La ghinea di novembre
Inès Cagnati, superficialità e piacere
Bienvenid@s a Ghinea, la newsletter que no es una santa pero está blessed. Questo mese Elena Ghezzi riflette sull’inaspettato legame tra superficialità e piacere. Intanto la nostra Francesca riflette sui libri di Inès Cagnati come strani congegni ottici. Buona lettura!
Inès Cagnati, contro la nuda vita
appunti su Génie la matta, Giorno di vacanza, I pipistrelli, Mosé ou le lézard qui pleurait
[Alt Text: Vier Bäume (Kastanienallee im Herbst) dipinto del 1917 di Egon Schiele. Il quadro rappresenta quattro alberi in un paesaggio autunnale: alcuni hanno i rami ancora coperti di foglie, uno è già spoglio. Sullo sfondo, il sole tramonta dietro le colline. Fonte.]
C’è un vezzo latente in tanti libri francesi, una capacità delle parole di combinarsi fino a formare strumenti ottici e concime botanico. Ci sono distanze focali precipitate rasente terra, perlopiù acrobazie di occhi capaci di strizzarsi fino a cogliere il dettaglio più infimo, e ingigantirlo in primo piano. L’approccio combinato di ottica e botanica – giù dal cielo/su dal suolo – come strategia letteraria è un’idea che Pierre Michon estrapola nel quarto racconto-miniatura di Vite minuscole – “Vite dei fratelli Bakroot” – quando osserva come funziona l’intelligenza brillante del compagno di scuola Rémi:
Rémi sceglieva un giorno le trottole, il giorno dopo i galleggianti da pesca, e il giorno dopo ancora, accortosi che galleggianti e trottole, avendo la stessa forma, possono costituire un’unica serie nonostante le diverse funzioni, li metteva insieme.
La chiave, suggerisce Michon, è che Rémi non teme il mondo, perché lo vive come una miscellanea imprevedibile di parole. Ancora più cruciale: nell’imprevisto legge rassicurazione. Dall’ottico al botanico e viceversa è la tecnica dell’autofiction, dell’autobiografia, del romanzo del sé così francese, scritto da individui pronti a strizzare e manipolare il vissuto per rendere intellegibili anche i giorni di chi legge soltanto. Oltre a Pierre Michon, elenco giusto alcuni tra i più recenti che ne sono stati capaci: Emmanuel Carrère, Édouard Louis, Hervé Guibert, Nathalie Léger, Annie Ernaux. Inès Cagnati fa lo stesso, ma da dietro una lente scura.
Cagnati è una traditrice di classe e di lingua (il veneto dei genitori contadini immigrati in Francia) che non riesce a perdonarsi la sua riuscita. Come Ernaux, crea un “universo condiviso” da un libro all’altro, ma invece di ripetere e riposizionare personaggi, e saldare l’io come fulcro, ricopia oggetti e micro-trame. Un grembiule arlecchino confezionato a mano, pugno nell’occhio in una classe di uniformi monocrome di fattura industriale. Una salamandra morente che geme appesa a un gancio, il cui pianto ritorna nel cigolio della ruota di bicicletta. Uno stuolo di maestre e professoresse ottuse dalla facilità del benessere borghese, insensibili a doni significativi come, per esempio, una tacchinella. Dove Ernaux sferza analisi lucide sui perché nascosti dietro alle opportunità di affrancamento dalla povertà di cui ha goduto, senza rinnegarne gli effetti, Cagnati si torce di senso di colpa e malinconia.
Ernaux tranquillizza, ispira – lei d’altronde si è salvata –, Cagnati annaspa perché nessuna cattedra di liceo parigino, nessuna naturalizzazione francese, nessun premio letterario nazionale, nessun significante borghese basta per riparare alle offese e miserie d’infanzia.
Le vite minuscole che Cagnati crea, prendendo spunto dalla sua, appartengono a personaggi senza il fiato per dire che cosa non va. Sono lavoratrici di sussistenza che dopo giornate di movimento non hanno più il tempo e l’energia per capire la propria esistenza. Oberate dalla necessità di sopravvivere, non si curano che parole e concetti gli marciscano nel cervello. “Non ho avuto niente, io” è tutto quello che Génie, “la matta” abbrutita dai lavori agricoli più ingrati, sa sbottare in protesta all’ostracismo che subisce. Galla può permettersi un flusso ininterrotto di emozioni e ricordi solo durante la pedalata lunga trentacinque chilometri per tornare a casa dal collegio un sabato di vacanza. Mosé (protagonista del terzo romanzo di Cagnati, ancora non tradotto in italiano) scopre la voglia di dire ciò che ha vissuto e pensato solo quando viene spedito all’ospizio, si siede sulla panchina accanto a un’anziana muta e, in una sorta di rudimentale seduta psicanalitica, inizia a raccontarle tutta la sua vita, senza interruzioni o domande.
