La ghinea di gennaio

Benvenutu a Ghinea, la newsletter in letargo. Questo mese tornano Simona Iamonte, che ci parla dell’artista Katarina Janeckova Welshe, e Roberta Cavaglià, con un profilo dell’illustratrice femminista Paola Bonet. 

Buona lettura!

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Restare guastafeste anche nel 2021.

Una breve intervista a feminoska su femminismo, antispecismo e intersezionalità.

Vivian Gornick legge Natalia Ginzburg.

L’attivismo online e i suoi limiti: è possibile promuovere un’autentica body positivity su piattaforme come Instagram o TikTok?

Voci trans nella marea verde.

Traffic in Asian Women di Laura Hyun Yi Kang, appena uscito per Duke Press, indaga come lo stereotipo della donna asiatica che subisce abusi sessuali contribuisca a spettacolarizzare i corpi delle vittime e dunque a sessualizzarle di nuovo. Il podcast New Books in Gender Studiesne ha parlato con l’autrice.

Un estratto da Work Won’t Love You Back: How Devotion to Our Jobs Keeps Us Exploited, Exhausted, and Alone, il nuovissimo saggio di Sarah Jaffe.

[Alt Text: ritratto fotografico di Sarah Jaffe. Fonte.]

Materiali per una didattica decoloniale.

“Dalla guerriera all’avvelenatrice, dall’amazzone alla contestatrice, dalla collaborazionista alla soldata alla lottarmatista… Nonostante gli specifici contesti e le diverse prospettive, le donne che agiscono violenza compaiono e scompaiono nella storia sfidando lo stereotipo – consolidato, ma falso e fuorviante – che vedrebbe una netta cesura tra ‘essere portatrici di vita’ e ‘dare la morte’”: Faster, pussycat! Kill! Kill!, il numero 50 della rivista Zapruder, è ora accessibile online


Qualche giorno fa un giovane suprematista bianco di Savona è stato arrestato con l’accusa di associazione con finalità di terrorismo, propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale aggravata dal negazionismo. Secondo quanto emerso da alcune intercettazioni, il ragazzo era infatti intenzionato a compiere una strage durante una manifestazione femminista. Il precedente più famoso è la strage del politecnico di Montréal del 1989: in quell’occasione uno studente uccise quattordici donne, motivando il massacro con una violenta nota antifemminista. Per fornire un’analisi di quello che viene considerato il primo femminicidio di massa, il blog Manastabal ha tradotto un’intervista alla sociologa Mélissa Blais. Blais correla gli esiti violenti del maschilismo non solo a una specifica retorica antifemminista (che anche in Italia viene ampiamente sottovalutata e spesso ricondotta sotto una fantomatica libertà di espressione), ma anche al costante lavoro di delegittimazione delle analisi prodotte dalle femministe e dai risultati politici da esse conseguiti. Per esempio, 

[...] i maschilisti più virulenti e vendicativi denunciano il sostegno alle donne vittime di violenze coniugali asserendo che le femministe si sono inventate di sana pianta il fenomeno della violenza contro le donne (sostenendo che la violenza oggi sarebbe simmetrica fra uomini e donne) per accaparrarsi i fondi pubblici e crearsi posti di lavoro.

[Alt Text: un frame in bianco e nero dal film Polytechnique di Denis Villeneuve (2009), che ricostruisce il massacro di Montréal. Nella parte sinistra dell’inquadratura c’è un corridoio dell’università deserto, nella parte destra il terrorista si appoggia alla parete con un fucile in mano. Fonte.]

Blais individua anche una categoria ben precisa: quella del maschilista moderato che si premura di distanziarsi da qualunque estremista e suggerisce in modo più o meno implicito una falsa equivalenza tra femministe troppo arrabbiate e radicali (“nazifemministe” nel peggiore dei casi) e maschilisti violenti.

Ed effettivamente, intorno al 2010, sono anzitutto gli operatori sociali (per esempio gli psicologi sociali che lavorano nelle organizzazioni di sostegno agli uomini violenti, nei gruppi di padri) e i ricercatori universitari a conquistare la scena con un discorso sfumato e molto meno virulento. Essi mobilitano diverse tattiche retoriche, come la pretesa di razionalità (contro la supposta emotività delle militanti femministe), ma anche l’uso massiccio del termine «parità» o il riferimento ad alcune femministe (contestate, come Elisabeth Badinter in Francia) per non passare per antifemministi. Insomma, questi due tipi di militanza sono complementari.

