai confinate a movimenti para-nazisti) nelle comunemente chiamate dai giornali anglosassoni e internazionali Brixton riots, come da sguardo di chi opprime e scrive i titoli, ma rivendicate poeticamente dal maestro Linton Kwesi Johnson quali le giornate di “di great insohreckshan” (in dialetto jamaicano), e così anche attraverso la manipolazione di tragedie umane al fine di stringere ulteriormente la morsa, come nel caso della disorganizzazione e della violenza della polizia in occasione della partita Liverpool-Nottingham Forest, presso lo stadio di Hillsborough, che ha comportato la morte di 96 tifosi (solo nel 2012 è stata smentita la propaganda giornalistica, alimentata a beneficio di Thatcher, che indicava come responsabile la tifoseria anziché le forze dell’ordine).

In questa stagione dello sceneggiato viene affrontata abbastanza superficialmente anche la disincentivazione delle miniere di carbone a beneficio dell’acquisto dei materiali dall’estero, nel principio di sostenere il libero mercato senza preoccuparsi di creare alcuna rete sociale di supporto per il crescente numero di persone senza lavoro. La risposta civile del popolo culminò nel più importante sciopero dei minatori, durato quasi un anno (1984-85), la cui violenta repressione è stata guidata dall’interesse economico dell’Inghilterra (soprattutto la regione a sud-est) a discapito di ogni altra area del Regno Unito e soprattutto di una classe operaia schiacciata e di una comunità socialmente devastata dall’avversione feroce della PM nei confronti di quei lavoratori che avrebbe dovuto rappresentare ma che lei stessa dichiarava essere suoi nemici.

[Alt Text: su due edifici sono riportate le scritte “Political status for the men in H.Block and the women in Armagh”, “Victory to the Provos”. Fonte Peter Moloney Collection]

Sicuramente venivano classificati come nemici gli appartenenti all'IRA (Provisional Irish Republican Army), combattenti per la liberazione dal giogo inglese dei territori irlandesi. Le condizioni di vita inflitte agli incarcerati dei Blocchi H (mai riconosciuti come prigionieri politici dal governo inglese in quanto Thatcher si rifiuta di considerare l’IRA organizzazione politica ma, anzi, la dichiara organizzazione criminale, con ogni aggravante di pena del caso) sono terribili e vengono accentuate dalle forme di protesta necessarie a richiamare l’attenzione dei media e del governo. Nonostante lo stato di prigionia, Bobby Sands si candida e vince le elezioni del 9 aprile 1981: “Ironicamente, Bobby Sands riceve più voti di quelli ottenuti dalla stessa Primo Ministro Margaret Thatcher quando era stata eletta.” Tuttavia, Thatcher continua a ignorare lo sciopero della fame portato avanti dal rappresentante del popolo e lo lascerà morire senza mai riaprire il dialogo (qualche mese prima avviato e poi tradito) sulle politiche irlandesi, come ricorda Gerry Adams alla morte di Thatcher. Nella quarta stagione di The Crown viene mostrata l’esecuzione di Lord Mountbatten durante le vacanze che usava trascorrere nel castello di cui era proprietario in Irlanda: nella scena del suo funerale, le immagini della fiction si alternano a immagini d’epoca che mostrano l’esacerbazione del popolo irlandese e viene letto un comunicato di rivendicazione narrativizzato ad hoc ma che accenna soltanto agli eventi (primo tra tutti, il Bloody Sunday che vede il motivo del motto in apertura “13 gone and not forgotten, we got 18 and Mountbatten”– qui il vero comunicato). Presso il portfolio online di Eamon Melaugh è possibile vedere molta della realtà irlandese (CN/TW soprattutto per corpi morti e armi); il sito offre, oltre alle foto d’epoca, anche una ricostruzione delle circostanze in cui sono stati commessi gli omicidi così come altre informazioni storiche utili.

A livello internazionale il focus della stagione è quasi unicamente sulla questione dell’apartheid in Sud Africa, nella quale Thatcher si distingue ancora una volta per scegliere il profitto economico davanti ai diritti civili, con una puntata quasi interamente dedicata a un presunto gioco di forza tra la perfida Thatcher e la qui santificata Regina liberatrice dei popoli. Del tutto omesse sono la compatta alleanza conservatrice con Ronald Regan e la vicinanza al sanguinario dittatore Augusto Pinochet, due coalizioni che nel nome del neoliberismo hanno originato il più della disparità socio-economica odierna.

