La ghinea di marzo
Ogni cosa e nessuna, Indumenti contro le donne
Benvenut* a Ghinea, la newsletter che oggi invia il suo numero 111. Questo mese ospitiamo un confronto tra le scrittrici Natalia Guerrieri e Nicoletta Vallorani e leggiamo Indumenti contro le donne di Anne Boyer nella traduzione di June Scialpi. Buona lettura!
Intervista di Natalia Guerrieri a Nicoletta Vallorani su Ogni cosa e nessuna
Pubblichiamo con piacere questo dialogo tra due autrici e amiche della newsletter. In aggiunta alla loro conversazione puoi leggere ciò che abbiamo scritto su Non muoiono le api e Avrai i miei occhi, un contributo di Giuliana Misserville su Noi siamo campo di battaglia, e anche un pezzo di Nicoletta apparso pochi numeri fa. Ogni cosa e nessuna è stato selezionato per il Premio Campiello, mentre Avrai i miei occhi sta per uscire in Francia.
[Alt Text: la copertina di Ogni cosa e nessuna raffigura parzialmente un volto umano, in cui sono visibili soltanto il naso e la bocca. Su entrambe guance cola in due rivoli quella che sembra vernice blu.]
NG: Ogni cosa e nessuna (Zona 42, 2025) ha due protagonistə, Giuda e Medusa. Medusa, identità aliena in grado di mutare forma in quanto non legata a un corpo fisico, esplora varie società del mondo in una serie di continue reincarnazioni. Giuda, o Giuditta, invece abita in una città chiusa, militarizzata, in cui le donne sono considerate puri grembi e costrette a una riproduzione forzata che le porta quasi sempre alla morte. Tutta la società in cui Giuda vive, così come il Corelli, l’ospedale-prigione in cui le donne fertili vengono richiuse, è una realtà concentrazionaria estremamente violenta e abusante. Emerge inoltre il paradosso per cui le donne sono considerate da un lato indispensabili, in quanto generatrici di bambini, e dall’altro di nessun valore, alla stregua di macchine riproduttive, tanto che vengono chiamate “cose-grembo”. Quale rapporto ha il tuo ultimo romanzo con il presente?
NV: Il discorso sulla maternità oggi è tornato indietro di vari anni. Anche per questo forse il romanzo che ho scritto, in cui la relazione con il contemporaneo è molto evidente, non è facile da accogliere, come non lo sono tanti discorsi sul corpo femminile e la agency che lo riguarda.
Nel tempo, sono state portate avanti tante battaglie, sono stati fatti dei passi avanti ma, almeno in Italia, la situazione non ha ancora conosciuto un vero progresso.
Noi donne abbiamo un corpo generativo. Gli esseri umani sono organismi, dunque dominati dalla necessità di far sopravvivere la specie. Tuttavia, rispetto agli animali, abbiamo una complessità in più che è anche maledetta: quella di dover trovare una ragione per ogni situazione fattuale, biologica.
Abbiamo provato a giustificare la differenza fra uomo e donna in maniera da preservare la specie, e quindi la capacità generativa femminile, e in funzione di questa necessità è venuto a costruirsi un paradigma culturale che è quello della donna-madre. Questo paradigma in Italia è reso particolarmente persistente per via della presenza del papato e di una religione di Stato che vede come figura femminile per eccellenza Maria, che mette al mondo il figlio di Dio senza desiderio carnale. Questo modo di intendere il ruolo della donna nella società crea una pressione fortissima.
La disparità di genere ha di fatto una ragione culturale che però conserva una radice fortissima nei corpi. Ora che i corpi e l’idea stessa di famiglia stanno cambiando, forse si apriranno nuove possibilità. Il rimodellamento del concetto di legame famigliare è la nostra salvezza e ci aiuta a superare la questione dell’appartenenza di sangue, che è anche all’origine del nazionalismo e del patriottismo estremo. Esso non è più praticabile: non si può andare contro la storia.
