La ghinea di ottobre
Gorgona
Benvenutu a Ghinea, questo mese tutto lo spazio è per Silvia Gola e il suo reportage personale dall’isola-carcere di Gorgona. Buona lettura!
Gorgona, l’impossibilità di un’isola
di Silvia Gola
[Alt Text: fotografia in cui il padre di Silvia guarda la sua isola. Di lui si vedono solo il braccio sinistro e l’orologio al polso.]
Non ascoltare
La storia di me con mio padre, e di lui con me forse, è una storia di ascolti a singhiozzo.
Devo ammetterlo: sono una stronza, lo ascolto sempre a metà. Da piccola, quando abitavamo insieme, era persino peggio: mi ricordo che non parlavamo mai e che relegavo i suoi rari ammonimenti o interessamenti al margine del campo uditivo.
Ad oggi, la metà delle volte in cui lo ascolto so in anticipo cosa porterà nella conversazione con me, e ogni volta agisce in me la stessa fastidiosa consapevolezza: dovrò faticare per trovare il mio piccolo appezzamento di ascolto. Poi lo trovo, accidenti se lo trovo, ma spesso un dettaglio oscuro mi rimane impigliato sulla lingua, una sfumatura emotiva di troppo viene elusa perché ci metterebbe in imbarazzo. Con le mie emozioni non ha mai voluto granché trattare, si rivendono difficilmente nel mercato della propria struttura interiore. E io sono una buona venditrice solo fuori dalle porte delle case del mio nucleo familiare disseminato.
L’altra metà delle volte in cui non lo ascolto succede che io mi perda dei pezzi. E questo è davvero un peccato: mio padre non è abbastanza vecchio da farmi pensare che quello che mi dice sia un testamento spirituale, una verità saggissima, un epitaffio a cui inchiodare la sua essenza. Ma la sua bocca non è abbastanza rugosa, la linea dei capelli non abbastanza indietreggiata, i muscoli non abbastanza flosci da farmi pensare: ascoltalo, è importante per entrambi. Per questo, forse, sono rimasta impietrita quando ho realizzato che uno dei miei adulti non vedeva i posti della propria infanzia da quasi 62 anni. Non so se non fare ritorno in un luogo per più di sessant’anni significhi essere anziano – ma c’è sicuramente qualcosa nell’abbandonare la propria infanzia che rimanda subito al concetto di vecchiaia. Ed ecco perché ho voluto portare mio padre a Gorgona.
Ascoltare
‘Gorgona’ era una parola proferita di tanto in tanto dai miei nonni durante i pranzi della domenica a casa loro, in una frazione in campagna inoltrata. In tavola c’erano roast beef di coniglio, zucchine gratinate, cicoria in padella e sì, ‘Gorgona’ era una delle parole, lo ricordo bene. Qualcosa, tuttavia, che veniva nominato sempre con una punta di nostalgia, una sorta di rammarico per le belle estati semplici ormai andate, un fulgore di passato spensierato – e la spensieratezza appartiene sempre all’altro ieri.
In fin dei conti, Gorgona era solamente il toponimo dell’isola dove mio nonno aveva lavorato per qualche anno in qualità di maresciallo del carcere. Io, che avevo tre e poi cinque e poi otto anni, incapace di non assumere che Gorgona fosse un mostro marino a metà tra un vortice e una creatura abissale, cercavo di capire cosa fosse l’infanzia di mio padre: era stato piccolo anche lui come me – ma molti anni prima di me, possibile? Non era nato già alto 1,92 m, miope e genitore? Mi rimane addosso anche da adulta la sensazione di quella strana incapacità di fronte a una novità pantagruelica: scoprire che mio padre era una persona.
