La ghinea di febbraio
Intervista a Tikkun e Liad, Gender Queer
Benvenut_ all’ultimo numero invernale Ghinea. Questo mese ospitiamo un dialogo tra Irene Russo, il collettivo Tikkun e l’artista Liad sulla necessità e sulle difficoltà politiche e relazionali di essere al contempo ebre* e antisionist*. Noi abbiamo letto il graphic-memoir Gender Queer. Se ti piacerebbe contribuire a Ghinea scrivici: ci troverai pronte ad accogliere e lavorare sulla tua idea. Buona lettura!
Intervista al collettivo Tikkun e all’artista Liad
di Irene Russo
Tikkun Olam è un concetto ebraico traducibile in “riparare il mondo”.
Il collettivo italiano che così si nomina nasce un anno fa, dalla volontà di persone che rivendicano «un’ebraicità diasporica» di contribuire al movimento per la liberazione della Palestina «adottando una prospettiva di liberazione collettiva inequivocabilmente decoloniale, antirazzista, transfemminista e anti-sionista».
Ho avuto la possibilità di conoscere il collettivo in una chiacchierata lo scorso 30 novembre. A questa si è unita anche Liad, artista, attivista, performer, musicista e migrante continua ebrea nata in Palestina e che lavora da anni (tra la Palestina e l’Europa, al momento a Berlino) su temi come la liberazione e l’autodeterminazione dei corpi e dei popoli e i diritti delle sex worker. Tikkun (da adesso T nell’intervista) e Liad (L nell’intervista) si erano già incontratx a settembre per l’evento organizzato da Cagne Sciolte a Roma. Quanto riportato di seguito è quindi la traduzione e trascrizione di un’intervista orale; si è operato contestualmente per rendere il testo più facilmente fruibile alla lettura, ma lasciando ogni intervento al minimo necessario.
Ammetto che non avevo mai sentito parlare prima di questo evento né del collettivo né della prospettiva che portate avanti.
T: Siamo un piccolo gruppo nato quasi un anno fa, prevalentemente composto da persone giovani, e non è facile ancora per noi ricevere fondi o organizzare iniziative ed eventi, ma ci ha dato l’opportunità di vedere altre persone ebree in Italia apertamente antisioniste, anche di altre generazioni, avvicinarsi a noi per creare qualcosa di nuovo, di più visibile e più ampio. L’intersezionalità delle lotte è per noi essenziale: non esiste lotta antirazzista senza transfemminismo. La domanda è qui: “come facciamo a costruire una lotta antirazzista?”, Noi non solo vogliamo far sentire la nostra voce in quanto Ebrex contro l’istituzionalizzazione del sionismo, la strumentalizzazione dell’antisemitismo, contro l’invisibilizzazione dell’antisionismo ebraico, ma anche per la costruzione di una ebraicità alternativa rispetto a quella legata allo stato-nazione, Israele, più legata all’idea di una diaspora come centro e non come condizione difettosa da risolvere attraverso il sionismo, ma anche in opposizione alle comunità ebraiche istituzionalizzate che sono complici di genocidio.
Non è sempre facile lavorare come gruppo nella vita di tutti i giorni, la maggior parte delle nostre riunioni sono online perché viviamo tuttx in posti diversi. A livello della comunità ebraica c’è una questione demografica [per cui] non sempre le persone ebree sono collegate alle comunità ebraiche istituzionali. Io ad esempio sono ebrea ma non ho mai fatto parte di una comunità ebrea istituzionale nelle città in cui ho vissuto.
L: Penso che il motivo per cui tu non ne abbia mai sentito parlare è la novità del fenomeno, [e per questo] una spada a doppio taglio. Penso che la novità, che è abbastanza centrale, sia l’affermarsi della presenza ebrea antisionista e il modo in cui questa sta cercando di tradursi in potenza e azione organizzativa. Non che questa non esistesse prima, ma più a livello individuale e in numero inferiore, e quindi quando dico “arma a doppio taglio” intendo che mette in discussione due cose: questa è la novità.
La prima è il sionismo come elemento chiave portante delle comunità ebraiche in Italia, concetto che è nuovo perché fino ad adesso sembra che metterlo in discussione – il sionismo – significasse mettere in discussione te stesso come parte della comunità.
Quindi o lasci la comunità e ti disidentifichi come ebrex, in un certo senso, o accetti anche quell’aspetto.