Come ogni guerra, la guerra alle femministe ha bisogno sia di chi la fomenta senza sporcarsi le mani sia di chi poi si presenterà a combatterla.


FATTO DA NOI

Francesca ha recensito il saggio-memoir di Anne Boyer “Non morire” per il Tascabile.

La cineasta italiana Cecilia Mangini è mancata il 21 gennaio 2021, il saggio sui suoi documentari scritto da Francesca per Another Gaze nel 2018 è ora online

FATTO DA VOI

Martina Neglia, insieme a Yasmin Riyahi, racconta di come muore - giustamente - un monumento se non può trasformarsi, e del dovere morale dell’artista nei confronti della comunità, attraverso l’esempio di pratica decoloniale sull’installazione Scaffold di Sam Durant.

Antonia Caruso ha provato a smontare una lettera ricevuta e pubblicata da Concita De Gregorio e ad analizzarla frase per frase, in modo da smascherare gli artifici retorici delle TERF.


UN’ARTISTA

Katarina Janeckova Welshe. Di vita e onirismo

di Simona Iamonte

[Alt Text: la pittrice Katarina Janeckova Welshe seduta su un divano verde smeraldo con alle spalle un suo dipinto in fase di lavorazione,  nel suo studio a Corpus Christi in Texas (USA).]

Nei dipinti di Katarina Janeckova Welshe ci si perde come in un bel sogno: coraggiosamente reali e teneramente onirici, avvolti da un’aura luminosa che ci mette comodi e ci permette di perdersi e ritrovarsi nella sua personale narrazione quotidiana. 

Katarina Janeckova nasce a Bratislava del 1988, città in cui frequenta il liceo artistico e successivamente l’Accademia d’Arte presso la quale si diploma nel dipartimento di “Advertising Painting” ossia figurazione pittorica pubblicitaria. Gli anni in Slovacchia trascorrono nella semplicità adolescenziale delle uscite tra amici e delle passeggiate in centro città, fino al punto di svolta della sua vita familiare che vede la morte del padre come uno slancio doloroso verso altre possibilità, verso la propria reinvenzione personale ed il cambio drastico di stile di vita. Così dopo qualche anno, si trasferisce in Texas, in una cittadina chiamata Corpus Christi, città natale di suo marito che conobbe durante una vacanza in Thailandia. Corpus Christi è quel tipo di cittadina americana desertica e poco abitata in cui ognuno guida il suo furgone e mangia ciò che coltiva nel proprio ranch. Un cambio totale e stimolante agli occhi della giovane Katarina, che la spinge a coltivare e coniugare la sua vita interiore con quella quotidiana, manifestando il suo vissuto attraverso la pittura.

[Alt Text: il dipinto “To Be Titled” 2020, 130x90cm acrilico su tela. Il soggetto è una donna nuda accovacciata su se stessa, felice e vitale in un ambiente domestico colorato, caotico e spontaneo. Ai piedi della giovane donna c’è una margherita che nasce dal pavimento, mentre dall’alto, scende una piccola cascata di foglie.]

L’estrema spontaneità dei dipinti di Katarina, è arrivata col cambiamento, portata dall’impulsività e da un estremo ottimismo nel raccontare gli aspetti della sua vita e soprattutto della sua quotidianità familiare e sentimentale, nel quale la pittrice si dilunga in vorticose narrazioni che vedono la sessualità al centro della maggior parte delle sue creazioni:  

Sono cresciuta nell'Europa centrale e da adolescente la sessualità era già ovunque ed era molto facile da raggiungere anche su Internet. All'inizio era una maschera in lattice ad attirare la mia attenzione. Navigando in Internet, ho trovato coppie amatoriali che caricavano le loro foto sexy con le maschere in lattice mentre facevano l'amore o facevano attività ordinarie come lo sci. Sono rimasta sbalordita: potevano essere i miei vicini! Non puoi mai dire cosa piace fare agli altri nella loro privacy. Avevo 19 anni e questo mondo della sessualità era come un tesoro nascosto pieno di cose strane, ed ero curiosa di sapere come avrebbero reagito le persone se le avessi dipinte.