Appunto storicamente, le battaglie più faticose si sono portate avanti negli anni Settanta. Si era separatiste perché era necessario a prendere consapevolezza della possibilità di non rendere per forza il proprio corpo un veicolo riproduttivo. Le ideologie di destra hanno poi portato un’ondata di regressione e anche in Italia c’è stato un accanimento politico evidente contro i diritti che si erano guadagnati.
L’inquietudine e la rabbia derivate dal rendermi conto dei passi indietro che si stanno facendo, a danno delle consapevolezze e dei diritti che si erano raggiunti, sono trapelate nel romanzo.
Assistere una donna che voglia tenere il proprio figlio è giusto, il problema è forzare questa decisione e, in più, lasciare le madri senza mezzi e sostegno. È una trappola che costringe le donne ad avere figli rinunciando al lavoro, oppure a tenersi il lavoro senza avere figli. Non c’è scelta. E per capire davvero quello che una condizione del genere comporta, ho dovuto provare a raccontarla in modo estremo, spostandola in là nel tempo e analizzandone in un romanzo le possibili conseguenze.
NG: Leggendo il romanzo, viene spontaneo ripensare a The Handmaid’s Tale di Atwood, uscito esattamente quarant’anni prima rispetto a Ogni cosa e nessuna. Perché hai deciso di creare questo ponte fra i due libri?
NV: La coincidenza di tempi con l’uscita del romanzo di Atwood è un caso ma l’omaggio è evidente. The Handmaid’s Tale è arrivato parecchio prima del mio libro a fare questi ragionamenti e riflette il contesto in cui è stato scritto. Atwood all’epoca era in Germania e studiava la storia e lo sviluppo del nazismo. Respirava la repressione e la ferita storica, e ha finito per raccontarla. Allo stesso modo, Ogni cosa e nessuna riflette i tempi in cui stiamo vivendo, sentivo da tanto di dovermi confrontare con il tema della maternità, che nella fantascienza torna ciclicamente.
Accanto a The Handmaid’s Tale vorrei citare anche L’Unità di Ninni Holmqvist, una poeta e scrittrice che normalmente non scrive fantascienza e che tuttavia ha immaginato un’idea che somiglia allo spunto del mio romanzo. In L’Unità si racconta una società in cui le donne e gli uomini che non abbiano un lavoro considerato utile, e che non si riproducano, vengono incoraggiati a scegliere di vivere in residenze comuni lussuose, possono usufruire di ogni comodità e hanno una assistenza medica perfetta. Il loro destino è quello di rendersi utili donando i propri organi. Alle persone “improduttive” - uomini o donne che siano - viene quindi proposto di scegliere tra una vita di stenti e un’esistenza agiata ma a termine, fino all’ultima “donazione”.
NG: Medusa, assumendo di volta in volta un corpo e un’identità differente, fa esperienza del mondo e questa esperienza è quasi sempre caratterizzata dall’abuso e dalla violenza. La presenza aliena nel romanzo non costituisce quindi una minaccia ma, al contrario, si trova davanti a minacce continue. Qual è il significato di questa scelta narrativa?
NV: Penso che in questo abbia contato molto il mio lavoro di ricerca, che da anni ha a che fare con la rappresentazione della migrazione. Nel tempo, i fatti mi hanno convinta che relazionarsi con ciò che è diverso è complicato e indispensabile. In altri termini, sono veramente convinta che l’unico sistema relazionale che possa funzionare con ciò che non ci somiglia debba essere edificato su desiderio di conoscenza e rispetto.