Faccio questo discorso non perché io sia all’interno delle politiche identitarie, non è questo il mio background e in nessun modo il tuo essere ebrex è in alcun modo connesso alle tue politiche; ma la messa in discussione del sionismo è una sfida che è posta in primo luogo alle comunità ebraiche esistenti, e ciò che vediamo qui [in Italia], e non mi sorprende, è che questa messa in discussione venga da persone giovani con background ebraico e altre in un certo senso vicine alle comunità ebraiche che stanno mettendo in discussione le loro famiglie, i loro background.
L’altra sfida [che si pone] è la sinistra. Forse qui aprirei delle parentesi perché abbiamo avuto delle difficoltà anche all’evento [delle Cagne Sciolte a Roma]: in inglese si dice “la sinistra” ma so che voi [in Italia] usate distinguere sinistra parlamentare da sinistra autonoma e non è esattamente corretto dire solo “la sinistra” in questo contesto, quello che voglio intendere è [la sinistra] nel contesto del movimento per la resistenza della Palestina in generale, e che essere antisionista ed ebrex si pone come una sfida per nominare e rinominare i gruppi di sinistra perché richiede di collocare il movimento per la Palestina in una cornice decoloniale e antirazzista in modi in cui non è mai stato fatto finora, e di riflettere sul perché, per esempio, le persone marginalizzate possono prendervi parte. Questo include anche le persone ebree in un certo senso, e anche confrontarsi di nuovo con il razzismo che esiste in altre parti della società italiana perché non è solo una questione che riguarda la Palestina.
Non penso sia una questione di scontro identitario. Per me personalmente risiede nell’abilità di fare la differenza e organizzarsi anche strategicamente su quelli che sono i tuoi punti di forza e dove ti puoi mobilitare e fare la differenza e come ebrex in particolare abbiamo una connessione specifica con ciò che sta accadendo in Palestina perché viene fatto nel nostro nome, è tutto fatto a nostro nome, non fa differenza che lo chiediamo o no, se siamo sionisti o meno. E almeno in questo modo è nostra responsabilità e non di altri nel movimento.
Abbiamo la possibilità di arrivare a una particolare fetta del dibattito dove altri italiani non possono e l’antisionismo è una grande parte di ciò, perché essenzialmente quello che stiamo dicendo è che non crediamo e non vogliamo lo stato di Israele, e che non vogliamo protezione, e comunque non è protezione di nessun tipo – e ciò che offriamo è un’alternativa di vita e di lotta come persone ebree, della diaspora, come militanti; ma perché ciò accada anche le comunità in cui viviamo e che alla fine della giornata ci rendono identità razzializzate minoritarie, devono dare spazio a ciò.
In merito a questo, come è andato l’incontro del 12 settembre a Roma?
L: C’erano circa 70/80 persone e la reazione emotiva e i feedback che mi hanno dato è che era un momento davvero storico, storico nel senso che era la prima volta che le persone si esponevano [in quanto ebree] e veniva data loro la possibilità di essere viste e a proprio agio al punto da condividere le proprie esperienze e in modo che ciò accadesse e stavamo cercando di dare un po’ di contesto e perché e come è successo che il sionismo fosse così importante per le comunità ebraiche e come di base il 7 ottobre è stato l’evento che ha creato la prima grande spaccatura all’interno di tutt loro e quindi come ovviamente non penso che sia un caso che le persone giovani, che non hanno attraversato tutta la loro vita nel sionismo, perché non hanno vissuto 40, 50, 60, 70 anni all’interno del sionismo possano fare un cambio così radicale e critico. Ma questo ci chiede davvero di prendere una posizione ed è stato molto chiaro alle persone che volevano essere dalla parte della Palestina, eppure in un qualche modo ha fatto sì che le persone si confrontassero con la realtà di cosa voleva dire in quel momento essere ebree e come fosse profondamente radicato il sionismo (nell’ebraismo); e che quando io penso pure a un sacco di persone che non vogliono nemmeno identificarsi nemmeno come ebrex perché era loro molto chiaro che il sionismo è una grande parte della comunità ebrea e così si sono improvvisamente trovate a fare il lavoro politico all’interno del movimento per la solidarietà della Palestina e contemporaneamente a realizzare di essere esposte al razzismo e all’antisemitismo che si è diffuso nel movimento, o hanno in un qualche modo scoperto nuovamente la loro identità ebrea e iniziato a toccarla con mano e volersi organizzare attorno ad essa. Ora che abbiamo dato il contesto a questo e a come questo è successo, di nuovo il nocciolo della questione che noi vogliamo porre all’interno del nostro movimento è voler costruire un elemento dell’essere antirazzista che debba interfacciarsi all’antisionismo e all’antisemitismo quali due aspetti che esistono come differenziati, in modo da sfidare l’idea che le persone ebree antisioniste non siano, di fatto, parte e rappresentanti della comunità ebraica.. Così abbiamo dato un contesto di ciò e dopo le persone hanno iniziato a raccontare le proprie esperienze.
