La ghinea di agosto
Benvenutu a Ghinea, la newsletter che questo mese esce in formato ridotto per venire incontro alle esigenze di riposo di chi la cura, chi vi collabora e chi la legge. Paola Moretti ci guida in un percorso fatto di protagoniste letterarie tutt’altro che esemplari. Noi parliamo di Linguicismo e potere di Rosalba Nodari. Buona lettura!
Cattive maestre
di Paola Moretti
Attenzione: questo articolo potrebbe essere inconcludente, sgangherato e scomposto, perché non si possono fare le cose sempre per bene, precise e irreprensibili. Lo posso dire? Sono stufa di impegnarmi sempre il triplo perché ho l’apparato riproduttivo femminile. Voglio essere libera di fare cagate, di tentare cose e sbagliare, di peccare di arroganza, spararla non grossa, ma enorme, senza avere il terrore di essere giudicata incapace. Ecco, l’ho detto. E so per certo di non essere l’unica.
In un articolo di Claudia Durastanti su Finzioni (inserto culturale del Domani del 12 Aprile 2025), ho letto:
[...] in molte storie della contemporaneità, la donna in cui ci imbattiamo diventa pienamente centrale solo in qualità di contenitore di messaggi precisi ed edificanti. Raramente al suo interno troviamo materiali spuri non immediatamente intellegibili: di fatto c’è poca pazienza verso le sue divagazioni, i suoi sbandamenti accidentali sui sentieri sbagliati, c’è poca pazienza verso un personaggio femminile che non ama e non odia, che non resiste e che non impara, che non si trasforma e che non lotta, che non crea sorellanza o non riflette puntualmente sulla sua condizione di donna.
Sì, cazzo! Ho pensato, mentre mi sono trovata lì a sottolineare un quotidiano: non solo siamo stufe di essere “ragazze per bene”, ma ci siamo anche rotte di leggerne e di scriverne.
La protagonista del romanzo a cui lavoro ormai da un po’ non risponde alle domande che le vengono poste, non è una buona amica, né una brava figlia, non perde la testa per nessuno e non ha grandi ambizioni. Il commento che me ne ha fatto una persona a me cara che ha letto una prima stesura è stato: “Falla crescere, ti prego. Non la sopporto!”. Un’affermazione del genere, ovviamente, dà da pensare: forse, allora, non ne siamo tutte così sature. Pensare, poi, vuol dire parlarne nelle nostre congreghe, ed è venuto fuori che molte donne non sopportano Fleabag. Ma come, l’antieroina millennial citata in tutti gli articoli femministi (🙋), nuova reference universale, ritratto accuratissimo e impietoso del nostro disagio esistenziale, ci sta sul cazzo? Proprio così. Il suo procedere erratico di cazzata in cazzata, senza venire veramente a capo della sua vita, va detto, indispone. Se si lasciasse aiutare, magari. Se la smettesse di mascherare tutto con lo humour, forse. Se mostrasse apertamente la sua vulnerabilità, potrebbe piacerci di più. Tutt’altro discorso infatti vale per la Fleabag della seconda stagione, perché lei sì, si innamora. Certo, di un prete cattolico, ma cede pur sempre al sentimento più alto di tutti e dunque, un po’ testona magari, ma comprensibile, immedesimabile, degna recipiente della nostra compassione.
Sorge dunque la grande domanda: ma cosa vogliamo dalle donne? Anche in ambito narrativo. Persino nella finzione devono in qualche modo essere personaggi esemplari svolgendo il ruolo canonico che ci si aspetta dalla protagonista di una storia? Spuntare le caselline dei requisiti fondamentali come evolversi, arrivare a una sorta di epifania, trasformarsi per mezzo di un grande amore, facilitare l'immedesimazione della lettrice o del lettore?
Phoebe Hadjimarkos Clarke, Ottessa Moshfegh e Rachel Cusk dicono di no.
[Alt Text: la copertina della traduzione italiana di Aliena, edita da Atlantide. Fonte.]