Medusa è definita dalla volontà di conoscere l’umano. I suoi primi esperimenti sono puramente intellettuali, esperienziali in termini pressoché scientifici. La possibilità di empatia arriva molto dopo, ed è anch’essa un modo per tentare di “capire” gli umani, queste creature capaci di inventarsi un dio pur di dare un senso a quel che accade loro. Nella tensione verso la conoscenza, Medusa è naturalmente portata a scegliere di vivere situazioni che per gli umani sono storicamente difficili (almeno nei casi in cui racconto pezzi di storia), perché nella crisi si manifesta l’identità profonda di chiunque. È vero che Medusa si mette spesso nella condizione di essere violata, come spesso accade alle donne, ma può sottrarsi e salvarsi proprio perché non è umana. La Medusa di Ogni cosa e nessuna mantiene alcuni elementi del mito classico pur distaccandosene, come il fatto di trasformare la sua punizione in un’arma.
NG: Nel romanzo, il compito riproduttivo delle donne e quello di accudimento che viene svolto per brevi periodi dalle “nutrici” sono inquadrati dalla società come doveri biologici. Che caratteristiche ha il lavoro nel tuo romanzo?
NV: Le donne che partoriscono o che allattano al Corelli sono costrette a farlo, non ci sono tutele né remunerazione. Le persone come Giuda che invece lavorano all’ospedale come infermiere assomigliano alle zie di Atwood. Io non ne parlo in modo esplicito, ma per certo sono tutelate nei loro diritti e guidate dalla convinzione di fare qualcosa di utile. Giuda ha accesso alle cure mediche e conserva una certa libertà, come quella di rimanere nella casa in cui vive.
In tutto il romanzo, sia per gli uomini che per le donne, il lavoro si sottrae comunque dai parametri di ciò che siamo abituati a considerare tale, come a quei parametri si sottrae la comunità stessa che descrivo. Nella società che racconto, è venuto meno il presupposto per cui si debbano avere diritti, contratti e stipendi. Le persone che lavorano lo fanno perché sono convinte di fare qualcosa di buono (come Giuda, che racconta storie) o perché condividono l’ideologia del governo. Non siamo molto lontani, idealmente, da un oggi in cui si chiede alle persone più giovani - in una giovinezza che ormai si protrae fino ai quarant’anni - di passare da uno stage all’altro e da un lavoro malpagato all’altro con l’idea che si debba stare a questo gioco “per passione” o perchè “si ha la possibilità di imparare dai grandi”. Così accade che chi è all’inizio della sua carriera lavorativa, appena può, sceglie un paese diverso dall’Italia, dove almeno ci sia il requisito elementare di un contratto e di un salario minimo anche per fare la baby sitter. La speranza è che sempre più spesso si inizino a denunciare condizioni di lavoro che non sono sostenibili, come nei fatti sta cominciando ad accadere ora, seppure in sporadici casi.
NG: Giuda di mestiere racconta storie ai bambini e il suo potere, sovversivo, è quello di non narrare le storie che il governo totalitario le impone bensì di offrire narrazioni altre. Come ricorda Ursula K. Le Guin, la fantascienza non prevede ma descrive. Sin dalle tue prime pubblicazioni, hai parlato di emergenza climatica, disuguaglianze sociali, violenza di genere, necessità di cercare soluzioni nuove riguardo al creare parentele, ridisegnare i rapporti umani, concepire l’identità e l’alterità, facendoti carico di rappresentare la complessità del presente. Qualə autorə di fantascienza stanno svolgendo a tuo parere oggi questo gravoso compito?