Così riflette in un'intervista su i-D, parlando di come la sessualità, sin dagli anni ‘80, sia stata veicolata dapprima attraverso canali mediatici di massa come la tv e di come si sia evoluta grazie ad internet, dando modo ai più estrosi e disinibiti, di poter condividere scatti o video osè della propria vita sessuale e sentimentale. La scoperta di una sessualità marcata e a tratti giocosa stuzzica le fantasie della pittrice, la quale utilizza questo argomento nei suoi lavori, portandola all’estremo, divertendosi a creare immagini forti, spiritose e provocatorie. 

[Alt Text: il dipinto “I Would Do Anything For You” 2020 50x40 cm acrilico su tela. In primo piano si nota il sedere della ragazza piegata in avanti, con una banana infilata tra le due natiche. Una scritta in corsivo che recita le parole del titolo del dipinto, accompagna la composizione in cui si staglia in alto a sinistra, la figura nera a mezzo busto di un orso]

Durante i suoi primi anni in Texas, Katarina passa molto tempo a dipingere nel sotterraneo di casa sua, sentendosi molto sola, cercando di entrare in contatto con se stessa. In questo periodo, grazie soprattutto ai social media, scopre e si interessa al mondo del bodybuilding che la porterà a partecipare ad alcune gare semi-professionistiche, alle quali confessa di essersi preparata mangiando solo proteine e riso, di come l’abbronzatura spray delle gare, non dovesse essere lavata via, quindi le partecipanti non potevano lavarsi per giorni, e di come il culto di sé e del proprio corpo sia estremizzato, al punto da sembrare divertente agli occhi della pittrice. 

In questa serie di dipinti, si percepisce uno sguardo particolarmente potente ed interessante soprattutto riguardo agli stereotipi sulla donna forzuta e muscolosa.  L’uso nitido di figure volutamente fuori dalla comune idea di bellezza, è un modo per suscitare reazioni diversificate nei fruitori, che ne potranno essere divertiti o riluttanti al solo sguardo. In ogni caso tale tipo di rappresentazione non si dimentica, proprio perchè è divertente e fa parte di un microcosmo a cui la società non volge lo sguardo, se non per assoggettare.

Sulla scia di queste riflessioni, Katarina, si esprime anche sotto un punto di vista interiore; esternando la volontà di essere una donna forte, fisicamente ed emotivamente, all’interno della società e della propria relazione. Non una forza bruta ma una forza femminile, intelligente, rivoluzionante, seducente, nuova agli occhi dei più, un modo per fuggire dalla narrazione dei ruoli all’interno della coppia.

È uno stereotipo pensare che le donne carine di solito siano sottomesse, quindi mi piace giocarci. A volte è meno visibile e più nella mia testa, a volte è ovvio o esagerato.

[Alt Text: il dipinto “Flowerpot” 2017 50x40cm acrilico su tela. Nel dipinto è raffigurata una caraffa decorata con l’immagine di una bodybuilder seduta lateralmente che flette il braccio in modo da gonfiare i muscoli del bicipite. Dalla caraffa spuntano dei fiori gialli che sbucano dall’alto, in uno sfondo grigio ed informale.]

Tra i soggetti principali, oltre alle figure femminili, troviamo l’orso nero, simbolo di mascolinità, istintività ed inequivocabilmente un simbolo sessuale, ammorbidito dalle azioni che lo stesso animale compie. Spesso i due soggetti si trovano insieme all’interno della narrazione, demarcando i temi della relazione, della sessualità, della quotidianità di coppia in ambienti esterni, fantastici o casalinghi. La tipologia di rappresentazione riporta la mente alle immagini voyeuristiche, facendo sembrare la perversione come un modo di essere a proprio agio, come qualcosa di unico e personale. L’orso è anche il pretesto pittorico per uscire dalla scala di colori caldi molto spesso usati dalla pittrice: salta subito all’occhio la figura nera che accompagna ed è simultaneamente il centro dei dipinti, in costante dialogo con le figure cocenti e sinuose femminili. Questo candore narrativo si mischia in una danza svolazzante di pennellate estremamente intuitive frutto di anni di pratica pittorica che ai nostri occhi arriva come un prodotto schietto e di altissima qualità pittorica.

Per me, l'orso è un perfetto sostituto per un uomo. A volte dipingo l'orso come un amante, un guardone, un cucciolo giocoso, un vecchio orso perverso o un simbolo di protezione. È anche per il mio divertimento.