Fauvel è il personaggio che forse più mi ha affascinata nei romanzi contemporanei che ho letto quest’anno. Protagonista di Aliena di Phoebe Hadjimarkos Clarke, uscito per Atlantide, Fauvel prende il nome da un asino protagonista di un poema satirico francese del XIV secolo, acronimo dei sette peccati capitali Flatterie (Adulazione) Avarice (Avarizia), Vilenie (Villania), Variété (Incostanza), Envie (Invidia) e Lâcheté (Codardia). Ha una trentina d’anni e ha recentemente subito la perdita di un occhio durante gli scontri con la polizia a una manifestazione, evento che ha messo in crisi (letteralmente) la sua visione dell’esistenza. Accetta di fare da dog-sitter al cane del padre della sua migliore amica, e per farlo va a stare a casa di lui nella campagna francese a Cournac. Questo cane non è un cane qualunque, ma il clone dell’amatissima Hannah, l’animale “vero” morto qualche tempo prima. Anche la campagna non è una campagna qualunque, ma lo scenario di strane uccisioni di fauna locale da parte di una bestia misteriosa, possibili avvistamenti UFO e campo di gioco per un nutrito gruppo di cacciatori.
L’incipit mi conquista:
I cani? Il fatto è che Fauvel non ne è mai andata pazza. Non le dispiacciono, solo non sente per loro quell’eccessiva tenerezza e complicità che altri provano, o almeno non particolarmente.
Tre righe e abbiamo già una caratteristica distintiva importante. Nelle pagine che seguono la protagonista viene descritta dallo sguardo impietoso del suo datore di lavoro “le ciocche flosce sistemate dietro le orecchie troppo grandi”, “sembra in effetti svuotata della sua foga, e d'altra parte non le è riuscito niente nella vita”. Ma Fauvel non suscita compassione o pietà, perché durante il lungo monologo in cui Luc le racconta lo strazio provato alla morte del suo animale domestico l’empatia che Fauvel mostra è quasi nulla. Quando arrivano nella casa di campagna, Fauvel è sul punto di inventarsi una scusa e piantare in asso il padre della sua amica, per non menzionare il fatto che, il primo giorno in cui rimane da sola con la creatura di cui si deve occupare, Hannah le scappa via. Noncurante, inaffidabile e inetta, che meraviglia.
Il suo tratto più accattivante, per quanto mi riguarda, è la capacità di alienarsi: nella maggior parte delle situazioni Fauvel prende delle derive di pensiero a volte truci, a volte più surreali. Che sia con l’aiuto di THC o che sia tutta farina del suo sacco, a Fauvel capita spesso di sviaggiare in una dimensione altra rispetto alla realtà in cui si trova. Di Fauvel, se fosse una nostra amica, diremmo che è una disadattata. E nel corso della narrazione non fa grandi miglioramenti personali, riflette, sì, sulla violenza della società in cui viviamo, sulla sensazione di ansia e di paura che l’attanaglia da quando riesce a ricordare, sull’asfissia che ormai le provoca la città, sulla sua mancanza di mezzi, volontà e obiettivi. Vi pone rimedio? Si applica per porvi rimedio? Pensa nella direzione del porvi rimedio? No. L’unica cosa che nel corso della narrazione migliora è il rapporto con il cane.
Poi succedono cose e, per quanto strampalata, una trama esiste e la si riesce a seguire, ma non è questo a rendere Aliena un romanzo interessante. Tutto il merito va alla sua protagonista, che fino alla fine non vuole niente, non mette in moto grandi rivoluzioni del sé, continua a essere sciatta, a trascurare ciò che la circonda, a essere opaca a sé stessa e agli altri. È difficile far affezionare i lettori a un personaggio così, è difficile scrivere un personaggio che si definisce in negativo, più per l’assenza di qualità e caratteristiche personali che per la loro esistenza, allo stesso tempo però Fauvel mi è sembrata in qualche modo più vera, più vicina a ciò che esperisco, più simile a una persona che è viva ai nostri tempi.
[Alt Text: la copertina della traduzione italiana di Il mio anno di riposo e oblio, edita da Feltrinelli. Fonte.]