NV: Guida è una consolante. Grazie ai suoi racconti può ipotizzare un mondo diverso e rimodellare la formazione dei più piccoli. Personalmente, sono convinta che le storie possano cambiare la cultura e quindi contribuire non solo a una forma di resistenza, ma alla genesi di una speranza progettuale costruttiva. Da questo punto di vista, la prima scrittrice che è riuscita a capire la necessità di raccontare le storie in un altro modo è Angela Carter, in particolare in La camera di sangue: è lì che Carter si rende conto di quanto sia persistente il modello patriarcale e di come esso venga traghettato con efficacia dalle favole tradizionali. Riscriverle è un atto rivoluzionario. Cambia lo sguardo, ricompone il mondo. In stretta connessione con Carter vorrei citare anche The Carrier Bag Theory of Fiction di Ursula K. Le Guin, e la sua convinzione che se avessero vinto le storie delle donne invece di quelle degli uomini, vivremmo in una società più giusta. Alla fine, essere marginali - come lo sono le donne - può diventare una risorsa se, come suggerisce bell hooks, trasformiamo la periferia dell’impero in un luogo di radicale possibilità. E Audre Lorde, in Sister Outsider, riprende il medesimo concetto, aggiungendo a esso la possibilità di allearsi tra marginali in uno spazio dove è possibile reinventarsi. Non è un caso, io credo, se le voci più interessanti oggi sono quelle delle scrittrici africane, afroamericane. Le italiane, nella fantascienza, si stanno facendo avanti ora, creando luoghi di confronto e associazioni interessanti, prima tra tutte la formazione recente delle fantascientiste (femministe). Anche dalla fantascienza queer sta venendo fuori un altro modo di guardare il reale. Penso per esempio ad autor* e critich* come Laura Coci, Giuliana Misserville, Romina Braggion, Giovanna Repetto, Claudia Corso Marcucci, Angelia De Palo, Franca Olivia, Silvia Tebaldi.E insomma, se cambi lo sguardo delle persone cambi la cultura.
Diplomata con Lode all’Accademia D’Arte Drammatica Silvio D’Amico di Roma, Natalia Guerrieri ha pubblicato i romanzi Non muoiono le api (Moscabianca edizioni, 2021), vincitore del Premio Zeno, Sono fame (Pidgin edizioni, 2022), finalista al Premio Internazionale Inge Feltrinelli, e la novella Falena (Zona 42, 2025). Per il cinema, ha sceneggiato e cosceneggiato, fra gli altri, i cortometraggi L’occasione di Rita, Salse Connection e Le ore blu (ER Film Commission), il lungometraggio Redenzione (Kamera Film) e ha lavorato a diversi progetti come story editor. Per il teatro ha scritto diverse opere, tra cui Prisoner’s Dilemma (coautrice, finalista bando Antenne 2020), Ready to collapse (coautrice) e La prova. Nel 2026, è tra lə drammaturgə selezionatə per Network Drammaturgia Nuova.
Nicoletta Vallorani insegna Letteratura Inglese e di Studi Culturali presso l’Università degli Studi di Milano e dirige, con Venanzio Postiglione, la scuola di Giornalismo Walter Tobagi. Molte delle sue pubblicazioni saggistiche recenti riguardano la fantascienza e includono la postfazione alla nuova traduzione di U.K. Le Guin, La mano sinistra del buio (2021) e l’introduzione ai due Draghi dedicati a Theodore Sturgeon e H.G. Wells. Con A. Pasolini, ha scritto anche Corpi magici. Scritture incarnate nel fantastico e nella fantascienza (2020). Nella narrativa, ha esordito con Il cuore finto di DR (Premio Urania nel 1993, tradotto in Francia da Rivages). I suoi romanzi di fantascienza più recenti sono Avrai i miei occhi (selezione Premio Campiello 2020 e premio Italia 2020) e Noi siamo campo di battaglia (2022), entrambi pubblicati da Zona 42. Ogni cosa e nessuna, sempre con Zona 42, è uscito l’8 ottobre 2025.
Nasce The Key, una nuova rivista interamente dedicata a reportage, articoli e analisi riguardanti la Palestina.
La poesia di Carmen Gallo è quasi un concept album.
Una conversazione con Leila Guerrero.
Another Gaze è di nuovo online!
Un’altra ottima puntata del podcast Diabolical Lies sul caso Epstein.
Sull’orrenda pratica della transvestigation.
FATTO DA VOI
Silvia Gola rompe il silenzio su lavoro e retribuzione nel mondo culturale come freelance.