A rafforzare il già detto bisogno di mantenere il profilo delle donne mai del tutto negativo, nel tentativo di creare empatia nel pubblico viene post-datata la sparizione di Mark Thatcher, figlio della PM, rinomato evasore e imprenditore petrolifero senza scrupoli. Mark partecipò senza alcuna preparazione adeguata, come dichiarato ripetutamente da lui stesso, al rally Parigi-Dakar; nel gennaio 1982, Mark, la partner di gara, e il loro meccanico rimasero sperduti nel deserto per un rischioso totale di sei giorni. L’intervento diplomatico e finanziario del governo inglese, tamponato successivamente dai fondi privati della famiglia, fu uno scandalo ma altresì necessario per la sopravvivenza dei dispersi.

Resta il fatto però che le vicende legate alle preoccupazioni personali si concludono in pochi giorni, e ben due mesi prima della guerra delle Falkland (Malvinas). La sovrapposizione temporale degli eventi presentata nella quarta puntata non è che un escamotage narrativo, del tutto inesatto e probabilmente pensato per far leva su una presunta umanità della Thatcher: se da un lato sicuramente mina l’autorità di una donna al potere, dall’altro maschera il desiderio nazionalista di rivalsa e di affermazione imperialista britannica che alimentava Thatcher – nella speranza di riprendere i consensi persi nei mandati di governo che avevano portato a una crisi sociale enorme – e i britannici. 

Tristemente, questa prova di forza in nome del fu-Impero bastò, di fatto, a far tornare popolare Thatcher; ancora più tristemente, l’idea che una donna di successo (a prescindere dal campo in cui abbia successo) sia un modello costituzionalmente rilevante ha portato a una rilettura in chiave “femminista” di Thatcher. Per questo aveva già lasciato l’amaro in bocca vederla consacrata nel primo libro delle Storie della buonanotte per bambine ribelli, un libro altrimenti non perfetto ma certamente interessante e vario: qui alcune soluzioni critiche e fantasiose su come gestire quelle brutte pagine.

Lasciando da parte la finzione della serie Netflix e arrivando piuttosto all’attesa morte di Margaret Thatcher, nel 2013, il Primo Ministro, allora David Cameron, aveva dichiarato che “Da oggi siamo tutti thatcheriani”, poco prima di prendere attivamente parte ai funerali dal costo di 3 milioni di sterline. Mentre a Londra politici internazionali, rappresentanti dei partiti nazionali, e la famiglia reale guidata dalla regina Elisabetta II omaggiavano Thatcher, in Scozia si faceva sentire la verità di una famosa battuta di Frankie Boyle: “Per tre milioni si potrebbe comperare una pala per ogni persona in Scozia; scaveremmo una fossa così profonda da poterla consegnare a Satana personalmente".

Durante i funerali, ad esempio, l’emittente britannica Channel 4 ha condotto un servizio nella città di Glasgow, intervistando due signore scozzesi che nonostante la pioggia erano in piazza a manifestare il loro entusiasmo per la morte di Thatcher.

Thatcher è forse il più evidente esempio di oppressione e asservimento al sistema mascherato da empowerment femminile. Non ha praticato alcuna sovversione del potere e anzi si è allineata alle dinamiche di forza maschili reiterate nelle forme di governo. Oltretutto, la sua vittoria è del tutto personale: se è vero che ha saputo fare una crepa nel soffitto di cristallo, altrettanto vero è che ha saputo infilarcisi e uscirne dall’altra parte senza nessuna cura per le altre donne e nessuna intenzione di distruggerlo, davvero e per tutte, quel soffitto. Come si può sentire nel seguito dell’intervista, Thatcher ha saputo eccellere solo e soltanto nel rafforzare uno stato di non equità tra soggetti e dunque non può considerarsi una femminista, come non si può considerare la sua elezione e commemorazione una vittoria femminista. Il femminismo non offre nessuna solidarietà in sola virtù del genere a chi pratica l’oppressione.