La dignità estraibile dal lavoro è irrisoria, per Cagnati. Non c’è alcuna virtù, innocenza o mistica nella scarsità, sia di risorse materiali, sia di strumenti concettuali. Cagnati è (suo malgrado?) controintuitiva, e non può fare a meno di raccontare il correlativo dell’indigenza: la tenacia del corpo, la frenesia creativa di un’attività febbrile. La vita umile è estremamente complessa, necessita di una notevole inventiva e dovizia di capacità pratiche per arrivare a mettere insieme il pranzo con la cena. Braccianti, contadini e pastorelle di Cagnati conoscono il calendario agricolo, i nomi di erbe e colture, le tecniche per gestire e ammazzare gli animali da stalla e da cortile, distinguono i versi di quelli selvatici, preparano a memoria ricette essenziali che non sprecano alcun ingrediente, scelgono se conviene accendere il fuoco o il fornello a gas, cuciono e rammendano abiti, un po’ leggono e scrivono, si alzano prima dell’alba e dormono sulla paglia sopportando il gelo. Tutto ciò navigando gerarchie e ruoli sociali ossidati, destreggiandosi tra più livelli economici – baratto, credito, dono, mercato – e avendo cura della propria reputazione (nodo fatale per tutte). Non c’è tregua, non c’è introspezione che si scosti dai codici morali del paese, non c’è cura, né forse cognizione per il sé: e tuttavia esiste la solidità di una forma di sapienza, una cultura silente costruita osservando esempi.
Marie che scruta senza sosta ogni gesto di sua madre Génie. Galla che ispeziona ogni mattone, ogni ramo prima di entrare in casa, scansiona le espressioni sui volti per capire come proteggersi. Mosé che riproietta a distanza di anni i ricordi nitidissimi di ogni azione nella routine mattutina di sua moglie Mélanie.
Se da una parte il suo laser è impietoso quando mira alle mancanze di genitori ed educatori – padri che non concepiscono il valore meramente simbolico dei problemi di matematica, maestre che sminuiscono la fatica del camminare per chilometri prima di sedersi in classe, sberle che volano, scuse e spiegazioni mai ricevute – è curioso quanto Cagnati sembri vulnerabile al romanticismo dei tempi che furono. La cultura rurale che Cagnati narra è agli sgoccioli già durante la sua infanzia (nasce nel 1937), e ormai pressoché soppiantata dall’agricoltura meccanizzata e automatizzata nel momento in cui scrive, negli anni ‘70. Il gesto narrativo è nostalgico: Cagnati cristallizza un mondo al tramonto, soppiantato dall’alfabetizzazione di massa e dalla diffusione di tecnologie che depauperano il lavoro manuale umano fino a sostituirlo, annullarlo.
Un museo della civiltà contadina su pagina. L’ultima fotografia di un mondo umano emotivamente frenato, imbrigliato dalla forza sovrana dell’abitudine. Vita al grado zero della consapevolezza dei propri impulsi e appetiti. Eppure Cagnati non riesce a distogliere lo sguardo da dietro le spalle, presente e futuro sono irriferibili, le persone nuove, “moderne”, ancora ignote.
I miserabili di Cagnati sono fortunati, perché stanno davanti a un occhio “consanguineo”: non vengono visti come un “Altro” da documentare con sussiego, o gestire con tono di rimprovero come succederebbe di fronte allo sguardo dell’Autorità. È un caso raro di parentela ambigua, indecisa tra il critico e il benevolo. Cagnati non si lascia vincolare dai gioghi familiari, si rifiuta di ammorbidire i punti ciechi della gente da cui proviene, ma è altrettanto risoluta nel denunciare, al di fuori di ogni schema teorico, una serie di pratiche che creano nuda vita. Per Giorgio Agamben la nuda vita è mera biologia spogliata della dignità politica: corpi che si limitano a vivere, esclusi dalla protezione di norme o status, vulnerabili ad arbitri e soprusi.
Cagnati non si addentra nei cavilli dello status giuridico dei suoi personaggi, le bastano pochi dettagli per descrivere vite sospese: Génie espulsa dalla famiglia dopo lo stupro, Galla rinnegata dalla madre dopo l’ammissione al liceo, Mosé ignorato dai compaesani perché additato come omicida.