Cristina Resa scrive (finalmente!) di Sinners.
Il commento di Giuliana Misserville a The bride!
CALENDARIO
il 16 aprile appuntamento alla Libreria delle Donne di Bologna per la presentazione de La costellazione del pesce di Valentina Fornelli, romanzo vincitore della quinta edizione del festival letterario LetteraFutura. L’autrice dialogherà con Gloria.
UN LIBRO
Ogni giorno faccio una lista, la chiamo «ogni giorno». Su Indumenti contro le donne, di Anne Boyer
[Alt Text: illustrazione pubblicitaria d’epoca dei corsetti “Coraline” prodotti dalla casa di moda dei fratelli Warner negli anni 1890 circa. L’immagine raffigura un corsetto centrale sorretto e riempito da angioletti e cupidi, circondato da fiori e piccoli corsetti colorati. Fonte.]
Arriva un momento in cui il proprio potere sembra totale perché tempo e azione coincidono – fare quello che si desidera dà forma alle ore. Ne arriva un altro, spesso molti altri, in cui tempo e azione sono entrambi sottratti, regalati e relegati a compiti indesiderati, o improduttivi. Nemmeno in questo caso, però, le ore smettono di sommarsi. Di solito è il tempo del lavoro, dell’accudimento, a volte quello del riposo o della convalescenza.
Cedere al secondo tipo di momento, quello che sembra funzionare a credito, a scapito della vita, è sia scandalo sia gioia per Anne Boyer, e nel cono d’ombra tra i due approcci al dovere, alla necessità, alla sopravvivenza, pianta lo strano testo Indumenti contro le donne (finalmente tradotto in italiano da June Scialpi).
Cinque anni prima di vincere uno dei più prestigiosi premi letterari americani per Non morire – la storia della sua malattia e guarigione dal cancro al seno – nel 2015 Boyer pubblica per un piccolo editore indipendente una sottile silloge di testi in prosa poetica. Sono mini-saggi, promemoria e annotazioni, elenchi senza traccia di metrica o rima che raccontano una storia minore in prima persona. La voce che prende appunti in Indumenti contro le donne appartiene a una madre single, lavoratrice precaria e sottopagata, una cittadina americana iper-istruita e senza risparmi, affittuaria di provincia e creativa dilettante su più fronti.
Letto col senno di poi, Indumenti cristallizza l’attimo prima della diagnosi – o di una qualsiasi catastrofe. Non morire amplifica le preoccupazioni organizzative che Boyer esplorava già in Indumenti, senz’altro spoglia da ogni paradossale senso di delizia la rabbia conseguente al furto del tempo. L’urgenza e l’orrore davanti alla propria concretissima mortalità fanno sembrare passatempi le titubanze della più ingenua e giovane Boyer ancora in salute.
Una donna soddisfatta del suo anonimato, “ordinaria”, che ammetteva di pensare “soprattutto ai vestiti, al sesso, al cibo e alle variazioni stagionali”, accoglie la lettrice senza svelare i dettagli della sua biografia, ma cantando per prima una vita animale, primitiva. Interessi al centro della sussistenza di chiunque, in ogni epoca: mangiare, toccare, ripararsi dal freddo.
Il fatto che si tratti di una specie rara, un animale alfabetizzato, innesca la sfida tra scrittura e vita che Boyer insegue, e può darsi continui ad attizzare (dopo il 2020 non ha dato più nulla alle stampe). Qual è il modo più lecito di occupare il proprio tempo? Si può percorrere la via dell’esperienza di prima mano, e concentrarsi sulla successione di atti che permettono al corpo di crescere, muoversi, riprodursi fino alla sua inevitabile dipartita. Oppure è possibile intraprendere una seconda via, più accidentata e lenta, che alterna i gesti della semplice vita animale a tentativi e tecnologie per rallentarla, incapsularla, tenerla con sé, testimoniarla, raccontarla. Per Boyer il dispositivo d’elezione è la scrittura, ma si scopre riluttante a rifugiarsi nella sua potente illusione di controllo e conservazione.