Un personaggio che ha preceduto cronologicamente Fauvel, ma che secondo me non è venuta fuori altrettanto pulsante, è la protagonista de Il mio anno di riposo e oblio di Ottessa Moshfegh. Senza nome, la giovane donna e voce narrante del romanzo decide di passare un anno a dormire con l’aiuto di massicce dosi di psicofarmaci. Teoricamente non le mancherebbe nulla per vivere una vita, se non appagante, per lo meno agiata. Dopo la morte dei genitori ha ereditato una quantità di soldi sufficiente per vivere tranquilla a New York, ha un impiego in una galleria d’arte ed è abbastanza attraente da ottenere facilmente l’attenzione delle persone che la circondano. Tuttavia le manca la voglia: sul posto di lavoro dorme nello sgabuzzino, porta avanti una relazione con un uomo che la usa da svuotapalle, frequenta un’amica dell’università di cui non sembra avere alcuna stima. L’unica cosa che persegue con disciplina militaresca è la dissociazione dalla realtà. Dormire il più possibile diventa la sua ragione d’esistere.
Le differenze con Flauvel sono palesi: al contrario della protagonista francese, quella americana ha un obiettivo che persegue con ostinazione, però le mancano certe sfumature di carattere. Dove una genera curiosità in chi legge per il suo essere così poco comprensibile, l’altra genera fastidio per essere così monodimensionale. Capiamoci, un personaggio che irrita chi legge non è di per sé negativo, ma uno che non ha contraddizioni sì. C’è un momento nel romanzo in cui sembra che Moshfegh tenti di dare un po’ di chiaro-scuro all’io narrante quando la fa partecipare al funerale della madre della sua migliore amica. Il risultato purtroppo è tiepido (un po’ come tutto nel libro per me). La protagonista si ritrova inspiegabilmente diretta alla casa periferica dell’amica, come se avesse preso la decisione di andarci durante uno stato di incoscienza, e una volta lì si comporta come qualcuno che preferirebbe essere altrove e non fa nulla per dissimularlo. L’effetto che sortisce questo episodio è monco, inefficace, la protagonista non ci sta né più simpatica, né più antipatica di prima.
Allora mi faccio altre domande: anche io ho delle aspettative di tipo morale su questo personaggio? Mi lascio irritare dal fatto che dimostri una vita emotiva così misera, o le mie ragioni sono altrove? So di essere frustrata dal fatto che la narratrice menzioni una forte depressione dovuta al fatto di essere rimasta orfana e di aver avuto una vita famigliare disastrosa – ci sta – ma non ne vedo gli effetti oltre all’ ossessione per l'annullamento di sé – mi basta?. Sono frustrata dal non trovare lati positivi, divertenti, sorprendenti in questa donna, ma d’altra parte cosa ci si può aspettare da una che aspira alla totale apatia? Sono frustrata dal non trovarci nemmeno niente di davvero deprecabile. Questo libro mi scazza, mi suscita una lunghissima alzata di spalle con la bocca torta all’ingiù, ecco, non saprei come dirlo meglio.
Dato per scontato che l’idea di partenza è avvincente –non è semplice sviluppare una trama attorno a una che non vuole fare nulla – Moshfegh a suo modo ci riesce, il romanzo si legge senza troppa fatica. Ma per quanto scorrevole la scrittura, per quanto brillante la prosa, a un certo punto è inevitabile la noia. Un paio di trovate ci sono, quella più elettrizzante (spoiler: l’amica le ruba tutti gli psicofarmaci) si esaurisce in poche pagine smorzando l’eccitazione di tutti, sia di chi legge sia di chi – finalmente – agisce nella storia.
Perché Aliena sì e Il mio anno di riposo e oblio no? Perché una, Aliena, pur nella sua confusione e inadeguatezza, una visione del mondo ce l’ha, e sebbene non ottimista, roseo e idilliaco, almeno un pensiero per il futuro esiste, una proiezione verso un orizzonte che non si esaurisce nella disfatta assoluta la si intravede. L’altra, invece, pare essere soltanto la paladina di un nichilismo del tutto individuale ed egotico dove il mondo esterno praticamente non esiste se non in rappresentazioni ciniche e opportuniste degli altri esseri umani. Forse un’antieroina fallimentare mi va bene, ma sentirmi dire che fa tutto schifo e non c'è speranza, quello no.