[Alt Text: Il dipinto “Bad Habits Good Intentions” 2020 155x100cm acrilico su tela. La figura femminile in piedi a sinistra, ha  tra le labbra un sigaro e balla stringendo la zampa della figura dell’orso, in un ambiente casalingo.]

[Alt Text: il dipinto “Quarantine Lover” 195x185cm acrilico su tela. al centro della composizione ci sono le figure di tre ragazze piegate in avanti che si appoggiano su un prato. La figura di un ragazzo e quella di un orso, sbucano cercando di sbirciare oltre il muro bianco.]

Durante il recente periodo di lockdown l'artista ha acquisito maggiore interesse per l'idea della pittura come modo di evasione; ne parla affermando che:

[...] è sull’ imparare ad accettare gli errori che facciamo, sul lasciare andare l'ego e trasformare qualsiasi disagio in un processo di apprendimento. 

Un modo di sfuggire alle regole sociali, soprattutto tra generi, di creare un proprio modo di vivere la sessualità nella quotidianità, mischiata alla fantasia e perchè no, nell’ottimismo ed entusiasmo personale.

La pittrice, inoltre, è da qualche anno diventata mamma di una bambina che è quasi sempre nel suo studio, divertita da pennelli e colori come si può sbirciare dal profilo Instagram di Katarina, e che è diventata soggetto dei suoi recenti dipinti, ma più di tutto, una nuova sfida di vita. In alcune foto dei precedenti anni, si vede Katarina dipingere con la figlia appena nata in braccio, il chè (almeno ai miei occhi) la fa apparire come una super-donna che non vuole sacrificare due aspetti importanti della sua vita. Spesso, proprio sul suo profilo Instagram parla della maternità e di come si sia creata una rete di madri-pittrici-lavoratrici a supporto del suo stato mentale, o anche di come cerchi di coinvolgere la piccola figlia nel suo lavoro, portandola alle sue mostre o nei suoi viaggi.

[Alt Text: “The Provider” 60x40cm acquerello su carta. La figura femminile al centro della composizione allatta la figura di una neonata e la figura di un uomo.]

La vastissima produzione pittorica di Katarina è visibile online ed offline in alcune delle migliori gallerie private d’Europa ed America come la Galleria Richter a Roma, la Galleria Althuis Hofland di Amsterdam, la Galleria Dittrich and Schlechtriem di Berlino, su ArtsySaatchi Art online e Alan Avery Art Company di Atlanta, Georgia.

[Alt Text: il dipinto “Pomegranate Benefits” 2020, 50x40 cm acrilico su tela. L’atto della masturbazione eseguita con i piedi da parte della figura femminile a beneficio di un pene che nasce da un melograno.]

Simona Iamonte vive a Torino e lavora come illustratrice e pittrice. Puoi seguirla su Instagram.


UN LIBRO 

The Grammarians di Cathleen Schine (Picador, 2019). In italiano: Io sono l’altra, traduzione di Stefano Bortolussi (Mondadori, 2020)

[Alt Text: copertina di The Grammarians di Cathleen Schine. Due bambine, sorelle gemelle molto simili e vestite uguali, guardano serie verso l’osservatrice. Fonte.]

Daphne e Laurel Wolfe, le gemelle immaginarie al centro di The Grammarians di Cathleen Schine condividono “due versioni dello stesso nome” di una ninfa mitologica, il naso dal profilo ingombrante e l’ossessione per la lingua codificata nel dizionario. La cifra di Schine sono gli archetipi intellettuali: la libraia di La lettera d’amore (1995), l’accademica di Le disavventure di Margaret (1993), la bibliotecaria e l’agente letteraria di Tutto da capo (2010) fondono lavoro e identità, e dalla confusione Schine estrae una trama. Dopo anni di sperimentazione con personaggi il cui rapporto con linguaggio, dialogo, storia della letteratura e della lingua inglese è di natura professionale, all’indomani delle elezioni presidenziali del 2016 Schine sceglie di scrivere “qualcosa di divertente, in un certo senso separato dal mondo reale”. Le gemelle Wolfe materializzano questa cesura: sono simboli, più che personaggi, all’interno di un romanzo che garantisce evasione e stimoli in parti uguali. 