L’unicità del giorno vissuto lavorando solo per farne arrivare un altro, senza traccia di memoria, l’attrae irresistibilmente. La sua capacità di abbandonarsi del tutto al passaggio di turni e notti, però, è fallace: il sobbalzo che, puntuale, la scuote e costringe a fermarsi per guardare che cosa le sta succedendo, vince. Indumenti ne è la prova.
[Alt Text: illustrazione pubblicitaria d’epoca del corsetto “Coraline” prodotto dalla casa di moda del dottor Warner tra gli anni 1870 e 1900. L’immagine raffigura un bambino che strappa una tela per rivelare l’immagine nascosta di un corsetto con dentro un piccolo cupido. Fonte.]
“Il modello animale della scossa inevitabile” è il quadro logico che spiega una vita a cui è stata alienata la possibilità di esistere per il proprio piacere e al fine del proprio sostentamento. Un animale maltrattato da un sistema finanziario ingordo farà di tutto per non impazzire di dolore, anche adattare il proprio trauma in affetto, e sorvegliare ogni suo passo per non urtare la griglia elettrificata. Parte di questa sorveglianza è l’accantonamento di tutto ciò che può rievocare il male provato, inclusi i ricordi, o la voglia di appuntarsi per iscritto quanto provato, quello che si è pensato durante, prima o dopo la scossa.
Le tecniche dell’oblio felice dell’animale Anne Boyer sono i vestiti: sia comprati già fatti, nuovi o usati, sia disegnati e cuciti a macchina in casa, con le sue mani – “Ora, io do agli indumenti le ore della mia vita che non vendo ai miei datori di lavoro”. Cucire sazia la sua energia creativa, seda il pensiero e lo canalizza in un’occupazione utile, un’eredità culturale, un oggetto tattile. Un’indubbia fonte di meraviglia:
A volte, quando ti impegni a unire assieme in maniera uniforme anche solo due pezzi di dimensioni diverse di materiale piatto ma flessibile, in modo che questi pezzi possano racchiudere correttamente un oggetto tridimensionale eternamente irregolare, traspirante e respirante, e incapace di stare fermo, pensi che non ci sia alcuna possibilità che questo possa succedere, e invece a volte succede.
Il dubbio se sia lecito occupare la propria vita cucendo intanto persevera, l’impulso a riflettere, ricordare, ipotizzare – ovvero scrivere – non sbollisce. “Presto scriverò un lungo e triste libro intitolato Una donna che fa shopping. Sarà un libro su quello che ci viene richiesto di fare e anche su quello per cui siamo odiate”. Frenare il piacere analgesico delle compere: il primo passo di distanza tra sé e l’istinto di conservazione dell’animale elettrificato.
“Non scrivere” è la spina dorsale di un progetto infestato dalle stecche di balena dentro i corsetti: ossi che soffocano sì, ma sostengono e raddrizzano. Non so se al momento della scrittura Boyer conoscesse Gramsci e la sua bizzarra analogia dell’intellettuale-bustino, capace appunto di avvolgere e reggere, ma sospetto che il suo alter ego lirico rifiuterebbe senza convenevoli l’etichetta di “intellettuale”, eppure non esiterebbe a studiare con la mano le cuciture del suddetto busto.
“Non scrivere” diventa un oggetto a sé, un’entità che quando manca asfissia. Un’attività tanto più fragile quanto più diventa faticosa e solitaria, e che – a sopresa? – teme di più la calma della domesticità rispetto alle pretese dell’impiego stipendiato.