L: C’è stata la sensazione condivisa che l’evento a Roma fosse una grande opportunità per le persone ebree di riunirsi e parlare e condividere esperienze dolorose o intime in un senso più profondo del cordiale elemento di amicizia.
Questo momento di opportunità è arrivato in un momento di fase davvero iniziale [della costruzione di una identità ebraica alternativa] e penso che per questo motivo ha aggiunto una dimensione di intimità all’evento in una maniera che però ha mandato in confusione sia coloro che hanno deciso di condividere le proprie esperienze che coloro che erano in ascolto nel chiedersi: per chi è organizzato davvero questo evento?
Inoltre, penso ci siano due diversi tipi di conversazione: quella che facciamo tra di noi persone ebree anche per stabilire dei valori e in seguito cosa chiediamo a noi stesse per essere antisionisti e decoloniali all’interno della nostra comunità; e ancora cosa vogliamo in termini di comportamento anti razzista da nostrx partner, collaboratorx, compagnx, ecc.…e forse l’evento di settembre è stato fatto troppo presto rispetto a questo processo.
Quindi non è necessariamente collegato alla mia identità di ebrex o meno, ma io posso fare una grande differenza e ovviamente un altro modo in cui noi possiamo fare la differenza è spingere all’interno delle nostre comunità.
Ciò che ho visto all’evento di Roma, ad esempio, è stato il riconoscimento di due realtà parallele all’interno di questo processo: da un lato se vivi all’interno di una sorta di diciamo di nuovo “il movimento di sinistra”, e ti identifichi come ebrex devi affrontare un carico enorme di stigma, di stereotipi razzisti, di esposizione alle forme di ignoranza e antisemitismo che hanno spazio in Italia; e dall’altra se non vuoi essere parte del sionismo devi affrontare un clima familiare teso, o tensione all’interno della tua comunità, che so per esempio, a volte al confine con la vera e propria espulsione.
Per molti versi, questa dinamica mi ricorda i movimenti di liberazione queer, che ha portato molte persone a fare “coming out”, a venir fuori, perché ovviamente c’era la richiesta di essere riconosciute dal resto della società eterosessuale.
Allo stesso modo molte persone ebree stanno in un certo senso facendo coming out e stanno richiedendo alle loro comunità e alle loro famiglie di riconoscerle anche come ebrex e, allo stesso modo, anche se la pressione qui è molto diversa, è necessario riconoscere ancora prima il tuo livello di istruzione e consapevolezza e il livello di istruzione e di consapevolezza altrui nelle battaglie che fai a casa e in quelle che fai davanti alle persone che percepisci come tue alleate.
Trovo molto interessante l’atteggiamento molto diverso tra Germania e Italia, a livello di consapevolezza storica, di fare i conti con il passato nazi-fascista e che questo produca una differenza anche nella postura della cosiddetta sinistra (termine ombrello)...
L: Italia e Germania hanno un modo molto particolare di fare i conti con il passato, già. La Germania ha finto di lavorarci su e alla fine dei conti l’ha usata come uno strumento di oppressione razziale in maniera estremamente chiara e in Italia, da quello che ho visto c’è chiaramente la presenza dell’antisemitismo, a volte persino senza cattive intezioni, del tipo: non sapevamo nemmeno che foste qua, ragazzx [voi persone ebree]! Non avevamo nemmeno ragionato sull’avere interiorizzato dei pregiudizi che quando improvvisamente dici “sono ebrex!!” c’è una realizzazione che anche queste persone sono dentro la stanza e che ci sono dei vuoti da riempire e alla fine dei conti ciò che viene richiesto all’Italia è di confrontarsi non solo con il razzismo antisemita ma anche in relazione al colonialismo e le gerarchie disegnate dalla razza collegate a questo periodo.
Mi piacerebbe sapere qualcosa di più anche del tu attivismo artistico e performativo, Liad. Come si intrecciano la tua arte e le tue lotte politiche ?