Poi, per i molti anni seguenti, Gorgona è scomparsa dal piano del discorso. Non che ci avessi mai fatto troppa attenzione ma è strano, mi pare di riuscire a nominarne ugualmente l’assenza per più di un decennio. Forse perché quel nome rimaneva legato a una stagione della vita oramai conclusa, fatta di pranzi con le cugine, giochi con scampoli di stoffa, maialini nella stalla, finzioni immaginative di bimba. Ora veniva inaugurato un corso antipodico: si litigava, si sbatteva la porta della camera, ci si infagottava dentro felpe XL. Ora si odiavano mamma e papà.
Gorgona
Gorgona – il fonosimbolismo fa il suo, non c’è che dire. L’interpretazione più immediata dell’etimo, infatti, è quella che collega il nome dell’isola alle Gorgoni, i leggendari mostri alati della mitologia greca. E le gorgonie, i coralli che popolano il mare dell’isola, si potrebbe quasi pensare che con i loro rami ricalchino visivamente il lungo groviglio di capelli sempre in movimento dei mostri anguicriniti.
Gorgona è la più settentrionale e la più piccola delle isole dell’Arcipelago toscano: è situata a 37 km a sud ovest di Livorno, e la sua superficie complessiva è di soli 2,23 kmq. È di carattere roccioso, coperta quasi totalmente da macchia mediterranea, occupata quasi per intero dai due corpi che compongono il carcere.
Perché non ci sei mai tornato?, chiedo a mio padre nel 2018, quando sono ancora sicura del fatto che mi sarebbe piaciuto parlare di lui e della sua famiglia d’origine, della particolarità di vivere i primi sei anni di vita in un posto microcosmico e remoto. Mio padre mi risponde che l’ipotetica iniziativa del tornare a vedere Gorgona era sempre stata in capo ai genitori e che, in ogni caso, si era sempre trattato come una cosa da fare insieme a loro e a sua sorella, mia zia. Passati gli anni, morti i genitori, accantonate le fantasie, non c’era più stato uno slancio personale – l’isola non è mai stata presente come un posto cui tornare, ma come un ricordo agrodolce. E di certo mio padre non brilla per intraprendenza. Non se n’era insomma più occupato, il tempo di pensare a quello non c’era più stato. Però se tu hai tempo di informarti, insomma, vediamo se riusciamo ad andare; nel suo modo molto velato mi fa sentire una scansafatiche perché non sono mai riuscita a collimare con la sua morale calvinista del lavoro.
D’altro canto, mio padre è pure dotato di un modo in fin dei conti tenero di esprimere ammirazione perché quando, all’inizio di quest’anno, gli prospetto la possibilità di andare insieme a Gorgona, mi guarda sgomento: Hai scoperto come si fa?
Sì, avevo scoperto come si faceva, dopo qualche mese di tentativi andati a vuoto.
Gorgona non è irraggiungibile in quanto isola perché, nell’epoca del turismo di massa, in ogni dove le infrastrutture vengono collaudate e i collegamenti garantiti – e le isole, in virtù della loro irraggiungibilità che deve essere agguantata e resa oggetto di estrattivismo, non fanno eccezione. Gorgona, invece, l’ultima isola-carcere rimasta in Europa, è un’isola impossibile, sottratta al mondo (e all’orda barbarica dei cappellini con visiera). Qui non c’è un penitenziario nascosto in un angolo: l’intera isola è il carcere stesso.
Sì, avevo capito come si faceva: bisogna entrare in contatto con il direttore della Casa circondariale di Livorno (Gorgona ne è una sede distaccata), mandare qualche mail, all’occorrenza sollecitare e, a monte, avere una comprovata motivazione urgente per vedersi autorizzare una visita. Per fortuna, io ce l’avevo: aggiungendo come allegato la scansione della carriera militare di mio nonno, non avevo dubbi che saremmo riusciti ad arrivarci. Inoltre, bisogna inviare i propri documenti di identità per dimostrare di non avere la fedina penale sporca e di non risultare nel casellario giudiziale. Bisogna essere incensurati per arrivare nell’isola dei detenuti.