Cagnati non arriva a descrivere il balzo collettivo e istituzionale necessario nella produzione e gestione della nuda vita – non ci sono “stati di eccezione”, bensì un abbandono diffuso, così grave da sfidare il concetto stesso di sorveglianza. Si blocca sulla soglia di qualcosa di analogo al pensiero-antidoto alla nuda vita che Agamben formula, la forma di vita. Una vita indistinguibile dalle pratiche che la costituiscono diventa vita come “uso”: secondo Agamben questo basterebbe a salvaguardarla da appropriazioni, scissioni e riduzionismi. L’orizzonte di Cagnati non è sufficientemente sgombro da permetterle un tale slancio luminoso. Le pratiche quotidiane di Génie, Marie, Galla e le altre non riescono a trascendere a “regola” – struttura, senso, scopo – ma di certo le drenano senza conferire loro appartenenza, identità, radice.
Cagnati si arena – ma non è una sconfitta: semmai il raggiungimento di un limite psicologico – nello stupore in faccia alla brutalità. Ignoranti dei gesti per cullare sé stessi, cocciuti nel rifugiarsi a ripetizione dentro meccanismi antichi per tentare di proteggersi, i personaggi di Cagnati non riescono a crescere. Restano bambini sbigottiti anche da vecchi, diventano nonni-rettile come nel racconto “Le lucertole”: seduti immobili al calar della sera dopo che figli e nipote sono sgommati via. Ieratici o rachitici, lasciati indietro dal sorpasso del tempo, gli ultimi a sapere come fare il vino, strozzare una faraona, vivere senza dover comprare per necessità. Gli ultimi a credere che questi talenti, affinati in anni di pratica, abbiano valore. Cagnati non scrive più dopo aver reiterato il racconto della sua vita e del suo mondo d’infanzia fino ad esaurirli. La sua maturità resta un fatto privato. Lascia una manciata di storie minuscole, appannate di tristezza e paura, lenti ingiallite che a fatica aiutano a distinguere i bordi del fogliame per terra, e non correggono la foschia del campo lungo.
[Alt Text: Herbstsonne und Bäume, dipinto del 1912 di Egon Schiele. Il quadro rappresenta un paesaggio autunnale con alberi quasi spogli, colline e un piccolo sole bianco sullo sfondo. Fonte.]
Sarà la superficialità a salvarci dal patriarcato?
di Elena Ghezzi
In una realtà profondamente sessista, nessuna ragazza – così come qualsiasi altra persona socializzata come tale, a prescindere dalla sua reale identità di genere – si salva mai del tutto dall’accusa di essere superficiale. Questo accade perché la femminilità è svalutata a livello culturale e sociale: essa viene infatti sistematicamente associata alla superficialità, con il risultato che ogni comportamento messo in atto da una donna, soprattutto se giovane, può essere tacciato di frivolezza in qualsiasi momento.
In senso più ampio, l’accusa di superficialità si può estendere a chiunque adotti una presentazione di genere associata alla femminilità. Ne derivano numerosi casi in cui non è tanto l’atto in sé a essere giudicato, quanto lo status “femminilizzato” del soggetto che lo compie. Ad esempio, le persone socializzate come ragazze vengono spesso considerate superficiali quando si interessano al proprio aspetto fisico o a quello altrui; si tratta, quindi, di un’accusa di superficialità che riguarda in senso letterale la superficie, intesa come la pelle, la corporeità, la forma opposta alla sostanza. Lo stesso atteggiamento non è di solito criticato con la stessa intensità nei ragazzi.
Questo doppio standard è particolarmente diffuso negli ambienti misogini a prevalenza maschile. Un caso estremo è rappresentato dai gruppi online riconducibili alla manosfera: con questo termine si indica un gruppo eterogeneo di comunità online che discutono di mascolinità e relazioni, adottando spesso posizioni sessiste e antifemministe. Al loro interno, gli uomini giudicano negativamente le ragazze perché operano scelte sessuali e sentimentali basate sull’attrazione fisica – salvo poi adottare lo stesso criterio nei loro confronti, di solito in modo significativamente più oggettificante e deumanizzante.