FATTO DA NOI

Dopo averne scritto sul blog di inutile, Gloria ha realizzato una breve monografia del regista cileno Patricio Guzmán per il podcast di cinema Ricciotto, in compagnia di Federica Bordin. Si parla del colpo di stato del 1973, del valore politico della memoria, della vittoria al referendum per modificare la costituzione del 1980 e di molto altro.

Marzia ha pubblicato una poesia su The Fortnightly Review.

FATTO DA VOI

Per approfondire ciò che hai letto nel pezzo di Giorgia Maurovich, puoi ascoltarla insieme ad Alessio Mangiapelo e Sofia Pereira Salvador in una chiacchierata organizzata da Andrea e Cecilia sul loro canale MYSSBORG.

Un ricordo di Valentina Pedicini su Radio Onda d’Urto, insieme a Chiara Zanini.

PIOMBI è la newsletter su carcere, libertà e giustizia a cura dell’associazione Closer.

Finalmente è uscito Le mirabolanti avventure di Lovelace e Babbage di Sidney Papua, con traduzione e note a cura di Marta Maria Casetti. Qui puoi leggere un suo vecchio pezzo su Ada Lovelace.

Elisa Lipari ha recensito Bestiario Haraway di Federica Timeto per il Tascabile

Roberta Cavaglià ha inaugurato il suo progetto personale Flair traducendo un articolo dell’illustratrice spagnola Paula Bonet sulla sua esperienza di violenza psicologica e stalking.


UN LIBRO 

L’autoritratto in blu di Noémi Lefebvre, traduzione di Susanna Spero, Safarà Editore

[Alt Text: ritratto di Noémi Lefebvre, intenta a leggere al microfono da un foglio. Fonte.]

I secondi appuntamenti sono mortificanti, ma, se come dice Noémi Lefebvre “le cose che ci succedono sono perlopiù nelle nostre teste”, ricordarli è peggio che viverli. L’autoritratto al centro del romanzo di Lefebvre non è tanto blu, quando rosso di imbarazzo e madido di sudore. Nella traduzione di Susanna Spero, per Safarà Editore, la voce che parla nell’Autoritratto in blu è il ronzio mentale della Ragazza seduta composta nel sedile di un aereo per i novanta minuti che separano in volo Berlino da Parigi. Reduce da, appunto, un secondo appuntamento, la Ragazza passa in rassegna le ore passate in compagnia del Pianista: la distrazione è tutt’altro che piacevole.

L’itinerario geografico che Ragazza e Pianista condividono a Berlino comprende un multisala, due caffè, un museo, un auditorium, una strada percorsa più volte senza trovare il numero civico corretto, una “stanza della progenie” da occupare per una notte. L’itinerario ripercorso in aereo è meno lineare e spigoloso: è un ricordo, e come tale procede per stratificazioni, lampi ed echi. Per la Ragazza, ripensare a sé stessa dentro scene e parte di conversazioni è un continuo morire di vergogna:

Invece di godermi l’ambiente, più di ogni altro considerato favorevole alla cultura, ci pensavo ora che ero in aereo e quindi troppo tardi, vergogna, grande vergogna, attorcigliavo le gambe come serpenti velenosi e alzavo le spalle, e come non bastasse rovesciavo addosso al pianista una raffica di informazioni indiscrete nella più pura tradizione delle ragazze prive di ritegno […]. 

Lefebvre riesce a rendere comica l’esperienza dell’imbarazzo oltre il dettaglio del tramestio di fazzoletti passati sulle tempie per asciugarle dal sudore, e descrive come il pudore diventa lo spartiacque morale tra ciò che è bene venga detto, e ciò che è bene venga taciuto. Nella testa di una ragazza, il pudore non è solo una scelta, è proiezione, è l’esercizio ultra femminile dell’immaginarsi guardata, agire tentando di compiacere aspettative esterne. Significa aprire la propria copia della corrispondenza tra Thomas Mann e Theodor Adorno stando seduta in poltrona al Kaiser Café – senza leggerne una riga, beninteso, gli occhi sono attenti alla porta da cui il Pianista dovrebbe entrare da un momento all’altro – sperando di fare una certa impressione, poi rabbrividire rivedendosi nella posa. Pensarsi sfacciata o ricordarsi (troppo) disinvolta, per la Ragazza, è un esercizio affannoso in cui la presenza di un uomo amplifica il disagio: la paura di essere rifiutata è meno dolorosa del sapersi valutata. 