L: Per quanto mi riguarda, sono politicamente attiva da quando ho 13 anni, era l’ultima fase dell’epidemia di AIDS ed ero diventata molto attiva nelle lotte di liberazione queer. Sono anche in continua migrazione e sono stata in passato una sex worker e una attivista per i diritti delle lavoratrici sessuali. Tutti questi punti sono diventati nutrimento per il mio lavoro artistico che è iniziato proprio per affrontare questi temi e fornire un linguaggio più elaborato, più complesso, più articolato a queste questioni che venivano alla luce; per poterne discutere in pubblico e cosa poteva essere fatto nella forma di una singola frase su un cartellone, diciamo. Tutto il mio lavoro artistico, che al momento è prevalentemente musicale, [ma] nel passato film e performance live, è tutto politico e ovviamente questo genocidio ha cambiato la mia vita, non solo come Ebrex ma anche come Ebrex israelianx e particolarmente nell’ultimo anno, quando ho visto cosa stava succedendo lì, sono entrata in contatto con i miei affetti, la mia famiglia: la mia gente è diventata nazista in termini di comportamento e li ho visti distruggere attivamente le memorie della mia infanzia e ogni possibilità di avere alcun tipo di futuro in quella parte del mondo per chiunque viva là, me, per i Palestinesi ovviamente, ma anche per loro stessi. Questo ha influenzato il mio lavoro alla base, al punto da scrivere un’enorme quantità di canzoni su questo tema, e c’è stato un momento specifico, più o meno nello stesso periodo dell’evento organizzato a Roma, in cui ho capito che il mio ruolo non prevedeva soltanto di riflettere sull’essere stata testimone e di come questa testimonianza abbia plasmato la mia vita, ma anche di quale fosse il mio ruolo in termine di azioni, della direzione che può dare al pubblico la mia produzione artistica, sul cosa si può fare. Ovviamente il luogo in cui ho la possibilità di portare maggiormente la mia influenza è comunque la mia comunità, le persone che vivono con e attorno a me, ma non perché io abbia un ruolo particolare, sono parte di un popolo che è ex-israeliano e antisionista e che proviene da quello e che sta adesso ridefinendo la propria vita nella diaspora, in modo che ciò che facciamo quando parliamo di antisionismo non solo come definizione/concetto ma anche esperienza incarnata e all’interno della quale stiamo cercando di capire di quali cose tra quelle che riconosciamo del nostro passato, delle nostre memorie, delle nostre lingue, delle nostre culture. Ci vogliamo liberare perché sono [lingue, memorie, culture] inerentemente radicate nel militarismo, nella cultura genocidiale, nell’apartheid, nel colonialismo, e quali cose vogliamo invece conservare perché sono parte della nostra identità e della nostra memoria; ed è davvero difficile venire a capo di ciò. Qui è dove sono e questo è anche ciò sul quale scrivo le mie canzoni, ma è una discussione molto specifica che sto avendo con Ebrei ex israeliani.
T: Penso che dobbiamo tenere in considerazione in questo discorso l’affettività e come questa sia forgiata dal sionismo sia politicamente che culturalmente: io, ad esempio, ho avuto una educazione sionista e sto cercando di capire come arginare la questione affettiva che va di pari passo con questa sensazione di sentirmi ostracizzata o di essere un grande fallimento per la mia famiglia perché non so, mia madre mi ha detto che non sono ebrea perché non supporto il popolo ebraico, capisci?
È qualcosa di interno anche al nostro mondo, quindi sto iniziando a fare le mie ricerche su come le relazioni tra persone ebree antisioniste nei movimenti dal basso può essere una soluzione all’affettività e come ciò che stiamo facendo è anche comunitario quindi qualcosa può essere aggiunto a quella affettività che è stata portata via da una presa di posizione.
Mi chiedevo se tu nel tuo cammino personale hai incrociato gli stessi problemi riguardo l’affettività o se sei stata capace di ricostruire il tuo ecosistema di nuovi affetti o se lo vedi come qualcosa che si può affrontare in un modo specifico.
L: Il mio percorso verso l’antisionismo è molto diverso dal tuo e penso che sia importante dire che per tuttx noi che siamo cresciuti in un setting ebreo che si definisce ebreo, il sionismo è presente di default, quindi si presenta sempre questa domanda tipo: ehi, come sei diventato antisionista?, come se fosse una esperienza comune.