È una mentalità che raramente viene riconosciuta dagli stessi come ipocrita, forse perché a livello sociale si dà per scontato che gli uomini abbiano maggiore diritto all’autodeterminazione corporea e sessuale: è considerato normale che un ragazzo frequenti una ragazza soltanto se è attratto da lei, e che possa godere del diritto di respingere una donna che non gli piace – soprattutto se quest’ultima non rientra nei canoni di bellezza dominanti. Il rifiuto di un ragazzo da parte di una ragazza si trasforma invece in una sorta di sconfitta collettiva.
Mi è capitato più di una volta, soprattutto nel periodo che va dall’adolescenza alla prima età adulta, di venire rimproverata dalle persone attorno a me per aver respinto dei ragazzi. Il fatto che non fossi attratta da loro non sembrava essere abbastanza per giustificare i miei no; sottrarmi a un appuntamento con loro significava non avere cura dei loro sentimenti, il che era sintomo di insensibilità. Non esisteva rifiuto che fosse socialmente accettato: interrompere o allentare il rapporto ti rendeva, usando le parole di un’amica, «una stronza», ma se continuavi a frequentarli in modo platonico li stavi usando solo per il calore di un’amicizia o di una tiepida conoscenza occasionale.
Ho poi ritrovato questa stessa storia nei racconti di tante altre ragazze e persone socializzate come donne: la narrazione di fondo sembrava essere che avessimo compiuto una scelta egoista nei riguardi del pretendente respinto. Nemmeno dire di sì, in realtà, ci avrebbe forse garantito approvazione: troppa disponibilità poteva sfociare nella leggerezza, che era, al pari dell’egoismo, una forma di superficialità. In ogni caso, se un ragazzo mostrava interesse romantico nei nostri confronti, avremmo dovuto almeno «dargli una possibilità». Perché, soprattutto quando il pretendente era un conoscente o un amico, «è un bravo ragazzo, ti vuole bene».
O forse è solo un ragazzo, e ti vuole?
Il fatto è che ha qualcosa di prezioso, essere voluta da un uomo. Costituisce una forma di riconoscimento pubblico, la cui importanza può essere misurata da quanto la società rappresenta in termini spaventosi il suo opposto – non essere scelta. Di fatto, la pressione ad avere rapporti monogami romantici e sessuali, o amatonormatività, pesa su tutti i generi, ma per le donne è più intensa: il termine ‘zitella’ ha una connotazione fortemente negativa, ben più marcata rispetto al suo corrispettivo maschile, ‘scapolo’.
In questo contesto, l’autonomia sessuale femminile viene sostanzialmente negata: una ragazza dovrebbe sentire solo con la pelle dellɜ altrɜ, godere soltanto del piacere altrui; non volere nulla in maniera spontanea, se non l’approvazione di chi la circonda. L’attrazione sessuale che prova una donna, specialmente se giovane, è legittima solo quando è reattiva; e anche in quel caso, come visto, non la mette completamente al riparo dai giudizi, perché il difetto principale di una ragazza in un sistema patriarcale non è ciò che fa, ma ciò che è.
«Lo voglio solo se lui me lo dice per primo» canta Ethel Cain in Crush, descrivendo i sentimenti che la sua voce narrante adolescente prova per un ragazzo già adulto. Questa dinamica fortemente gerarchica, in cui l’autonomia della persona in posizione subordinata è limitata alla risposta sessuale, si manifesta in forma normalizzata e ritualizzata nei rapporti di coppia uomo-donna cis-eteronormati.Nella sua forma più opprimente, si traduce in quelle relazioni abusanti in cui l’intimità fisica, in assenza di un accordo libero e condiviso tra i partner, è regolata interamente dalle esigenze del fidanzato o del marito. «Si fa sesso solo quando ha voglia lui.» Quanta violenza racchiude un’affermazione come questa, nella rassegnazione con cui viene pronunciata, nella sua quotidiana accettazione perché in fondo «gli uomini sono fatti così»? Volere è del tutto subordinato all’essere volute.
Questo stesso assoggettamento del desiderio femminile a quello maschile si manifesta anche in un’altra forma: quando una ragazza che non è attratta da un ragazzo accetta comunque di uscirci, o addirittura di impegnarsi in un rapporto con lui. Dopotutto, se ti viene ripetuto abbastanza spesso che il vero amore è pazienza e compromesso, che l’attrazione fisica è superficiale e trascurabile, e che essere scelta da un uomo è comunque una fortuna, allora è possibile che tu concluda che, se sei una ragazza ragionevole, dovresti scegliere il tuo compagno di vita in base ad altre sue qualità; e che forse valga davvero la pena dare una possibilità al bravo ragazzo di turno.