Allora mettiamola così, non condivido la Weltanschauung della protagonista de Il mio anno di riposo e oblio, ed è chiaro che non mi parla abbastanza, una reticenza che imputo a un’aridità di sfaccettature che me la rende piuttosto prevedibile e tediosa. In breve, con un’opinione così forte bisogna avere anche abbastanza fascino da rendere tutta l’argomentazione accattivante, per non risultare solo una snob che dice “io la penso così” e poi incrocia le braccia. Eppure, nonostante tutti questi limiti, la protagonista di Riposo e oblio ha comunque il merito di ingrossare le file delle donne non esemplari che figurano nella narrativa contemporanea.
[Alt Text: la copertina della traduzione italiana di Resoconto, edita da Einaudi. Fonte.]
Continuando il percorso a ritroso, un’altra protagonista che ha generato fastidio e fascinazione è la narratrice di Resoconto di Rachel Cusk, uscito per Einaudi nel 2018. Faye è una scrittrice di successo diretta ad Atene per tenere un seminario. Oltre a questo di lei sappiamo poco e niente – è reduce da un divorzio e ha due figli – tutti elementi che coincidono con i dati biografici dell’autrice. Sul volo per la capitale greca incontra un uomo, o meglio, il suo vicino di posto comincia a parlare, a raccontarle della sua vita.
Questa tipologia di relazione si ripresenta per tutto il romanzo: Faye conosce una persona e questa persona le parla delle sue storie, la protagonista, se così si può chiamare, rimane in secondo piano, sempre troppo lontana perché i lettori ne carpiscano la caratteristiche e i dettagli. Il suo ruolo sembra essere quello di accogliere confidenze altrui e riportarle con la sua voce e con la sua selezione di parole, con la sua scelta cronologica e con la sua (assenza di) enfasi. Il risultato, anche per la prosa e il tono della narrazione tipicamente cuskiano, molto asciutto e analitico, è che la narratrice rimane distaccata e inconoscibile. È questo che provoca le suddette reazioni, cioè fastidio e fascinazione.
Faye diventa uno specchio del suo interlocutore, una superficie che rimanda indietro ciò che ognuno vuole vederci. Siccome nella sua passività e (quasi) neutralità Faye fornisce ben pochi appigli per farsi un’idea di lei, allora vale tutto. Il suo modo composito e poco emozionato di riportare le conversazioni la fanno percepire come fredda o giudicante. La sua mancanza di reazioni manifeste la rende altezzosa o indifferente. La sua ritrosia e riservatezza la condannano al sospetto e all’ostilità altrui. Resoconto mostra, ne sono prova gli svariati articoli di critica, che la non intelligibilità di un personaggio donna lo rende tendenzialmente sgradevole.
Di fatto, però, quello che fa Faye è soltanto fungere da cornice, da catalizzatore narrativo, da trasmettitore di storie altrui, che sì filtrano attraverso il suo sguardo e la sua lingua, ma che di base non sono accompagnati da nessun commento. Quindi mi chiedo: se fosse stata un uomo, sarebbe risultata altrettanto irritante? Se fosse stato uno scrittore famoso, invece che una scrittrice, il protagonista di questo libro, avrebbe provocato lo stesso sconcerto? Magari sarebbe un esperimento interessante, riscrivere un Resoconto tutto al maschile e vedere che effetto fa un uomo che ascolta e riporta le storie altrui cercando di nascondersi il più possibile. Sarebbe fascinoso da morire? O avrebbe generato la stessa diffidenza?
Si dice che Rachel Cusk abbia scritto la “Trilogia dell'ascolto” – Resoconto, Transiti e Onori – di conseguenza ai suoi due memoir Il lavoro di una vita: sul diventare madri e Aftermath: On Marriage and Separation, i cui temi si evincono facilmente dai titoli e che sono stati – la faccio brevissima – ferocemente criticati per la schiettezza del tono in cui sono stati scritti. Ma quindi come funziona, se una scrittrice, senza né piangersi addosso né mitizzare le proprie esperienze, racconta dritto per dritto quello che ha passato usando una prima persona autorevole, ben definita e chiaramente caratterizzata, giù a darle addosso? Se una scrittrice inventa un personaggio sfuggente di cui non si capisce mai la temperatura, del cui intimo non ci è lasciato esplorare nulla, di cui ciò che pensa rimane un mistero o quanto meno ambiguo, allora giù a darle addosso? Un po’ sì, ma non del tutto. La storia non si esaurisce, fortunatamente, qui. Resoconto insieme a Transiti e Onori ha ricevuto anche molti plausi e Il lavoro di una vita, francamente, è il miglior memoir sulla maternità che abbia mai letto e non sono l’unica a pensarlo.