Alle volte blando, sempre serioso: The Grammarians è un ritratto di famiglia che ingessa i singoli componenti in una posa di forzata, a volte simulata, vicinanza. Per chiunque riconosca il principio base di ogni sorellanza (di sangue o di spirito), cioè che si è uguali solo nella misura in cui ognuna può essere diversa, Laurel e Daphne fanno insospettire.  Le gemelle vivono in simbiosi – stessi vestiti, stessa università, stessa città d’adozione – relegando il blingo, la loro lingua privata di gemelle, a shibboleth d’occorrenza man mano che il loro interesse per i meccanismi della lingua inglese cresce. Le gemelle sono la dima con cui Schine traccia il profilo di una famiglia, ma sono anche una linea guida, una base neutra che evoca tante altre storie di famiglia che includono sorelle, due o più, gemelle o meno.

[Alt Text: fotogramma dal documentario Poto and Cabengo di Jean-Pierre Gorin (1980), le gemelle criptofasiche Grace e Virginia Kennedy giocano e svolgono compiti insieme. Fonte.]

Le gemelle Grace e Virginia Kennedy ispirarono diverse ricerche linguistiche e un’asfissiante copertura mediatica sul finire degli anni ’70, quando divenne nota la lingua privata che le due avevano inventato. “Poto” e “Cabengo” – i nomi che si erano date rispettivamente – erano nate in una famiglia troppo impegnata a sopravvivere appena al di sopra della soglia di povertà per intrattenere le bambine, e che scambiando la loro idioglossia per ritardo mentale avevano scelto di isolarle ancora di più (niente scuola e niente amicizie esterne) per proteggerle dallo stigma. Le più giovani delle sei aristocratiche sorelle Mitford – Unity, Jessica e Deborah – lasciate crescere selvagge e ineducate nella villa in campagna nonostante la stuolo di governanti e servitori, avevano creato più lingue di famiglia. Jessica parlava in boudledidge con Unity, ribattezzandosi “Boud”, e con Deborah in honnish, dal loro nuovo nome “Hons”. Le sorelle Polgár – Zsuzsa, Zsófia e Judit – furono educate in casa secondo le rigide teorie pedagogiche del padre László, per il quale il genio non è innato, ma si sviluppa allenandolo con costanza. Le sorelle impararono l’esperanto e divennero tutt’e tre grandmaster di scacchi.  

[Alt Text: le sorelle Polgár, Zsuzsa, Zsófia e Judit, giocano a scacchi nella loro casa di Budapest nel 1982. Fonte.]

La storia di Daphne e Laurel può anche valere da parabola didascalica per sorelle e fratelli – non litigate! – ma gelosie, simbiosi e lessico familiare che Schine posiziona in primo piano camuffano il romanzo d’idee che ha davvero in programma. La criptofasia infantile è un semplice appiglio per Schine. Il suo interesse per Daphne e Laurel è filosofico, e ognuna incarna un polo opposto dello stesso dibattito linguistico: parlare e scrivere devono seguire le regole della grammatica per essere comprese, oppure è valido il principio contrario, secondo cui vocabolari e manuali di stile si limitano a registrare quello che già esiste? Ogni capitolo di The Grammarians si apre con un lemma di dizionario. Due dizionari della lingua inglese, per la precisione: il Johnson’s Dictionary e il Webster, entrambi compilati da lessicografi solitari tra diciottesimo e diciannovesimo secolo. Il primo, inglese, annotò in un’opera gigantesca, due, poi quattro volumi pesantissimi, pieni di definizioni meticolose, pungenti, autoritarie. Il secondo, americano, auspicava la semplificazione dell’ortografia affinché riflettesse meglio i suoni della lingua parlata. La frizione tra i simili, specialmente se (quasi) intercambiabili, è quello che interessa a Schine: “twin” è l’entrata a capo del primo capitolo, “una coppia; un paio; due. Dividere, separare, scindere privare (di)”.