Se si tratta perciò di allocare risorse limitate – energia, tempo, attenzione – al raggiungimento di un obiettivo soddisfacente, la sensazione di abitare la propria vita, è necessario un metodo, dei criteri. Un protocollo che imbrigli i fastidi che un corretto discernimento della propria realtà causa: tollerare la frizione tra quello che da fuori (ma anche da dentro) si impone, distrae, sconvolge, umilia e ciò verso cui si gravita per natura. Allenare la facoltà di dire “no”, “dopo”, “forse” davanti alle presunzioni esterne, ma contemporaneamente rispettarne la funzionalità, essere adulti che partecipano alla custodia e al servizio del mondo.
Poi ho creato un grande sistema per la perpetuazione e la proliferazione della negazione, e quel sistema aveva molti nodi, e in questi nodi c’erano delle rubriche di valutazione, e quando un nodo percepiva che il sistema stava alimentando un altro nodo, si infiammava e insisteva affinché lo alimentassi. Ho scritto moltissimi cartelli che dicevano ANNE RISPONDI ALLE E-MAIL eppure non riuscivo mai veramente a farlo.
Anne Boyer si impone di trascendere il riflesso condizionato, l’attacco e la fuga, la fede cieca nel valore dell’informazione e la supremazia della sua trasmissione tecnica. Ma cosa resta a una donna che dalle ventiquattro ore del giorno ne ha sottratte sette per dormire, nove per lavorare, quattro per mangiare, rassettare, fare acquisti, due per spostarsi e una per parlare con chi ama? Un’ora libera per riflettere su ciò di cui non necessita ricerche aggiuntive o ulteriore istruzione: la materia grezza della sua vita. E la scrittura sulla pagina è il metodo più veloce ed economico per farlo.
L’autobiografia però è un genere per ricchi, lamenta Boyer, e il rischio del trattamento realista degli oggetti – abiti, giardini, stanze, corpi – è schiacciarli a due dimensioni, ma moltiplicare l’onda della mancanza, creare desiderio di possederli dove non c’è alcuna necessità di averli. L’esercizio di quell’unica ora libera è dedicato a lenire le rigidità che un ripetuto stare in guardia, sul piede di guerra, sulla difensiva causa alla propria versione di realtà. Lo sforzo è sostituire il desiderio di, con altro.
[...] il mio interesse riguardava la competenza, o l’acquisizione di competenza, l’imparare a fare le cose e come si fanno le cose e qual è la ragione per cui si fanno le cose.
Le cose qualunque inscrivibili, non tramandabili a voce se non mostrando come si fa: il non-scrivere non è emendato, o risolto dalla poeta Anne Boyer, semmai lenito quando accettarlo permette la cottura di una torta, la ricezione di una somma di denaro sufficiente per vivere. Quando è possibile, lo scrivere di Anne Boyer è predisposizione alla sosta che blocca l’impulso di stracciarsi le vesti, suggerisce di respirare piano mentre a tastoni si allentano i lacci, stando tuttavia dentro un indumento che preme malsano contro il proprio corpo.
Questa è la terza volta che Francesca scrive sulla poetica di Anne Boyer: qui ne aveva curato un’introduzione generale, qui aveva recensito Non morire.
[Alt Text: illustrazione pubblicitaria d’epoca per i corsetti prodotti dalla casa di moda Ball’s tra gli anni 1870 e 1900. L’immagine raffigura una figura femminile trionfale armata di spada e fasciata da un corsetto. La bandiera che regge informa sulle proprietà dei corsetti (banda elastica e stecche a spirale), mentre la scritta sullo sfondo recita “La rivoluzione nei corsetti” in inglese. uno scudetto ai piedi della figura garantisce la piena soddisfazione della cliente o il rimborso, mentre un capannello di donne in secondo piano sembra correre in direzione opposta alla donna protagonista. Fonte.]
Ringraziamo Natalia e Nicoletta e ti diamo appuntamento tra un mese, per il numero del nostro ottavo compleanno.
Un abbraccio!
Francesca, Gloria e Marzia