La risposta sul doppio standard uomo-donna rispetto alla domanda che facevamo prima, cioè, se un uomo adottasse lo stesso atteggiamento che rende sgradevole una donna risulterebbe altrettanto sgradevole o meno, forse la fornisce per estremo e per inverso Alia Trabucco Zerán nel suo libro true crime Quando le donne uccidono, edito da Sur. L'autrice cilena sceglie una prospettiva singolare per parlare di quattro assassine, si concentra sulla reazione che questi omicidi, avvenuti tutti e quattro in momenti chiave della storia del suo paese – il primo nel 1916 in concomitanza con la prima ondata di femminismo, il secondo nel 1923 con l’inserimento delle donne nel mondo del lavoro, il terzo nel 1955 dopo la conquista del pieno diritto di voto e il quarto, nel 1963 durante la liberazione sessuale delle donne – hanno innescato in accusa e difesa durante i processi, stampa, arte e conseguentemente opinione pubblica.
Le donne assassine commettevano doppio delitto: erano fuori dalla legge giuridica, ma anche fuori dalle leggi che codificano la femminilità. Per questo motivo avvocati, giudici e giornalisti parlavano sempre di donne che non erano tali, erano pazze, erano streghe, erano troppo mascoline per essere definite donne, erano anormali, mostri, femme fatale: le donne assassine non erano mai veramente umane. Quando la donna entra nel regno per eccellenza del patriarcato, ossia la violenza, saltano tutti i parametri e bisogna ricorrere all’eccezionale e allo straordinario per rassicurare l’establishment, una donna normale non ha pulsioni omicide, non attua azioni violente. Una donna non varca la soglia di ciò che è appannaggio esclusivamente maschile e se lo fa, allora non è una donna.
Il libro di Trabucco Zerán è potente nella sua analisi, inclemente, non tralascia di sottolineare il fatto che tutte e quattro le assassine, confesse e condannate, sono state poi graziate, alcune dopo pochissimo tempo passato in prigione. Non per magnanimità o per galanteria rivolta al gentil sesso, ma, sostiene l’autrice, per renderle innocue, smentire la minaccia e neutralizzare la carica di pericolo che portavano con sé.
Abbiamo letto tutte abbastanza per riconoscere il pattern. Senza dover ricorrere a omicidi efferati, non assistiamo allo svolgimento dello stesso trito temino ogni volta che una donna esula dal ruolo, dalla scatoletta in cui deve entrare per forza? Reale o fittizia che sia, se esce dai contorni di esemplarità – o accettabilità – che una società di maschi ha tracciato per lei, ecco che si impiegano i soliti stratagemmi di oppressione: diffamazione, ostracismo, infantilizzazione. Quando, mi chiedo, una donna potrà essere solo una persona?
Paola Moretti è scrittrice e traduttrice. Ha esordito nel 2021 con il romanzo Bravissima, edito per 66thand2nd. Ha curato insieme a Giulia Caminito l’antologia Donne d’America edito per Bompiani. È autrice dei podcast Phenomena - audiobiografie impossibili (Nero) e Terzo Incomodo (Emons). Nel 2024 è uscito il suo ultimo libro, Incorreggibili, un saggio narrativo edito per 66thand2nd.
In difesa del Leoncavallo (e di tutti gli spazi di socialità senza lucro sgomberati, distrutti e infine abbandonati dalle amministrazioni comunali con la scusa della legalità).