[Alt Text: la vista dalla stiva della motovedetta comprende pochi altri passeggeri.]
Prepararsi
Ci viene accordato il permesso: venerdì 6 giugno 2025 alle ore 8.00 dobbiamo presentarci al Porto Mediceo di Livorno, perché l’unico modo di raggiungere l’isola è attraverso la motovedetta della Polizia penitenziaria. Io e mio padre partiamo in macchina dall’Umbria alle 3.30 per essere sicuri di essere in orario; in macchina, mentre sono ancora pienamente convinta che questa storia parlerà di lui, mio padre si lascia andare. Mi anticipa che l’isola ha un’orografia molto movimentata, è picchiettata di scale e scaloni che permettono di passare da un piano all’altro del piccolissimo centro abitato; dice che, pur essendo macchia mediterranea, la evoca anche come terra ubertosa di datteri, banane, fichi d’India, ciliegie marine. L’ultima cosa che ricorda non è un’immagine ma un forte odore di rosmarino. Come mai?, gli chiedo. Sono piante alte anche diversi metri, risponde lui con disincanto. E poi: crescere con un nonno che spara ai colombelli direttamente dal terrazzo; lo zoccolo di rifinitura di alcuni gradini dove aveva nascosto una monetina (Voglio tornare a vedere se c’è ancora); i venerdì sera di cinema all’aperto, i sabati danzanti per intrattenere le mogli degli agenti incaricati; e poi, per balia, un pluriergastolano dolcissimo quando mio nonno era al lavoro e mia nonna scendeva i pochi gradini per arrivare a fare la spesa all’unico spaccio dell’isola ([...] nel microcosmo dell’isola ognuno riguadagnava un ruolo); e il mare, il mare a tutte le stagioni, la caletta dove andavano a fare il bagno già a maggio, la scuola che era solo una stanza e solo una classe e solo otto bambini tutti maschi tranne mia zia. E il trasporto pubblico marittimo da e per Livorno solo una volta a settimana, e le sorelle di mia nonna che, in un’estate più fruttifera di altre, avevano tutte trovato il morosino isolano. E un solo televisore in tutta l’isola, piazzato dentro il garage del circolo ricreativo, a uso e consumo di ergastolani e civili indistintamente. E poi, e poi, la libertà forsennata – potevamo andare ovunque fino ai “Limiti”, una stanzetta tra parte alta e parte bassa con guardia di turno, là serviva un permesso per passare, le colonne d’Ercole che dividevano l’isola civile da quella carceraria.
A Gorgona non c’è mai stata troppa gente ma finché ci hanno vissuto loro di servizi pensati per i civili ancora ce n’erano: la popolazione era composta dal personale del carcere, civili e detenuti, ma sono sempre stati questi ultimi il gruppo più numeroso. Per quanto i civili potessero essere di stanza anche per qualche anno nell’isola, rimanevano abitanti residuali.
Alle 7.45 siamo al porto di Livorno, comunico con sicurezza i nostri nomi e non risultiamo in lista. Come non risultiamo, vi faccio vedere le mail che ho scambiato con la direttrice. Non ci risultate, mi dispiace. Faccia di cazzo. Penso solo una cosa: col cazzo che non ci andiamo; a voce alta risulto più diplomatica: Chiamate la direttrice e rettificate la situazione, è un errore vostro.
Partiamo e veniamo fatti scendere nella stiva in mezzo a cartoni che servono di rifornimento per lo spaccio, la mensa e il refettorio. Siamo quaggiù perché i sedili superiori sono pieni, tra agenti, avvocati e impiegati della Regione che per qualche motivo devono recarsi oggi alla Gorgona.