Arrivate a New York nei primi anni ’80 dopo la laurea, le gemelle condividono un appartamento al quinto piano e si barcamenano tra lavori temporanei. Senza troppe aspirazioni o piani a lungo termine, Daphne trova un impiego da receptionist nella redazione della rivista (fittizia) DownTown, Laurel lavora come dattilografa fino ad aggiudicarsi un posto da maestra in una scuola privata. Arriva puntuale il giorno in cui le gemelle si scambiano i ruoli: Daphne diventa Miss Wolfe e riesce a domare l’alunna più discola, mentre Laurel si ingrazia una delle redattrici correggendo per lei un plico di bozze. Dopo la giornata di scambio, entrambe le carriere si solidificano, ma quella di Daphne impenna: promossa a copy-editor, inizia a scrivere un’affilata rubrica su grammatica e uso corretto della lingua, The People’s Pedant. Da qui, le vite intercambiabili delle gemelle imboccano direttrici discoste. Da un articolo per Vogue sui nomi dei cibi alla moda (negli anni ’80 “couscous”, “avocado” e “radicchio” sono termini esotici) Daphne fa il salto con la sua rubrica linguistica verso pubblicazioni sempre più prestigiose (e autentiche, per massimizzare l’effetto della riuscita professionale). Nel frattempo, Laurel prende la decisione di voler restare a casa con la sua bambina appena nata per non perdersi neanche una delle sue prime parole. 

Le gemelle Friedman – Esther Pauline e Pauline Esther – ebbero un doppio matrimonio e due popolari rubriche di consigli rivali, Dear Abby e Ask Ann Landers. Non è dato sapere se avessero una lingua segreta da bambine, ma da adulte “Eppie” e “Popo” non si rivolsero la parola per anni. Le gemelle Olsen – Mary-Kate e Ashley – gestiscono insieme dalla maggiore età la holding Dualstar. La compagnia, nata per gestire i diritti dei film in cui le gemelle recitarono in coppia da bambine, oggi incorpora i marchi e le linee di abbigliamento che le Olsen disegnano insieme. È noto il carattere schivo delle gemelle, che non rilasciano interviste e non hanno profili social. È iconico il fatto che non sorridano mai, quasi quanto l’interdipendenza delle loro carriere. Catherine Deneuve cambiò cognome per distinguersi dalla sorella maggiore, Françoise Dorléac, anch’essa attrice. Recitarono insieme una sola volta, in un musical dove interpretavano la parte di due gemelle nate sotto il segno dei gemelli. Dorléac morì venticinquenne in un incidente stradale durante la promozione di quel film, Les Demoiselles de Rochefort

[Alt Text: scatto promozionale in bianco e nero di Ghislain Cloquet raffigurante le sorelle Dorléac, Catherine e Françoise, nel ruolo delle Demoiselle de Rochefort, 1967. Fonte.]

La separazione tra Daphne e Laurel diventa ufficiale, e astiosa, quando Laurel inizia ad abbracciare un’idea più permissiva del funzionamento della lingua: le regole grammaticali che le gemelle erano solite cantare al posto delle filastrocche iniziano ad apparirle, invece, aridi significanti della lingua “giusta”, autorevole e autorizzata, non più regole universali. Laddove Daphne predica il corretto uso e collocazione delle preposizioni, sua sorella legge studi di sociolinguistica e dizionari di scrittura che partono da campioni reali – come corrispondenze private tra persone a malapena alfabete – per ricostruire la storia della lingua. La frattura definitiva avviene quando anche il nome di Laurel diventa una firma, e i suoi racconti e poesie composti recuperando il vernacolo delle lettere d’archivio iniziano a essere pubblicati con successo.

Il conflitto inscenato da Schine è fisiologico – è naturale che tra sorelle si litighi – ed è al contempo troppo concettuale per poter suggerire una possibilità di appianamento o compromesso. Il disaccordo tra l’approccio normativo di Daphne, che prescrive l’ordine grammaticale necessario a una corretta e mutua comprensione, e quello descrittivo di Laurel, per cui ogni regola è subordinata al decorso indisciplinato del linguaggio vivo e parlato, è solo in superficie preoccupato dalle sorti della lingua. È del rapporto umano così comune, e all’apparenza così ben delineato da norme e usanze – l’affetto tra sorelle e fratelli – che Schine vuole scoprire il funzionamento: la grammatica della sorellanza prescrive un certo tipo di prossimità, oppure è la vita condivisa, la lingua scambiata quotidianamente che insieme creano manuali di stile sororale?