Mentre Israele affama la popolazione civile di Gaza in uno dei frangenti più tragici dell’offensiva che ha scatenato nel 2023, i governi occidentali si danno da fare per reprimere qualsiasi manifestazione di supporto e solidarietà ai gazawi all’interno dei nostri paesi. Di recente il Regno Unito ha classificato l’organizzazione Palestine Action come “gruppo terroristico” secondo il Terrorism Act del 2000, una legge che presenta diverse criticità riguardo alla libera espressione del dissenso (qui un approfondimento). Tra le poche persone a non tacere di fronte all’ennesima criminalizzazione dell’appoggio alla popolazione palestinese, c’è come sempre la scrittrice Sally Rooney. La fermezza e la coerenza che Rooney ha dimostrato negli anni sulla questione palestinese sono rare, e si traducono oggi nell’intenzione di finanziare Palestine Action con i proventi delle due serie tratte dai suoi primi romanzi, Parlarne tra amici e Normal People, e coprodotte dall’emittente britannica BBC.
The present UK Government has willingly stripped its own citizens of basic rights and freedoms, including the right to express and read dissenting opinions, in order to protect its relationship with Israel. The ramifications for cultural and intellectual life in the UK – where the eminent poet Alice Oswald has already been arrested, and an increasing number of artists and writers can no longer safely travel to Britain to speak in public – are and will be profound.
But as Sinéad Ní Shiacáis said after her arrest last weekend: “We are not the story; the Palestinian people are the story. They are begging people to give them a voice.” Palestine Action has been among the strongest of those voices in the UK, taking direct steps to halt the seemingly unstoppable machinery of violence. We owe their courageous activists our gratitude and solidarity. And by now, almost two years into a live-streamed genocide, we owe the people of Palestine more than mere words.
L’attuale governo britannico ha deliberatamente privato i suoi cittadini di diritti e libertà fondamentali, tra cui il diritto di esprimere e leggere opinioni dissidenti, allo scopo di proteggere i propri rapporti con Israele. Le ricadute sulla vita culturale e intellettuale nel Regno Unito – dove l’illustre poeta Alice Oswald è già stata arrestata, e un numero crescente di artistx e scrittorx non possono più recarsi in sicurezza in Inghilterra per parlare in pubblico – sono e saranno profonde.
Ma come ha detto Sinéad Ní Shiacáis lo scorso fine settimana dopo essere stata arrestata: “Non siamo noi la notizia; i palestinesi sono la notizia. Stanno implorando le persone di dar loro una voce”. Palestine Action è tra le più robuste di queste voci nel Regno Unito, e compie azioni dirette per fermare l’apparentemente inarrestabile macchina della violenza. Ai suoi coraggiosi attivisti dobbiamo la nostra gratitudine e la nostra solidarietà. E ora, dopo quasi due anni di genocidio trasmesso in diretta streaming, dobbiamo ai palestinesi più che semplici parole.
[Alt Text: fotografia dell’arresto di una donna di ottantanove anni a un sit di protesta contro la criminalizzazione di Palestine Action, il 10 agosto. Al centro dell’immagina la donna viene sollevata e trascinata via da diversi poliziotti, che la circondano. Quel giorno sono state arrestate 474 persone. Fonte.]
A proposito: la fame come strumento politico.
Barcellona non ce la fa più: il crollo di una città (che presto potrebbe essere anche la nostra) sotto il peso del turismo di massa e la rivolta di chi ci vive tutto l’anno.
“Dobbiamo smettere di confondere il vigilantismo con la giustizia e il postare con la politica” e come l’abuso dei mezzi tecnologici sta sgretolando le nostre relazioni erotiche e sentimentali.
FATTO DA VOI
Il 5 settembre esce per Fandango L’ultima volta che sono stata lei, memoir di Silvia Pelizzari. Puoi seguire Silvia su Instagram per essere aggiornatx sulle presentazioni del libro.