[Alt Text: copertina tutta blu dell’edizione italiana dell’Autoritratto in blu, edita da Safarà. Fonte.]

Il successo critico di romanzi rosa come Persone normali di Sally Rooney o la tetralogia di Elena Ferrante ha contribuito ad alleviare lo stigma dalle letture da spiaggia, ricordando che il romanzo borghese è un genere elastico. Col senno di poi, il fatto che nel 2009 un’intellettuale serissima come Lefebvre – musicologa e politologa interessata alle intersezioni tra prassi politica ed educazione artistica – già scrivesse di paturnie amorose, appare logico. L’intersezione tra personaggi impegnati in compravendite sentimentali e personaggi con il carteggio Mann-Adorno in borsetta può esistere, ed è un punto di partenza fertile. In un’intervista per Document, Lefebvre spiega che Autoritratto le è servito per dimostrare che una comunione con gli artisti che ammiriamo è possibile, perché la conoscenza di questi autori è autentica solo quando si dimostra presente nella vita quotidiana. Non dice, però, che nonostante la vita intellettuale possa confortare chi se la crea, aggiungere magari una patina di certezza, anche una ragazza preparata al punto di voler spiegare a un pianista professionista come appoggiare le dita sulla tastiera, dentro può sentirsi una blöde Kuh, “una stupida muccona” dolorante che mugghia alla luna.  

La Ragazza è una neo-zitella divorziata in viaggio con la sorella: abbienti abbastanza da poter prenotare due ottimi posti alla Deutsche Oper per il Tannhäuser di Wagner, disinvolte abbastanza da potersene dimenticare ed entrare a terzo atto già iniziato, accompagnate dal rumore della busta in plastica degli acquisti accartocciata ai polsi. Lefebvre sembra rifarsi al tropo comico dell’antieroina che non può fare a meno di rendersi ridicola. La Ragazza incespica lungo la Friedrichstrasse, claudicante perché l’elastico della sua calza autoreggente cede, le si arrotola al ginocchio costringendola all’inelegante gesto del tirarsela su alla coscia, rende necessario l’acquisto di un nuovo paio da portare a teatro con sé (dentro un sacchetto rumoroso). La Ragazza cerca di far meglio, controllarsi, censurarsi per piacere, ma la figuraccia, l’eccesso di carattere, la rivelazione di troppa emozione sono irrefrenabili. Nella commedia romantica, l’antieroina resta adorabile, in un romanzo interessato alla ripetizione di strutture mentali, invece, ogni gesto si cristallizza nella sua memoria per tormentarla anche a distanza di tempo.  

La struttura narrativa fluida che Lefebvre adotta è un evidente omaggio – nel suo contenimento temporale – alla giornata di Mrs Dalloway, l’ispirazione però è musicale invece che psicologica. La composizione della coscienza in Autoritratto aspira alla cesellatura della tirata teatrale, e finisce per tralasciare la verosimiglianza dello sfogo intimo. Thierry Clermont, nella sua recensione per Le Figaro, paragona il romanzo di Lefebvre a un centrino di pizzo, leggendoci una successione di cappi intrecciati. L’effetto complessivo, tuttavia, non è quello di un motivo omogeneo: ogni singolo anello, nodo e catenella risalta per sé stesso, in armonia con le altre iterazioni, ma sempre diverso. La metafora è forse più calzante nel processo che nel risultato, nell’azione di realizzare a mano una trina: infilzare uno spillo nel tombolo per reggere l’asola già legata, spostando i fuselli per annodare i fili nelle forme del pizzo, ripetere movimenti circolari per creare raggiere e iperboli d’aria. Eimear McBride, nella sua recensione per The Guardian, coglie nell’aspetto spiraliforme del romanzo un principio di variazione nella ripetizione: “un’idea centrale contiene al suo interno tutto ciò che è necessario alla creazione delle sue variazioni”, un concetto che Lefebvre traduce dalla musica seriale.

[Alt Text: dipinto Blaues Selbstportrait, l’“Autoritratto in blu” di Arnold Schönberg, 1910, che ispira il titolo del romanzo. Il volto serio del compositore, la pelle completamente bluastra, campeggia su fondo rosato, lo sguardo fisso incrocia idealmente quello dell’osservatrice. Fonte.]