UNA DONNA

Paula Bonet, la grande artista spagnola ancora inedita in Italia

di Roberta Cavaglià

La prima volta che ho letto il nome di Paula Bonet sotto un’immagine, avevo forse quindici anni e passavo intere giornate su Tumblr. Per chi non fosse familiare con il termine, Tumblr era (e parlo al passato, perché ora mi sembra l’ombra di quella che era) una piattaforma dove tra gli Anni Zero e gli Anni Dieci si ritrovavano molti giovani a condividere foto con una certa estetica e frasi molto alternative: Bukowski e Palahniuk andavano per la maggiore, così come le vasche da bagno piene di fiori e le citazioni di Daria. All'epoca, Paula Bonet muoveva i primi passi nel mondo dell'illustrazione, dopo anni e anni di precariato, e suoi primi disegni rappresentavano soprattutto ragazze dai pomelli rossi e con i capelli azzurri, in lacrime, confuse. Per la me quindicenne, ognuna di quelle ragazze, ero io. Per Paula Bonet, quelle ragazze erano varie versioni di se stessa, di come si sentiva allora.

Laureata all’Accademia di Belle Arti di Valencia con una specializzazione in pittura, Bonet ha deciso di espandere i suoi orizzonti creativi prima a Santiago de Chile, poi a New York, dove grazie a una borsa di studio ha potuto frequentare dei corsi alla NYU. Ogni estate, poi, volava in Italia, a Urbino, per seguire corsi di perfezionamento.

[Alt Text: il Bianconiglio disegnato da Paula Bonet suona una trombetta da cui esce, in un fumetto, il nome dell’artista. Nella zampa sinistra tiene una pergamena arrotolata, simile a molte altre posate accanto a lui. Sia sulla pergamena che sulla sua pettorina è presente il nome del cinema La Cabina.]

Nei quattro anni successivi all'università, Bonet ha insegnato spagnolo in una scuola superiore, mentre continuava a disegnare e dipingere per far decollare la sua carriera come artista. Dopo anni di compiti in classe, riunioni con i genitori e consigli di istituto, la svolta: nel 2013, ha disegnato il cartellone pubblicitario per una rassegna di mediometraggi del cinema La Cabina di Valencia, e il suo disegno, un Bianconiglio in stile Paula Bonet, fa innamorare moltissime persone. Al punto che i cartelloni, affissi ai quattro angoli della città, sono stati presi d'assalto: i valenciani li staccavano e se li portavano a casa, il quotidiano più letto in Spagna, El País, ha dedicato un articolo al fenomeno e tutti si sono accorti di Paula Bonet e del suo stile. L'anno dopo è uscito in libreria il suo primo libro, Qué hacer cuando en la pantalla aparece The End (Lunwerg, 2014). Le illustrazioni un po' Tumblr di cui vi parlavo prima vengono da questo volume: col tempo, però, lo stile della pittrice valenciana si è distaccato da quest'estetica così commerciale. In un'intervista al magazine colombiano Avianca ha raccontato: 

Il contenuto di allora non era molto distante dal contenuto di oggi. In The End c'è violenza di genere, abusi di potere, menages à trois. La forma, però - che è così carina, che è figlia di quel contesto di consumo di immagini immediate e vincolate alla femminilità come sono i miei disegni - si è mangiata il contenuto. Per me è stato molto doloroso. Da un lato, mi ha dato modo di arrivare a moltissime persone (The End ha venduto 30mila copie), dall'altro è stato come ricevere uno schiaffo: The End mi ha catapultata nello spazio pubblico e mi ha messo in situazioni tossiche che io non ero in grado di rendere pubbliche. 

Con il successo del primo libro, Bonet ha lasciato Valencia e si è rifugiata a Barcellona, in cerca di un ambiente più creativo e dinamico. Barcellona, ad oggi, è ancora la sua casa, ed il luogo dove ha scritto e illustrato i suoi successivi lavori, gli albi illustrati 813 (Bridge, 2015) e La Sed (Lunwerg, 2016). In questi volumi, l'immagine e la parola hanno lo stesso peso, ma le tematiche sono diametralmente opposte. Se infatti 813 è un omaggio grafico al cinema di Truffaut, La Sed rappresenta la sua presa di coscienza politica e femminista

[È proprio lavorando a “813”] che mi sono resa conto che la mia formazione emotiva e intellettuale si basava completamente sull'esperienza maschile, perché tutti i miei punti di riferimento erano maschili. Dov'erano le donne? La mia era un'educazione zoppicante. Allora ho iniziato a cercare opere scritte da donne e da lì è nato La Sed, che credo sia la parte teorica del mio lavoro. 