Nella mia famiglia [il sionismo] si stava già mettendo in discussione quando ero piccola, dal momento che mio padre è stato un soldato disertore dell’esercito israeliano durante la prima intifada, e quindi il mio negare il sionismo non è stato un atto di ribellione nei confronti della mia famiglia.
Sì, la mia esperienza è molto insolita da quella che ho sentito e visto in Italia ma forse per rispondere alla tua domanda: una cosa molto importante che ho notato anche qui a Berlino è che anche nell’ebraismo c’è un elemento di trovare l’ebraicità sia al di fuori del sionismo ma al tempo stesso di ridefinirlo come una esperienza di vita, sia come cultura che come comunità, e di farlo in modi che ridefiniscono sia la tradizione – anche in un certo senso al di fuori della dimensione predominante della religione–, in modo da dare un senso alla comunità al di là dell’aspetto religioso. Il che vuol dire andare indietro, alle nostre origini, al modo in cui si celebrano le feste, al guardare ai modi in cui diverse comunità ebree fanno le cose diversamente, alla condivisione delle nostre memorie delle nostre case e delle cose che in un certo senso sono le cose che ci rendono ebrex.
E quell’evento è stato molto interessante anche perché era venerdì e quindi abbiamo festeggiato lo shabbat insieme ma per prima cosa abbiamo fatto l’evento con le due ore di bla bla bla profondamente emotivo e dopo tutte le persone sono andate a fare le chiacchiere e solo le persone ebree si sono riunite e abbiamo fatto insieme le nostre cose senza nessun altro che ci chiedesse di aggiungersi, nessuno si è sentito come se qualcun altro si stesse intromettendo, capito? E quindi la seconda parte è stata fatta da noi che ci siamo riuniti e insegnati a vicenda le canzoni l’uno dell’altro o nuove canzoni, io ho insegnato la versione trans-femminista, non religiosa e non patriarcale di Nasim Shalom.
In Italia, come dicevamo precedentemente, il discorso dominante promuove l’idea che essere a favore della liberazione palestinese implichi essere contro le persone ebree, come se fosse un pacchetto completo…
T: Sì, senza contare che essenzializzare una persona ebrea come filo-israeliana sia in un certo senso un atto antisemita, non so come spiegarlo. Stai ancora di più amplificando la retorica della propaganda israeliana per dire che il popolo ebraico era rappresentato dallo Stato di Israele, perché è una macchina che si ripete.
D’altra parte, in modo latente, un po’ di basso profilo, molto spesso questo antisemitismo proviene da persone italiane. E questo è il problema, perché, come dicevi, bisogna tenere conto di un passato fascista, di un’eredità storica, che è davvero, credo, particolarmente rilevante in questo momento storico, e soprattutto con l’attuale governo. Quindi sì, ci sono molte sfaccettature, a mio parere, e in effetti, credo che, come abbiamo visto anche con gli eventi accaduti la scorsa settimana a Torino [si riferisce alla detenzione dell’imam rilasciato il 17 dicembre 2025], ci sia ancora questa volontà da parte delle istituzioni di criminalizzare il movimento filo-palestinese, strumentalizzando l’antisemitismo ai danni di persone razzializzate.
Quindi, a mio parere, è importante riflettere su questo, su come in fondo l’antisemitismo di italiani bianchi, anche all’interno del movimento, sia parte del problema e nutra la macchina sionista e la propaganda italiana.
Direi anche che Tikkun è nato per sostenere il popolo palestinese, per proporre una voce ebraica diversa da quella istituzionale, per dare visibilità a un tipo di ebraismo e identità ebraica che sia distaccata dallo Stato di Israele, in linea con la liberazione palestinese.
Comunque, gli antisemiti ci saranno sempre, ma sono la minoranza e di certo non sono i movimenti palestinesi, non sono certo le persone razzializzate che poi vengono colpite dalla repressione. Sono più italiani e privilegiati che, come detto prima da Liad, in modo non consapevole danno sfogo a un pregiudizio antisemita mai elaborato in passato.
Il nostro obiettivo è cercare di creare consapevolezza, cercando di proporre un tipo di discorso che consideri la memoria come inclusiva e non esclusiva, in modo che possa vedere l’antisemitismo non come una forma parallela a qualsiasi altra forma di razzismo, ma come una forma di razzismo. Quindi, nel momento in cui si vuole essere antirazzisti, bisogna opporsi all’antisemitismo e viceversa.