Ed è nella pancia della motovedetta che inizia a insinuarsi in me un pensiero intrusivo che voglio scacciare per rimanere concentrata sul mio obiettivo che fino a quel momento è chiaro: raccogliere la storia familiare di mio padre, vederlo emozionarsi nel suo viaggio di ritorno all’isola della sua infanzia. L’immagine si sgretola quando mi ritrovo a viaggiare con un gomito incastrato tra una cassa d’acqua e un cartone di conserve di pomodoro: inizio a nutrire meno fiducia in ciò che io e mio padre stiamo andando a fare – la cosmogonia privata, il racconto ab origine della genìa. Dentro questa motovedetta, realizzo che a nessuno frega un cazzo che mio padre, da bambino, si sia sbucciato le ginocchia sulla grande terrazza affacciata sul mare.
E, a dirla tutta, nemmeno a me.
Ho bisogno di fare un passo indietro, qui.
Sono io che porto mio padre a rivedere l’isola, sessantadue anni dopo: lui rivede i luoghi della sua infanzia, io li vedo per la prima volta. Ma Gorgona non si lascia ridurre allo sfondo della memoria familiare; ha la prepotenza di essere sé stessa, la forza di essere prima di tutto un’anomalia.
È carcere, ma anche laboratorio di diritti dove i detenuti vivono a cielo aperto, coltivano vigne e orti, accudiscono animali, producono pane e vino. Le celle si chiudono solo di notte; di giorno, il giorno è tutto loro e l’isola è comunità, lavoro, emancipazione. Accanto a me c’è mio padre, sì, e stiamo andando là per lui, sì – eppure mi accorgo che la sua traiettoria sbiadisce, come risucchiata dalla potenza dell’isola. Qualcosa in me si biforca: non so se sia un tradimento usare lui come un tramite per arrivare a qualcosa di più prezioso della sua storia. Forse sto riducendo la sua infanzia a cornice, mentre Gorgona diventa il quadro. Ma è anche vero che, senza di lui, io non sarei qui. La motovedetta ci sballotta perché il mare è mosso, mi viene un principio di nausea e provo a dormire per il resto del viaggio.
[Alt Text: fotografia di Gorgona Scalo, l’ex villaggio dei pescatori. Le case sono variopinte di colori pastello.]
Arrivare
Quando si sbarca nel piccolo porto, la prima cosa che salta all’occhio è la scritta che campeggia sul fianco della grande terrazza: “Le pene non possono consistere in trattamenti contrari al senso di umanità e devono tendere alla rieducazione del condannato”. È l’articolo 27 della Costituzione.
Cala dello Scalo raccoglie il porto, le piccole case colorate degli ex pescatori, la chiesa, gli uffici, l’ambulatorio e lo spaccio – che è insieme bar, alimentari, mensa e soprattutto luogo di ritrovo. Ma non esiste più un vero centro abitato né una comunità: oggi sull’isola vivono soltanto i detenuti, gli agenti e il personale dell’Istituto; le visite rimangono contingentate. Questo permette ai detenuti di avere possesso dell’isola.
Camminando per i sentieri dell’isola capita di incrociare soprattutto loro, i detenuti. Lavorano ovunque: nelle vigne, nelle stalle, negli orti, nei laboratori. A prima vista sembrano padroni dell’isola, gli unici a viverla davvero. Ma è un’impressione che dura poco: non sono liberi di girare, sono solamente liberi di lavorare. Il regime detentivo è molto diverso da quello degli altri istituti di pena per una lunga serie di motivi: il primo e più importante è certamente il lavoro. Sull’isola infatti vige l’obbligo ma soprattutto il “diritto al lavoro”.
Il carcere, composto di due reparti – uno, più piccolo, Transito, ospita i detenuti in articolo 21 (cioè quelli vicini alla fine della pena e autorizzati a benefici speciali), e quello più grande, Capanne, ospita tutti gli altri –, conta ottantanove posti regolamentari. In questo micro-mondo quasi autarchico, il 90% dei detenuti lavora alle dipendenze dell’Amministrazione penitenziaria (nei classici servizi d’istituto come cucina, pulizie, manutenzione dei fabbricati, ma anche attività agricole, zootecniche e vitivinicole) e i pochi restanti hanno un contratto di lavoro con datori esterni (come la cantina de’ Frescobaldi che impiega due detenuti). Anche le opere di manutenzione e restauro dell’isola sono interamente realizzate dai detenuti stessi. I criteri che orientano l’assegnazione presso l’istituto dell’isola sono piuttosto stringenti: vengono considerate le competenze professionali, la buona salute del detenuto e la durata del fine pena, in modo tale da garantire la continuità lavorativa.