Martina Lodi scrive de La saggezza del desiderio di Danielle Cohen-Levinas:
Non desiderio di saggezza, dunque, ma la saggezza del desiderio: il tocco di “un oggetto che non si materializza mai completamente, tra fenomeno e non fenomeno, tra carne e corpo, tra pelle e una nudità che può giungere fino all’invisibile”. Il saggio di Cohen-Levinas procede dunque in una direzione che è tesa a mettere in luce l’etica del desiderio e i suoi aspetti incarnati e relazionali – e non è forse un caso che l’ultimo decennio abbia visto un fiorire di statistiche e report che ci descrivono come sempre più soli, sempre più infelici, e con vite erotiche sempre meno soddisfacenti: c’è un nesso forte tra la solitudine e quella che è stata chiamata “recessione sessuale”, che ha a che fare con un isolamento psichico che si trasforma nell’orrore del tocco, della carezza.
UN LIBRO
Linguicismo e potere di Rosalba Nodari (Eris Edizioni, 2025)
Non esiste una maniera neutra di parlare, e non esiste una maniera neutra di percepire la lingua. Rosalba Nodari lo mette subito in chiaro, a partire dalla stessa scelta di porre la lingua e la presunta Lingua come elementi in relazione, e in tensione tra diverse cor-relazioni di potere e forza.
Tali reazioni rientrano in una dinamica più ampia di linguicismo, termine coniato da Tove Skutnabb-Kangas per indicare le forme sistemiche di discriminazione fondate sull’uso, la varietà o la padronanza di una lingua. Il linguicismo non si limita alla preferenza per una lingua sull’altra, ma implica una gerarchizzazione culturale e politica dei parlati che si traduce in esclusione, marginalizzazione o discredito di chi non aderisce alla norma linguistica dominante. Questo tipo di discriminazione è spesso accompagnato da una narrazione che presenta la lingua standard – nel caso italiano, l’italiano normato sulla base del fiorentino letterario – come neutra, naturale o universalmente accessibile, oscurando invece le traiettorie storiche di imposizione e i privilegi strutturali che la sostengono.
Un esempio che si trova ben articolato nel libro è il fenomeno del vocal fry, una modalità fonatoria caratterizzata da un tono molto basso e una vibrazione irregolare delle corde vocali, che produce un suono crepitante o gracchiante: come racconta Nodari, si tratta di quella maniera di parlare che ci rimanda immediatamente alle ragazze idolo anni 2000 quali, ad esempio, Britney Spears o Paris Hilton. È un fenomeno fisiologico del tutto naturale, spesso usato alla fine delle frasi quando si abbassa l’intensità della voce, ma può anche essere adottato intenzionalmente come stile prosodico.
Negli ultimi decenni, il vocal fry è stato associato soprattutto a giovani donne – in particolare negli Stati Uniti – suscitando un’ondata di critiche, spesso veicolate da media e commentatori che lo considerano irritante, pigro o poco professionale. Questa stigmatizzazione, tuttavia, non si basa su considerazioni linguistiche oggettive, bensì su giudizi sociali e sessisti: quando uomini usano il vocal fry (e in principio, osserva Nodari, trattavasi di una pratica – per così dire – maschile), la stessa modalità è raramente oggetto di commento. La condanna del vocal fry femminile riflette dunque una più ampia tendenza a sorvegliare e correggere la voce delle donne in pubblico, facendo leva su norme implicite che regolano cosa sia considerato accettabile o autorevole nel parlato. Criticare il modo in cui le donne parlano – che si tratti di vocal fry, uptalk, o uso di intercalari – diventa così un modo per svalutare la loro presenza e autorità nello spazio pubblico.
Tornando al caso emblematico di Paris Hilton analizzato da Nodari, il cambiamento nel suo modo di parlare in occasione della sua testimonianza davanti al Congresso degli Stati Uniti nel 2021 – rinunciando alla voce pubblica da valley girl che l’ha resa celebre nei primi anni 2000 – è stato notato da molti osservatori, poiché ha messo in luce la distinzione tra la persona performativa costruita per i media e la donna adulta che rivendica credibilità e diritto alla parola in un contesto istituzionale.