Quindi sì, è più o meno un discorso che vogliamo proporre, ma fornendo solidarietà al popolo palestinese come obiettivo principale. Parliamo della Palestina come ebrex non per imporre un controllo sul movimento dall’ esterno, criticando coloro che partecipano in relazione all’antisemitismo che sentiamo o che potremmo aver sentito, ma perché la nostra posizione come ebrex riguardo alla Palestina è specifica e, pensiamo, rilevante da molti punti di vista diversi, soprattutto perché, come abbiamo detto prima, Israele intende parlare a nostro nome, e i governi occidentali ci usano come pedine nei loro giochi strategici, geopolitici, militari e capitalisti.
Possiamo, sicuramente, offrire una prospettiva più incarnata, ad esempio nel dibattito che cerca di distinguere antisionismo e antisemitismo, dato che più volte i collettivi palestinesi o che lottano per la liberazione della Palestina sono accusati di antisemitismo.
Tikkun è un collettivo decoloniale, l’antisionismo fa parte del termine ombrello “decolonialismo”, ma in una prospettiva transnazionale e globale, che globalizzi tutte le lotte anticoloniali.
Irene Russo nasce nel 1997 a Catania, cosa che per un po’ le ha dato illusione di pensare potesse diventare brava a scrivere come Goliarda Sapienza. In realtà con questa non condivide granché se non una discreta dose di issues familiari e la passione per le sigarette, il cinema e le bugie.
Jessa Crispin riflette sui motivi per cui ci piace guardare le storie sui ricchi (anche, anzi soprattutto quelle che li criticano).
Riflessioni a partire dagli Epstein Files. Maddalena Fragnito sull’orrore come metodo e linguaggio, Nina Ferrante con gli incubi tra mitomani e inflizioni, Carlotta Cossutta che grida ‘al fuoco’ perché si venga – forse – ascoltat3.
Conversazione con una creator di Onlyfans.
Sulla serie tv Heated Rivalry si è sollevato un grosso dibattito: a noi è piaciuta questa puntata del podcast Diabolical Lies, che mette in relazione diversi modelli di mascolinità confrontando lo show e le posizioni del più recente intellettuale pop di riferimento sull’argomento Scott Galloway. Bonus: questo articolo che elogia il podcast e le due donne alla conduzione.
A proposito di niente: ricordiamo cos’è successo l’ultima volta che Adriana Cavarero si è trovata in un dibattito che prevedesse una presenza transfemminista. Qui le impressioni di Lou Pinelli, qui il racconto apparso su La Falla.
FATTO DA NOI
Oggi 28 febbraio a Bologna, Marzia presenta il suo libro Ragazz* Laser (Zona, 2025) con Anna Papa e Eleonora Fisco, alle 6pm al Marsalotto Passalibro.
Sempre a Bologna, l’intera giornata del 1 marzo è ricca di eventi transfemministi (tra cui un workshop co-facilitato da Marzia su poesia relazionale, gossip, e cucito): Sedianonsedia e Fuorisedia si uniscono per la III edizione della giornata interamente dedicata alla sedia. Presso Ateliersi, dal mattino a sera: qui informazioni e il programma.
FATTO DA VOI
Nella newsletter di Lucy c’è un contributo di Paola Moretti sulla scrittrice cilena Maria Carolina Geel.
Marta Corato ha visto il nuovo “adattamento” di Cime Tempestose, realizzato da Emerald Fennel.
UN LIBRO
Gender Queer: A Memoir di Maia Kobabe
La graphic-memoir Gender Queer: A Memoir di Maia Kobabe si colloca in uno spazio peculiare della produzione fumettistica contemporanea, dove autobiografia, pedagogia e riflessione identitaria si intrecciano in modo indissolubile. Pubblicata nel 2019, l’opera nasce da un’esigenza intima e quasi domestica – spiegare alla propria famiglia cosa significhi vivere un’identità non binaria e asessuale – ma si trasforma progressivamente in una narrazione più ampia sulla costruzione del sé e sulla difficoltà di trovare un linguaggio adeguato per nominarsi.