Il paradosso di Gorgona è tutto qui: un’isola che dà l’illusione di spalancarsi ai detenuti, quando in realtà li vincola al ritmo della giornata lavorativa. Un luogo dove la pena si misura con la zappa, la vigna, la stalla; dove la libertà è lavorare dall’alba al tramonto, con il mare a fare da confine invalicabile.
Questa è la direzione inaugurata da Carlo Mazzerbo, direttore della Casa di reclusione di Gorgona dal 1989 al 2004 e, in ‘missione’ dal 2008 al 2010: è lui che, nei suoi quindici anni sull’isola, ha creato il “modello Gorgona” (“un modello responsabilizzante e non infantilizzante”, nelle parole di Susanna Marietti dell’Associazione Antigone) come isola dei diritti dei carcerati – nonostante gli ostacoli della burocrazia penitenziaria e la mancanza di fondi. È un carcere che ha smesso di scommettere sul dispositivo punitivo per mirare al reinserimento sociale.
Leggendo il XXI Rapporto annuale di Antigone, appare chiaro che quello che è possibile a Gorgona rappresenta un’eccezione – e non perché qui si faccia qualcosa di straordinario, ma perché si rispetta ciò che altrove sarebbe semplicemente la normalità: dignità, spazi vivibili, relazioni umane. Si sta nel solco del dettato costituzionale. E fa quasi sorridere pensare che quello che sull’isola sembra scontato – detenuti che lavorano, che respirano aria aperta, che non marciscono in celle anguste – altrove sia considerata una malsana utopia.
Nel resto d’Italia, infatti, il carcere ha spesso un volto opposto: sovraffollamento record, suicidi in crescita, carenza cronica di personale. Nei rapporti di Antigone si leggono numeri che, accostati alla pace di questa oasi remota, suonano ancora più stridenti: oltre la metà delle celle visitate senza doccia, quasi la metà senza acqua calda, una su dieci senza riscaldamento. E in molte non si raggiungono nemmeno i tre metri quadri a persona.
Alla povertà materiale si aggiunge poi l’apatia quotidiana: giornate vuote, senza attività educative o formative, semplicemente perché non ci sono operatori od operatrici. E, come se non bastasse, la politica degli ultimi anni ha compiuto delle scelte che hanno contribuito a far crescere ulteriormente il numero dei detenuti, aggravando un sistema già al collasso. Così, guardando l’isola da estranei, diventa chiaro perché Gorgona appaia nelle carte come una variazione deviante: non è un modello ideale, ma un fragile promemoria di ciò che dovrebbe essere ovunque e invece resta confinato a un avamposto lontano, raggiungibile solo con una gita straordinaria.
[Alt Text: fotografia della terrazza-belvedere dell’isola. Non ci sono persone ma solo alcuni tavoli circondati da sedie rosse.]
Camminare
Camminando, continuiamo a non incontrare anima viva che non sia o detenuto o agente; sembra un “guardie e ladri” scala 1:1. Mi giro e controllo il gradiente emotivo di mio padre nel guardare i luoghi ectoplasmatici di sessantadue anni fa.