Il ritratto blu del titolo è un dipinto del 1910 di Arnold Schönberg, meglio noto come compositore di musica atonale – “degenerata” secondo il partito nazista – e teorico della dodecafonia. Come i dodici suoni della scala cromatica condividono, per Schönberg, la stessa importanza, e creano composizioni seriali raggruppandosi in blocchi secondo permutazioni d’ordine sempre diverse, la prosa di Lefebvre si appiglia a una serie di oggetti e motivi – tra gli altri la mucca, le gambe, la vergogna, il concerto musicale – rivisitandoli di continuo. Ogni iterazione presenta varianti minime, piccole aggiunte di dettagli e contesto che fanno avanzare la narrazione anche senza trama, senza una cronologia motivata (e difficile da inferire). È la Ragazza a ricordare il momento in cui il Pianista scoprì il quadro, esposto a una mostra sulla musica del Terzo Reich, come avesse notato il colorito nauseato, “l’inquietudine e il freddo” della tonalità negativa a sprezzo dei celesti naturali, un solo orecchio dipinto da Schönberg. Il Pianista ne avrebbe parlato alla Ragazza durante i loro appuntamenti, pilotando la conversazione sull’argomento di suo interesse: come in privato Schönberg implorasse il Reich di riconsiderare la sua musica, ma in pubblico esponesse resistenza.

In aereo, la Ragazza ripassa diligente quanto imparato: 

«Non aver scritto niente di cui mi debba vergognare costituisce il fondamento della mia esistenza morale» aveva detto Schönberg alla radio berlinese il 31 marzo 1931, e aveva evocato pubblicamente l’esistenza morale, rifiutato radiofonicamente la morale collettiva della felicità musicale e riaffermato la morale individuale del compositore, avrebbe desiderato gli applausi ma non poteva comporre per gli applausi, sopportava più facilmente la solitudine della vergogna, aveva scelto tra la vergogna e la solitudine, rifiutava qualunque gratificazione come qualunque partecipazione alla felicità collettiva di cui dovesse vergognarsi.

La discrasia tra proposta e ricezione, necessità politica e progetto artistico – immagina o ricorda la Ragazza – aveva ispirato il lavoro del Pianista, il quale si era adoperato a creare un nuovo autoritratto musicale, “una composizione di resistenza di cui il pianista-compositore non avrebbe mai dovuto arrossire.” Un insuccesso, fischiato dal pubblico dell’Auditorium di cui la Ragazza aveva fatto parte: “mi identificavo con il pubblico e morivo per la vergogna, mi identificavo con il pianista e morivo per l’umiliazione”. A spettacolo concluso, la Ragazza aveva cercato di confortare il Pianista dicendogli quanto lo ammirasse, per pentirsene subito dopo – e rivive l’imbarazzo nella memoria.

L’impaccio in cui si trova la Ragazza è in minima parte dovuto a timidezza. L’ansia del mettere a proprio agio una persona a malapena conosciuta, speculando e anticipando le sue reazioni, schiaccia la tempra naturale della Ragazza, divisa tra la sua “disinvoltura di base” – la parlantina logorroica è la voce di pensieri “troppo umani”, che brama di sostituire con pensieri bovini, o perlomeno di zittire – e la sua educazione alla gentilezza. “Quel che mi piace di me, ho detto a mia sorella che dall’oblò guardava la terra avvicinarsi, è che sono una ragazza gentile, e anche tu, talmente gentile”: la capacità di tenersi al sicuro dall’imbarazzo, proprio e altrui, è motivo d’orgoglio, indice di sensibilità. Ma si sovrappone alla norma che prescrive all’“accompagnamento” (specie se femminile) di non creare complicazioni, facilitare e creare spazio. L’autoritratto della Ragazza emerge nonostante la vergogna di esporsi e guardarsi, nonostante l’“educazione suicida alla felicità collettiva”: un’ora e mezza di vuoto per rivisitare il ricordo, per quanto imbarazzante, le basta per capire davvero quanta gentilezza ha ricevuto in cambio. L’atterraggio a Parigi forse sottende che un terzo appuntamento è improbabile.

Ringraziamo Francesca Balestrieri per la consulenza musicale.


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