Il che potrebbe avere un senso – un rapporto non deve per forza basarsi sul sesso – se solo l’intimità fisica non fosse un aspetto così taciuto, ma allo stesso tempo così obbligatorio all’interno della vita di coppia tradizionale. Storicamente, il matrimonio si è fondato sul sesso riproduttivo, e anche nei rapporti di oggi un’attività sessuale scarsa o assente viene spesso interpretata come un segno di crisi nella coppia.
A lungo le ragazze cresciute in realtà patriarcali si sono trovate, quindi, in una situazione paradossale: dover intraprendere senza tenere conto dell’attrazione sessuale relazioni che, per non essere considerate devianti, finivano per ruotare regolarmente attorno al sesso. In questo modo si è tentato di cancellare dalla nostra coscienza collettiva una realtà intuitiva: quella di fare affidamento sulla propria pelle, sui suoi segnali, sulla sua avversione al contatto o sul desiderio che venga toccata per conoscersi, ignorarsi, respingersi, avvicinarsi, piacersi e, spesso, anche per innamorarsi.
[Alt Text: ritratto fotografico della scrittrice Chloe Michelle Howarth. La donna si trova all’aperto e in mezzo al verde durante una giornata di sole ed è fotografata in primo piano. Ha i capelli rossi tagliati in un caschetto molto corto, gli occhi blu e sorride. Anche il top smanicato a collo alto che indossa è blu.]
Nel romanzo Sunburn (2023) della scrittrice irlandese Chloe Michelle Howarth, per ora inedito in Italia, l’amore è desiderio, nel senso più fisico della parola. È un amore che segue, attraverso lo sguardo della protagonista, Lucy, il tracciato delle scottature sulla schiena della sua amica Susannah: «il grido della sua pelle baciata dal sole contro il bikini blu», il sudore che scivola sullo sterno, il vibrante colore autunnale di lei che sembra rivelarsi poco a poco, come per una metamorfosi portata alla superficie dalla luce, scoprendo «i suoi nuovi colori. Un’impossibile esplosione di sole, i suoi capelli che da ruggine diventano oro, bruciano, si imbruniscono, salvo qualche riga bianca. Questi nuovi colori ora sono i miei colori preferiti, queste linee di abbronzatura ora sono tutto ciò che venero.»
In Sunburn, l’amore che Lucy prova per Susannah è un amore di superficie, vissuto con e attraverso la pelle; ed è proprio questo a renderlo profondo. «Coprirei il suo corpo con la mia anima per proteggerla da occhi come i miei», pensa Lucy guardandola, spaventata dall’intensità dei suoi sentimenti.
Non esiste separazione tra il corpo e la sua interiorità, tra attrazione fisica e romantica, tra sesso e intimità emotiva. L’amore abita il corpo, pulsa nella carne, si intreccia alle vene. È fame, è fuoco, è ustione. È un movimento esitante e poi sempre più febbrile di muscoli e tendini, di denti e lingue – di un corpo, vivo e affamato, che desidera con la stessa intensità dell’anima, altrettanto viva e affamata. Spinge Lucy verso Susannah in un modo che rasenta quasi l’ossessione:
Deve proprio mangiare come un cane? Le mie guance si infuocano, ma non faccio nulla per nasconderlo. E poi, in un momento di abbandono selvaggio – qualcosa che non ho mai provato prima – penso che vorrei essere i microbi della carne che il suo corpo cerca e distrugge, pur di avere anche solo un briciolo della sua attenzione. Il calore, l’umidità della sua bocca.
Che pensiero da farsi venire in mente! Quanto è improvviso, e con quanta veemenza lo penso. E come bruciano le mie guance. Ha perfettamente senso voler stare nella sua bocca, essere fatta a pezzi da lei; finché non mi sorprendo a desiderarlo, e allora sono scioccata, disgustata. Quasi rido della mia stessa assurdità.
Nonostante l’intensità dell’attrazione che prova per Susannah, è però verso un’altra relazione che Lucy viene spinta dalla famiglia: quella con Martin, il suo migliore amico. Per lui prova soltanto un senso di affetto, profondo quanto platonico, ma per gli abitanti del villaggio attorno in cui vivono il loro rapporto, per avere senso, deve farsi necessariamente romantico – e, di conseguenza, sgradevolmente fisico. Perché Martin è un ragazzo, e perché è innamorato di lei; perché nell’Irlanda rurale degli anni Novanta, avere una relazione con un’altra ragazza alla luce del sole sarebbe inaccettabile: vorrebbe dire sfidare norme sociali profondamente radicate, secondo le quali una donna può realizzarsi solo nel rapporto con un uomo.