Camminiamo per tutte le strade che troviamo, via via che si sale c’è un bel vento. Continuo a essere sorpresa: al di là del fatto che ci hanno requisito i cellulari all’arrivo, siamo liberi di andare, di guardare, di parlare con i detenuti che stanno lavorando in giro per l’isola; ma questo non è un safari. L’isola è loro, la custodiscono loro, la gestiscono loro; se c’è qualche abbellimento, lo hanno fatto loro. Sembrerebbe un paradiso, se non fosse che comunque sono persone in stato detentivo. Sembrerebbero liberi, se solo non lo fossero. Nella scheda di Antigone leggo:
[...] I detenuti possono circolare liberamente all’interno delle sezioni tra le ore 7 e le ore 20 d’inverno e tra le ore 6 e le ore 21 d’estate. Il cancello della sezione è sempre chiuso ma all’interno delle sezioni i detenuti possono muoversi liberamente e le celle sono aperte. Se durante la mattina tutti i detenuti sono impegnati nelle attività lavorative, al pomeriggio sono in pochi continuano a lavorare. Solamente chi è autorizzato a svolgere determinate attività lavorative può uscire dalla sezione.
Sono liberi, sì, ma di lavorare.
Nel camminare, mio padre indica qua e là dei posti ma la memoria non può sostenere il peso specifico della lontananza prolungata – lo vedo dispiacersi del fatto che i due chilometri quadrati dei suoi primi anni di vita non siano ancora là, a portata di mano della sua mente.
Sul lato opposto dell’isola rispetto al piccolo porto che accoglie i visitatori, due detenuti si occupano della discarica; qualcosa brucia, non capiamo bene cosa però; salutiamo ma andiamo oltre, ricacciamo la curiosità in fondo alla gola. Più avanti, troviamo i due addetti al vigneto che produce uva per la cantina de’ Frescobaldi; anche qui, salutiamo e passiamo oltre. Sono quasi le 12.30 e c’è venuta una certa fame: allo spaccio, visto che non abbiamo prenotato il pranzo (Vi ho cercato, stamattina, mi avevano detto che c’erano due visitatori e volevo chiedervi se mangiavate con noi ma poi non vi ho trovato), A., il detenuto addetto, ci indica un paio di focacce da riempire con del salume. Mangiamo in fretta, sotto un sole non alleviato da nessuna struttura artificiale; poi riprendiamo a camminare, sebbene l’isola l’abbiamo già percorsa tutta, almeno la parte accessibile. Il carcere resta interdetto, nonostante le regole sembrino sospese o capovolte. Ci muoviamo senza una vera meta, solo per riempire le ore che ci separano dal rientro sulla terraferma: camminare è la sostanza per trattenere il tempo, per non lasciare sprecata l’occasione di trovarsi in un luogo così remoto, che non ammette visite improvvisate o capricciose. Un luogo dove, come mi insegna la storia di mio padre, si può anche non tornare per sessantadue anni.
Stare
Scendiamo al mare vicino al porto anche se io avevo puntato la caletta delle foto di mio papà e mia zia bambini – ma lui non vuole andare, la discesa per arrivarci è lunga e scoscesa, ha paura di compromettere il ginocchio già malandato (Papà, ma quando lo fai vedere sto ginocchio al medico?, Quando ho tempo. Okay ma ora sei in pensione, il tempo ce l’hai. Vabbè, lo farò, tranquilla, dai).
Il mare è mosso e sbatte sugli scogli che costellano l’ingresso in acqua, non ce la sentiamo di fare un bagno sereno; ci limitiamo a immergere i piedi a mollo e a godere della brezza. È maestrale, dice l’adulto che è con me e che si assopisce sotto il sole della controra. Nel giro di un’ora e mezza ci riporteranno indietro, a Livorno, alla realtà, allo sbrigare le faccende ordinarie. La sospensione riguarda l’irrealtà, e la sensazione di irrealtà che aleggia sull’isola è multifattoriale: non arriva il segnale dei telefoni; non c’è nulla da fare se non camminare sotto il sole implacabile; ci si trova faccia a faccia con persone che hanno commesso omicidi. Questo vuoto, però, non è un’assenza, ma una presenza difficile da decifrare, un insieme di elementi che sfuggono a chi osserva dall’esterno. Così come, quando siamo approdati, la prima impressione è stata quella di trovarci davanti a un luogo disabitato: mi è venuto spontaneo pensare: “Non c’è nessuno”. Eppure, sparsi negli spazi dell’isola, di persone ce n’erano, quasi invisibili nella loro quotidianità. Vengo da lontano, tornerò in men che non si dica in quel lontano – e se dico, guardando l’ambiente, “Niente” e “Nessuno” è perché sono troppo abituata ad altro. Non proprio un’antropologa, ecco.