Durante quell’intervento, Hilton ha rinunciato al suo tipico uso del vocal fry e ha adottato un tono di voce più neutro e “standard”, ha parlato con chiarezza e in modo diretto per raccontare le violenze subite nelle troubled teen industry facilities, in particolare nella Provo Canyon School, una struttura per “ragazz3 difficili” in cui ha detto di aver subito abusi fisici ed emotivi. Questo gesto è stato letto da alcuni come una strategia consapevole per essere presa sul serio, in un ambiente dove l’autorevolezza è ancora legata a una voce “neutra”, ovvero aderente a norme maschili e bianche di dizione e registro. Il caso è emblematico di come il vocal fry (e, più in generale, i codici vocali femminilizzati) siano trattati come segnali di superficialità o incompetenza – tanto che persino figure pubbliche estremamente privilegiate, come Hilton, si sentono obbligate a modulare la propria voce per essere credibili in contesti di potere.
[Alt Text: ritratto fotografico a colori di Paris Hilton durante il suo intervento al Congresso. Anche l’immagine di Hilton, oltre alla sua voce, è studiata per essere presa sul serio: i capelli sono lisci e non acconciati, il make-up è sobrio e neutro e i vestiti di colori tenui. Fonte.]
Una forma forse più evidente e altrettanto pervasiva di linguicismo si manifesta quando si critica chi, da italofono madrelingua, non parla una “seconda lingua” – intendendo quasi sempre l’inglese, o in alternativa idiomi associati a potenze economiche europee (francese, tedesco) o emergenti (cinese, arabo: ma solo nel caso in cui il soggetto italiano sia bianco). Questa pretesa, spesso mascherata da apertura internazionale, tradisce in realtà una gerarchizzazione delle lingue fondata su rapporti di potere globali. Al tempo stesso, viene completamente ignorato – o attivamente rimosso – il fatto che molte persone in Italia, in particolare figli e figlie di famiglie migranti, siano fin dalla nascita soggetti plurilingue. Questo plurilinguismo, tuttavia, non viene riconosciuto come risorsa culturale o capitale simbolico, bensì neutralizzato attraverso pratiche scolastiche, istituzionali e mediatiche che operano secondo logiche razziste. Così, mentre si idealizza il sapere “l’inglese” come segno di progresso o civiltà, si svaluta o silenzia la padronanza di lingue come l’albanese, l’arabo, il bengali o il rumeno, confermando che il linguicismo agisce in modo selettivo, secondo le stesse asimmetrie coloniali e razziali che governano le appartenenze legittimate.
Un'altra forma di regolazione del parlato si manifesta nell’antidialettismo di matrice storicamente fascista, che spesso assume connotazioni esplicitamente antimeridionali.
In Italia, il rifiuto o la stigmatizzazione dei dialetti – in particolare di quelli meridionali – si radica in una lunga tradizione centralista e assimilazionista, accentuatasi durante il regime fascista con la soppressione attiva delle parlate locali. Questo processo non si è mai completamente esaurito e si ripresenta oggi sotto forme più sottili ma ugualmente violente: il ridicolo, la censura, il giudizio di inadeguatezza o di ignoranza rivolto a chi si esprime in una lingua non conforme al canone. L’episodio di Geolier a Sanremo 2024 ne è un esempio emblematico: l'artista ha scelto consapevolmente di portare sul palco una lingua viva e stratificata come il napoletano contemporaneo – una lingua che mescola codici, inflessioni e invenzioni proprie della scena urbana e popolare – e si è visto rispondere con accuse di incomprensibilità, provincialismo, o addirittura arroganza. Questo tipo di critica rivela un attaccamento ideologico a un’idea di lingua pura, depoliticizzata, che finge di essere trasparente mentre è in realtà escludente, anziché vivace strumento di continuità culturale (da qui, osserva Nodari argutamente, anche una certa distanza presa dai ‘puristi del napoletano’).
Queste sono solo alcune delle cose su cui si può riflettere con più consapevolezza grazie alla maniera datistica e narrativa con cui Nodari racconta questa forma di marginalizzazione, umana e culturale. Trattandosi di un breve saggio divulgativo, sarebbe quasi ingiusto sviscerarne ogni arguta riflessione (come la sezione dedicata all’attività giuridica!) senza dare la possibilità di leggere attraversando il percorso così come Nodari lo scandisce e argomenta, sempre accompagnando e mai mettendosi in cattedra.
Ringraziamo Paola per il suo contributo e ti diamo appuntamento a settembre.
Un abbraccio!
Francesca, Gloria e Marzia