Il racconto segue un percorso di crescita che attraversa infanzia, adolescenza e prima età adulta, evitando però la linearità tipica del coming-of-age tradizionale. Piuttosto che presentare un’evoluzione stabile verso un’identità definita, Kobabe mette in scena un processo fatto di esitazioni, tentativi linguistici, fraintendimenti e scoperte graduali. Il cuore del libro risiede proprio nella tensione tra esperienza corporea e possibilità di rappresentazione: il disagio rispetto alle aspettative di genere, la ricerca di pronomi adeguati e la negoziazione delle relazioni affettive diventano momenti attraverso cui il linguaggio stesso appare insufficiente e continuamente da reinventare.
[Alt Text: tre vignette dal testo: la prima contiene solo il testo “I REMEMBER WHEN I FIRST REALIZED I NEVER HAD TO HAVE CHILDREN” (mi ricordo di quando mi sono resx conto che non avrei mai dovuto avere bambin*”. La seconda mostra un vicoletto e il testo “it was like walking out of a narrow alley” (è stato come venire fuori da un vicolo stretto”. La terza, unica colorata fra le tre, raffigura una persona che attraversa un prato fiorito e contiene il testo “into a wide open field” (su un campo aperto”).]
Dal punto di vista formale, l’opera adotta un disegno accessibile, quasi diaristico, che rifiuta ogni estetizzazione eccessiva. Questa apparente semplicità grafica svolge una funzione precisa: rendere visibili esperienze difficilmente verbalizzabili, come la disforia o l’alienazione rispetto al proprio corpo. Le immagini non illustrano semplicemente il testo, ma operano come strumenti concettuali, capaci di tradurre stati emotivi e cognitivi complessi in configurazioni visive immediate. Ne emerge una scrittura fumettistica che oscilla tra confessione personale e dispositivo educativo, in cui spiegazione e auto-narrazione coincidono.
Uno degli aspetti più significativi del libro è la sua dimensione pedagogica. Gender Queer non assume mai un tono didascalico autoritario; al contrario, costruisce la conoscenza attraverso la vulnerabilità dell’esperienza personale. L’apprendimento avviene insieme all’autorə – e dunque insieme a chi legge – rendendo visibile il carattere processuale dell’identità di genere e smontando l’idea di categorie fisse o definitive. In questo senso, il memoir si configura come uno spazio di mediazione culturale, capace di rendere accessibili concetti teorici complessi senza rinunciare alla densità emotiva.
Particolarmente significativo è il momento in cui il riconoscimento di sé avviene attraverso l’incontro con un’altra persona non binaria, la cui performance identitaria si manifesta visivamente in modo molto diverso. Questo incontro non produce una conferma per somiglianza, ma una forma più complessa di riconoscimento: il comprendere che coesistere significa abitare differenze interne alla stessa categoria, senza che esse debbano convergere verso un modello condiviso. La non-binarietà emerge così non come identità unitaria, ma come campo plurale di possibilità incarnate. L’esperienza dell’altra persona – ugualmente valida pur nella sua distanza estetica, corporea o performativa – rende visibile una molteplicità che non si organizza secondo criteri di correttezza o errore, autenticità o fallimento. In questo spazio relazionale, la soggettività non binaria si differenzia e si moltiplica, mostrando come il riconoscimento non consista nel rispecchiarsi, ma nel concedere esistenza a forme divergenti di sé e degli altri, senza gerarchie normative.
[Alt Text: quattro vignette dal testo, che si sofferma sull’incontro fra la persona protagonista e una vecchia conoscenza re-incontrata e ad oggi anch’essa dichiaratamente non binaria, che ha una presentazione di genere molto diversa dal soggetto protagonista, e con la quale avviene una conversazione validante della performance di genere.]
La ricezione dell’opera, segnata tanto da riconoscimenti critici quanto da controversie e tentativi di censura, rivela inoltre quanto la rappresentazione visuale delle soggettività queer continui a occupare un terreno politicamente sensibile. Le discussioni attorno al libro non riguardano soltanto i suoi contenuti, ma la legittimità stessa di certe esperienze nel campo della visibilità pubblica e dell’educazione.
Nel suo insieme, Gender Queer si impone dunque come una testimonianza autobiografica e, allo stesso tempo, come un intervento culturale più ampio: un’opera che utilizza il linguaggio del fumetto per interrogare i rapporti tra corpo, identità e rappresentazione, mostrando come la narrazione di sé possa diventare uno spazio di negoziazione critica tra esperienza individuale e immaginario collettivo.
Grazie a Irene, al collettivo Tikkun e a Liad per le loro preziose riflessioni. Ci leggiamo a fine marzo!
Un abbraccio!
Francesca, Gloria e Marzia
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