[Alt Text: fotografia in bianco e nero di Carlo e Angela, padre e zia di Silvia, quando eranoi Carletto e Angeletta. I bimbi sono seduti di fronte al mare e indossano costumi da bagno e cappelli bianchi. La foto risale al 1960-61.]
Andare via
Siamo ancora un po’ abbacinati dal sole quando ci alziamo: è ora di andare. Non ho risolto la confusione che ho in testa, non ho ancora deciso se questa storia parla di mio padre o di un sistema carcerario utopico. Mi dico che forse, in fondo, decidere è da persone analitiche e forse, rincaro la dose, va bene appoggiarsi a una struttura bifida, e parlare di entrambe le cose senza dover scegliere, accettando che tutto si tenga insieme. Sono bastate sette ore per accettare un nuovo stato dell’arte.
Saliamo docili sulla motovedetta, un po’ stanchi per la giornata intensa; questa volta ci fanno stare al piano superiore. Guardo mio padre che non si arrende all’idea di vedersi scorrere davanti agli occhi il molo, le case dei pescatori, le torri. Non sento odore di rosmarino stavolta, ride stemperando il mio papà grande e grosso che ha sempre avuto più di qualche difficoltà nel negoziare i propri stati d’animo.
È là che mi rendo conto che, con ogni probabilità, lo sto osservando di sottecchi salutare la sua provenienza non per la prima volta da sei decenni – ma per l’ultima. E che se, nel mio turbinio mentale, l’isola non si lascia ridurre alla sua storia è anche merito dell’adulto che mi ha cresciuta spronandomi a guardare il contesto entro cui accadono le cose. Mai il dito, sempre la luna.
È anche merito suo se oggi penso a Gorgona più come a un carcere e a una fattispecie del sistema detentivo che come al paesaggio dei suoi ricordi d’infanzia. L’avevo sospettato, in effetti, che tutto si tenesse insieme, ma non avevo capito che la bella fatica nel provare ad avere una visione sinottica di sostanze diverse fosse un talento che ho ereditato da lui – e non ne sono nemmeno tanto sicura, che sia un talento. Ci somigliamo in molte cose, mi dice, ma poi aggiunge: Ma senza di te io qua non ci sarei mai tornato. Chiudo gli occhi, sorrido e aspetto che i quarantacinque minuti di traversata ci riportino sulla terraferma, dove non ci diciamo le cose tenere. Che imbarazzo, le cose tenere.
Tutte le fotografie tranne l’ultima, che fa parte dell’album di famiglia, sono state scattate da Silvia.
Silvia Gola lavora in editoria, fa parte di Redacta, ogni tanto scrive qualcosa e vuole farlo leggere in giro.
FATTO DA VOI
Alessia Ragno scrive di Liberami dal nulla, pellicola incentrata sulla realizzazione del disco di Bruce Springsteen Nebraska.
Cristina Resa commenta The ugly stepsister, un retelling di Cenerentola in chiave body horror.
Ringraziamo Silvia per aver regalato il suo pezzo a Ghinea.
Un abbraccio!
Francesca, Gloria e Marzia






Ho fatto una gita sul mare mentre leggevo Gorgona. Ho visto il traghetto e ho sentito l'odore del cartone, quello delle casse di pomodoro che urtavano i gomiti della figlia di Carlo. Tutto dal divano di casa. Grazie
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