In una comunità repressiva, non puoi fare una scelta sessuale libera, mossa da ciò che provi o desideri, senza incorrere in una condanna sociale; spesso quindi finisci per conformarti a ciò che è considerato giusto e appropriato, lasciando che siano lɜ altrɜ a decidere al tuo posto. Almeno, fino a quando non cominci a peccare di superficialità – ovvero, a cercare una forma di connessione in cui la tua fame possa trovare un nome e un senso.
Perché il corpo non può essere negato per sempre. È sulla pelle che sentiamo il calore del sole. È la nostra superficie quella che viene toccata, quella che ci connette alle altre persone. Forse è proprio nella nostra parte più esterna, in questa sottile membrana che separa e allo stesso tempo unisce noi e lɜ altrɜ, che risiede la nostra anima.
Forse accettare la nostra superficialità non è altro che un modo umile e sincero di riconoscere la nostra umanità. In certi casi, credo possa persino salvarci, permettendoci di trovare la verità racchiusa dentro al nostro corpo e di portarla alla luce; ricordandoci che possediamo già in noi un naturale accesso al piacere, e quindi il diritto di orientare la nostra vita verso ciò che ci dona appagamento.
Nelle parole di Audre Lorde:
Quella connessione con se stessɜ condivisa è una misura della gioia che so di essere capace di provare, un promemoria della mia capacità di sentire. E quella conoscenza profonda e insostituibile della mia capacità di gioia arriva ad esigere da tutta la mia vita che sia vissuta nella consapevolezza che tale soddisfazione è possibile. (Usi dell’erotico: l’erotico come potere, 1978)
Elena Ghezzi è studentessa in editoria e giornalismo all’Università di Verona. Si occupa di traduzioni e scrive di femminismo, violenza di genere e narrazioni culturali dell’alterità. Puoi seguirla su Instagram.
Le femministe cilene si sono organizzate per garantire il diritto all’aborto.
Come direbbe Marta, titoli precisi per articoli precisi: Fanon può entrare ma i palestinesi d’Italia no, perché? Perché il palestinese buono è quello morto o rassegnato.
FATTO DA NOI
Marzia è statə intervistatə per il progetto We Frame, si legge e ascolta qui.
Il 25 novembre è la Giornata internazionale per l’eliminazione della violenza di genere, un appuntamento doloroso e imprescindibile che ci costringe – letteralmente – a fare i conti con il numero degli abusi, troppo spesso spinti fino al femminicidio, nel mondo. La sera del 24 novembre, a Lisbona, presso la Libreria Piena – uno spazio dedicato alla lettura e alla cultura italiana e non solo – Marzia ha contribuito a co-organizzare un evento poetico sul tema, per sensibilizzare il pubblico e discutere insieme come contrastare ed eradicare questa violenza machista.
[Alt Text. Marzia D’Amico, Shahd Wadi, Sandra Saquita e Alessandra Carnaroli in piedi si stringono in un abbraccio.]
Le ospiti della serata sono state Alessandra Carnaroli (italiana), Shahd Wadi (palestinese), e Sandra Saquita (angolana), che hanno portato contributi di riflessione e liberazione in versi di diverse lingue, ricordandoci soprattutto che la liberazione transfemminista non può che essere decoloniale. Alcuni video e immagini della serata sono pubblicati sul profilo Instagram della libreria a questo indirizzo.
La casa editrice indipendente Big White Shed ha raccolto un alto numero di voci poetiche da tutto il mondo per un progetto a sostegno della Palestina. Tra i contributi, anche una poesia di Marzia. L’intero ricavato verrà devoluto.
FATTO DA VOI
Rachele Cinerari scrive, sul Tascabile, de Il cuore scoperto di Victoire Tuaillon, un podcast diventato riflessione politica diventata libro.
Su Jacobin, Silvia Gola e Mattia Cavani commentano il recente (ma anche vecchissimo) dibattito su lavoro culturale e denaro.
Donne nel capitalismo: un percorso di letture a cura di Alessia Ragno.
L’instancabile Marta Corato recensisce Frankenstein, Hedda e Wicked: for good.
“Scrivere per vivere”: Giorgia Tolfo racconta della sua esperienza come ospite presso il carcere femminile di Venezia, storie di prigione e scrittura al di là della lettera stampata.
Grazie a Elena per aver contribuito a questo numero. Ci leggiamo presto.