Tra le pagine di La Sed, si legge chiaramente l'impronta che Clarice Lispector, Anne Sexton e tante altre scrittrici hanno lasciato su Paula Bonet, che ne conserva i ritratti alle pareti, come se fossero delle vere e proprie icone. Di Anne Sexton, Bonet ha raccontato che “avvicinarmi alle sue opere è stato come ricevere delle coltellate dritte in pancia”, soprattutto nel caso della lettura della sua autobiografia. “E Clarice Lispector è [per me] uno stimolo intellettuale brutale e pungente. La sua presenza in La Sed è molto forte”. E’ di Lispector, infatti, la citazione che apre il libro:

¿Cómo se explica que no soporte yo ver solo porque la vida no es la que yo pensaba sino otra? ¡Como si antes hubiera sabido lo que era! ¿Por qué el ver produce una desorganización tal?

Come si spiega che io non sopporti vedere, solo perchè la vita non è come pensavo, ma diversa? Come se prima sapessi cosa fosse! Perché il vedere mi sconvolge così tanto?

[Traduzione dell’autrice dell'articolo. Le traduzioni ufficiali di Clarice Lispector per Adelphi sono di Rita Desti e Roberto Francavilla.]

[Alt Text: immagini a confronto. La prima immagine è un frame da Les Quatre Cents Coups, il primo lungometraggio di François Truffaut (1959): il piccolo Antoine Doinel, interpretato da Jean Pierre Léaud, è ripreso dall'esterno mentre guarda fuori dalla finestra appoggiando le mani sul vetro. Fonte. La seconda immagine è una foto di 813 di Paula Bonet: il volume è aperto alla pagina in cui l’artista ha disegnato lo stesso frame, colorando appena le dita e il naso di Antoine (il film è in bianco e nero). Fonte.]

Nel 2017 è uscito poi Quema la memoria (Lunwerg), un canzoniere illustrato dove il suo mondo artistico si fonde con quello del cantautore The New Raemon, e nel 2018 Por el olvido (Lunwerg), un omaggio a un altro grande artista, lo scrittore Roberto Bolaño, disegnato a quattro mani con Aitor Saraiba. Nel gennaio dello stesso anno ha iniziato a scrivere una rubrica per il giornale online eldiario.es, dove raccontava (e racconta ancora oggi), senza peli sulla lingua, dei suoi due aborti spontanei, della sua esperienza di stalking (l'unico articolo tradotto in italiano si trova qui), della sua vita con l'endometriosi. A chi le ha chiesto se non ha paura di esporsi così tanto, Bonet ha risposto

Non ho paura delle parole perché ho capito che se non parlo, non sbaglio, e se non sbaglio non potrò ascoltare le persone che invece sono sulla strada giusta. Se trovo il coraggio di parlare e dialogare con gli altri, so che il mio pensiero andrà a formarsi nella direzione giusta. 

Sempre nel 2018 ha pubblicato Roedores. Cuerpo de embarazada sin embrión (Literatura Random House): nato come un libro per bambini, anzi, per una sola bambina, la sua, il  volume è diventato poi una riflessione allo stesso tempo teorica e grafica sull'aborto spontaneo. Bonet è stata infatti una delle prime a parlare pubblicamente dei suoi aborti spontanei e a disegnare la violenza con cui  questo tabù silenzia così tante donne non solo in Spagna, ma in tutto il mondo. Il suo immaginario attinge dal corpo femminile (seni, vulve) e dal mondo animale: roditori, per la sua bambina, anguille e vipere per dare forma al male, all'oscurità. Un ovillo de viboras. La belleza oscura è la sua ultima opera grafica: un’esibizione di quadri inediti ispirati alla raccolta I fiori del male di Charles Baudelaire. Quest'anno uscirà La anguila: un'opera in due parti, una letteraria (per la casa editrice Anagrama) e una grafica (una mostra alla Sala La Nau, Universitat de València). Nonostante le proposte editoriali e i lavori accademici sull'opera di questa artista, nessun volume di Paula Bonet è mai stato tradotto e pubblicato in Italia. Una grande lacuna che sarebbe bello colmare al più presto.

Roberta Cavaglià è nata a Torino. Spera di svegliarsi un giorno e scrivere un intero romanzo, così, dal nulla. Nel frattempo, studia spagnolo e francese a Trieste, legge, mangia, viaggia. Attualmente collabora con Wired Italia.


Ringraziamo Simona e Roberta per aver contribuito alla prima Ghinea del 2021 con i loro pezzi, arrivederci a febbraio!

Un abbraccio!

Francesca, Gloria e Marzia


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